GAP DISTRIBUZIONE n° zer0 – Giovedì 12 Novembre

Si parte con la distribuzione n° zer0 del GAP di Tavernelle!


Nel BOX in alto a destra della home del BLOG: – http://gaptavernelle.wordpress.com/ -  potrete trovare il modulo-listino con il quale poter effettuare l’ordine ed all’interno del quale troverete tutti i prezzi dei prodotti a disposizione nel paniere di novembre.

GAP

COME PARTECIPARE:

1- Scaricare il Modulo nel BOX qui a Destra;

2- Compilare il modulo ed inviarlo alla mail – gaptavernelle@libero.it – entro e non oltre Martedì 10 novembre;

3- Se si è impossibilitati nell’effettuare l’ordine online, telefonare a Francesco 3406302432 o Gabriele 3478255643;

4- Giovedì 12 verrà effettuata la distribuzione dalle 18 alle 20 presso il Centro Polifunzionale l’Occhio;

5- Si pregano tutti coloro i quali parteciperanno all’iniziativa di venire ,per quanto possibile, con i soldi contati a seconda dell’ordine che hanno effettuato.

Note: Nella testata del modulo troverete uno spazio dove scrivere il numero della tessera, spazio che per la distribuzione zer0 non è necessario riempire. In occasione della prima distribuzione verrà effettuato il tesseramento (gratuito) e la sottoscrizione dello statuto del Gap.

NON UN GAP INDIETRO!

Il dolce naufragare di Sinistra e libertà

Dopo i Verdi, i Socialisti: tutti in fuga da SeL. Vuoi vedere che alla fine torna Rifondazione?
Non c’è pace per Sinistra e libertà. Il progetto nato in occasione delle ultime europee con l’ambizione di creare una forza di sinistra, diversa ma naturalmente alleata al Partito democratico, mai come oggi rischia il naufragio.
La prima (e significativa) falla nell’arca di SeL s’è aperta con il congresso dei Verdi e con la vittoria della linea identitaria di Bonelli a scapito del progetto unitario della Francescato e di Cento. Un colpo di scena che ha provocato l’uscita del Sole che ride dal percorso verso un partito unico guidato da Nichi Vendola. E che nei prossimi giorni esplicherà tutti i suoi effetti, visto che il nuovo esecutivo ecologista ha chiesto il ritiro di tutti i dirigenti da Sinistra e libertà. Ora toccherà decidere a Francescato e soci se uscire dal partito oppure accettare di essere minoranza, ovviamente con tutti i benefici del caso, dalle poltrone ai fondi. Ebbene, per ora i Verdi sconfitti prendono tempo, non facendosi attirare dalle sirene dei vendoliani. Gli ex di Rifondazione infatti hanno subito rilanciato con la proposta di un congresso anticipato a dicembre, subodorando il rischio di un rompete le righe generalizzato.
Tuttavia l’unica cosa che sono riusciti a portare a casa è un’assemblea costituente, il prossimo 18 dicembre a Napoli, che dovrebbe però essere solo un atto propedeutico alla costituzione di un nuovo partito e non un congresso vero e proprio. Un compromesso al ribasso, nato dai dubbi e le incertezze di altri soci fondatori.
Oltre ai verdi minoritari infatti anche i socialisti di Riccardo Nencini non sono affatto convinti della nuova avventura. In un’intervista a Terra, il segretario socialista ha ribadito che non ci pensa proprio a sciogliere il partito e che l’unica cosa che può garantire è il rispetto della procedura standard: prima le regionali di marzo, poi il congresso socialista e, se la sua linea passa a maggioranza, lo scioglimento in Sinistra e libertà. Un percorso lunghissimo, che rischia di terminare quando il partito in fieri vendoliano sarà già abortito. Non a caso c’è chi sostiene che Nencini non fa altro che prendere tempo per sabotare il progetto.
I più maligni dicono che conti l’accordo che ha chiuso col Pd toscano per la sua rielezione nelle liste democratiche (oltre a segretario socialista Nencini è anche presidente del consiglio regionale toscano). Per gli oppositori interni, ovvero Bobo Craxi, la verità è che la maggioranza degli iscritti socialisti sarebbe contraria all’ipotesi di scioglimento in SeL e preferirebbe invece una linea più identitaria. Alla Verdi, per intenderci.
Sta di fatto che a volere la nascita di un partito della sinistra in tempi brevi si ritrovano davvero in pochi. Tanto che gli stessi vendoliani, i più strenui sostenitori del progetto SeL, cominciano ad essere stufi dei continui rimandi e iniziano a guardarsi intorno.
La strategia è quella di forzare e andare subito a un congresso fondativo, con tutti quelli che ci stanno, anche se questo significa perdere dei pezzi.
Poi, a guida di un partito vero, Vendola potrebbe cominciare a trattare con le altre forze del centrosinistra. Col Pd certo, ma non solo. Fonti vicine al governatore pugliese rivelano che nelle ultime settimane è ripartito il dialogo con l’ex compagno di partito e segretario del Prc, Paolo Ferrero.
Lo confermano sia l’ingresso nella segreteria di Rifondazione di due ex dirigenti vendoliani rimasti nel partito che le parole di Gennaro Migliore: «Il progetto isolazionista di Ferrero è fallito e per noi non ci sono problemi a discutere di un eventuale riavvicinamento per dare voce a un popolo di sinistra che rischia di essere orfano». Insomma, un clamoroso ritorno all’unità della sinistra radicale.
Gianni Del Vecchio dal quot. Europa

questa mattina/mi son svegliato/antifascista/antirevisionista/e soprattutto comunista

iger_85_001So di Giampaolo Pansa in Umbria, non so che viene a fare e chi lo invita (mi dicono il PD), non so se ha ancora cambiato idee e versioni, non so se è iscritto al PD o al PDL (effettivamente il fatto che ci si possa iscrivere senza scandali ad entrambi i partiti in sequenza o addirittura contemporaneamente dovrebbe portare ad una riflessione sulla presunta modernità), non so se presenta un qualche suo libro,  sono contro qualsiasi tipo di censura (chiaro che non lo inviterei ne lo tessererei per RC), ma sono andato a ripescare delle dichiarazioni ANPI a proposito di un suo libro pubblicato tre anni fa, raccomando a tutti di leggere e salvare perché fra qualche tempo la memoria e l’antifascismo di alcuni di noi potrebbero non essere sufficienti neanche a difendere la memoria dei nostri nonni e dei nostri genitori.

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“L’ANPI su La grande bugia di Giampaolo Pansa

L’Associazione nazionale partigiani d’Italia, ANPI, ritiene opportuno formulare una valutazione delle tesi e dei contenuti che compaiono nell’ultimo libro del giornalista Giampaolo Pansa La grande bugia, considerata la diffusione mediatica che esso ha di recente avuto e affinché si conosca l’opinione di coloro che, oltre 60 anni or sono, alla lotta di Liberazione nazionale hanno direttamente partecipato spesso in forme e attraverso esperienze diverse.

È il caso di considerare in primo luogo le cosiddette “bugie” che a detta dell’autore concorrerebbero a creare la “grande bugia”, che investirebbe tutta la Resistenza, vale a dire il percorso storico, doloroso e drammatico, attraverso il quale gli Italiani, dall’8 settembre 1943 alla fine delle seconda guerra mondiale si batterono contro il nazismo ed il fascismo della Rsi aprendo la strada ad una nuova Italia, un’Italia democratica.
Il nucleo essenziale del pensiero di Pansa consiste nell’affermazione secondo cui i dirigenti e i militanti della componente politica comunista che partecipò come forza essenziale all’organizzazione e alla conduzione della Resistenza, avrebbero inteso la lotta contro i nazisti che erano divenuti occupanti spietati del nostro Paese e contro i fascisti di Salò che si erano posti al loro servizio, soltanto come una prima fase alla quale avrebbe dovuto seguire, con la forza delle armi, l’instaurazione di un regime autoritario di stampo sovietico anziché una democrazia parlamentare di tipo occidentale. Essenzialmente per questo la Resistenza, così come rappresentata, descritta e celebrata dalla cosiddetta “vulgata antifascista” sarebbe una bugia.
Si tratta, con evidenza, di affermazioni prive di qualsiasi fondamento storico, in quanto contraddette dallo svolgimento dei fatti di quell’epoca, così come sono offerti alla nostra valutazione e alla stessa memoria dei superstiti della lotta di allora.
In realtà la componente comunista della Resistenza, così come il Pci, hanno sempre assunto decisioni volte all’instaurazione di un sistema politico pluralistico e democratico di tipo occidentale e non certo di una qualsiasi forma di dittatura proletaria. Ciò è dimostrato dalla loro partecipazione paritaria ai Comitati di Liberazione Nazionale sorti dopo l’8 settembre 1943 in tutta l’Italia occupata con il compito di riunire in uno sforzo unitario i partiti politici antifascisti (liberale, d’azione, democratico-cristiano, socialista, comunista); dalla loro partecipazione, pur essa paritaria con gli altri partiti, al secondo governo Badoglio e ai governi Bonomi che ebbero vita nell’Italia liberata del Sud; dal loro concorso all’elaborazione del percorso istituzionale attraverso il quale, particolarmente dopo la Liberazione di Roma avvenuta nel giugno 1944, fu progettato e attuato il mutamento della forma istituzionale dello Stato da monarchia a repubblica e infine dal loro contributo al progetto costituente e alla formulazione della nuova Costituzione repubblicana sotto la guida presidenziale del comunista Umberto Terracini. Non senza ricordare che tutti i partiti antifascisti, compresi i comunisti, furono d’accordo nell’attribuire il comando unitario del Corpo Volontari della Libertà (CVL) al generale Raffaele Cadorna, ufficiale di carriera, a-politico, designato congiuntamente dal governo del Sud e dagli alleati anglo-americani.
Per altro verso, tutti noi rappresentanti dell’ANPI siamo in grado di ricordare e testimoniare che oltre 60 anni or sono facemmo la scelta di passare alla lotta armata contro l’occupante tedesco della nostra Patria e contro il secondo fascismo spinti non dalla prospettiva, in un secondo tempo, di instaurare una dittatura comunista, bensì interpretando l’aspirazione semplice e profonda alla libertà e alla pace di un popolo stanco e prostrato dalla guerra, che aveva aperto gli occhi sulla reale essenza del fascismo.
La storia può essere costruita e scritta soltanto sui fatti realmente accaduti che sono quelli sopra richiamati e non, come fa Pansa, sulle irrealizzate intenzioni che possono esservi state di alcuni dirigenti o militanti comunisti.

5maggio-capiDi problematica conciliazione risulta poi l’iniziale affermazione dell’autore – «rammento che la Resistenza è, da sempre, la mia patria morale» – con un’opera divenuta da subito vessillo di coloro che coltivano antiche e profonde nostalgie.
La metodologia della ricerca impone che le intenzioni dei soggetti storici siano messe in relazione e interpretate alla luce della temperie generale di specifici periodi, quali gli anni del dopoguerra e della Guerra fredda, caratterizzati dall’amnistia di Togliatti, l’oblio sul collaborazionismo, la progressiva riabilitazione delle persone compromesse col regime, l’insabbiamento e archiviazione dei procedimenti giudiziari a carico dei responsabili delle stragi naziste, i processi penali e forme di discriminazione politica e sociale a carico degli ex partigiani. Addebitare allo spirito resistenziale la responsabilità morale di violenze e omicidi avvenuti in un contesto storico decisamente mutato rispetto agli anni precedenti a causa della rottura dell’unità antifascista, significa voler ignorare la volontà di liberare il Paese dal nazifascismo che accomunò tutte le forze patriottiche, fossero esse comuniste o cattoliche, socialiste o liberali, azioniste o monarchiche.

Secondo Pansa le altre “bugie” riguarderebbero il consenso popolare al fascismo che fu grande e maggioritario anche dopo l’entrata in guerra dell’Italia; il numero effettivo dei partecipanti alla lotta partigiana che sarebbe stato inferiore a quello celebrato dalla “vulgata antifascista”; l’ampiezza della cosiddetta “zona grigia” di coloro che non si schierarono a favore di nessuna delle parti in lotta, che sarebbe stata superiore a quanto generalmente ammesso dagli storici; il sostegno alla Resistenza delle popolazioni contadine che a sua volta sarebbe stato minore di quanto celebrato dall’antifascismo; il grado di coesione fra le varie componenti della Resistenza armata, che spesso sarebbe venuto meno con conseguenze anche tragiche.

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Tutte queste affermazioni sono affidate a valutazioni approssimative, ignorando che almeno da vent’anni a questa parte la storiografia più seria e accreditata ha approfondito criticamente ciascuno dei suddetti argomenti, fornendo dati e valutazioni esenti da ogni amplificazione retorica. A fronte di queste problematiche l’autore si presenta come un cavaliere con la lancia in resta che tende a sfondare porte ormai da tempo aperte.
Gli storici contemporaneisti non hanno infatti aspettato le sollecitazioni di Pansa per operare seri e analitici studi sul biennio 1943-’45. L’aspetto più anacronistico di
La grande bugia è che il suo autore sembra avere come riferimento una produzione storiografica ormai decisamente superata e forse da lui poco o per nulla conosciuta. Basti osservare come alcune tra le opere più significative e documentate di questi ultimi anni – da Una guerra civile di Claudio Pavone a La repubblica delle camicie nere di Luigi Ganapini, da La Resistenza in Italia di Santo Peli alla copiosa produzione saggistica della rete degli Istituti storici della Resistenza – abbiano sviscerato, con rigore scientifico, temi e vicende che Pansa presenta come inedite e mai trattate.

Un’ultima osservazione. Noi “uomini di marmo”, come Pansa ci definisce, siamo oggi qui a discutere e confrontarci con lui. Se avessero vinto “loro”, da tempo le nostre bocche (e anche quella di Pansa probabilmente) sarebbero state tappate. Per sempre.

Roma, 8 novembre 2006″

AVANTI MINIPOPOLO!

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l’emo sempre saputo che Tavernelle scontava un GAP

http://gaptavernelle.wordpress.com/

E’ nato ufficialmente il primo GRUPPO DI ACQUISTO POPOLARE della media Valle del Nestore.

I Gruppi di Acquisto Popolari (G.A.P.) nascono da una riflessione sulla necessità di un cambiamento profondo del nostro stile di vita. Come tutte le esperienze di consumo critico, anche questa vuole immettere una «domanda di eticità» nel mercato, per indirizzarlo verso un’economia che metta al centro le persone e le relazioni.

Il paniere di prodotti a disposizione dei partecipanti è composto da generi di primissima necessità, alimentari e non:

Pasta, Carne, Formaggi, Ortaggi, Olio, Vino, Acqua, Pellets, Legna da ardere, Detersivi.

Si tratta comunque di un paniere espandibile ed aperto ad ogni proposta.

Le parole d’ordine del gruppo sono accorciare la filiera, cercando di creare rapporti diretti tra consumatori e produttori ove possibile locali, abbattimento dei costi, facendo valere in fase di acquisto il proprio “peso” collettivo e qualità dei prodotti, con controlli effettuati dai membri del GAP nei confronti dei produttori-fornitori.

Valore non secondario è anche che i produttori che collaboreranno con il gruppo rispettino i lavoratori che impiegano e le norme vigenti.

Abbattere i costi offrendo prezzi popolari, rifiutando la filosofia del profitto selvaggio.

Al momento sono circa 20 le famiglie aderenti. Non ci sono quote d’iscrizione da pagare. Non ci sono ordini obbligatori (ognuno ordina quando ha la necessità).

Il Gruppo di Acquisto Popolare non ha scopo di lucro e funziona grazie all’impegno volontario dei suoi stessi membri.

solidarietà

Gli ordini saranno presi  sul blog http://gaptavernelle.wordpress.com/, via mail  per telefono o tramite modello cartaceo per le persone che non hanno la disponibilità di connessione a internet.

Una scuola in ogni piccolo paese – dell’ennesima riforma dell’istruzione pubblica (?)

Da due racconti recenti nasce questo articolo che ragiona di scuola e dei suoi derivati.
palline_per_lotteria1. so di una scuola che chiede contributi volontari ai genitori per le spese quotidiane e straordinarie, vista la mancanza di fondi; esiste anche un tariffario: 1 figlio X euro, 2 figli Y euro (meno di 2X) e via dicendo;
2. so di una scuola dell’infanzia che per autofinanziarsi ha organizzato una lotteria.
A mia memoria di studente, dal 1984 a venire avanti, passando per la “pantera” (vissuta con occupazioni all’Università), fino ad arrivare alla Gelmini, le caratteristiche delle varie riforme della scuola erano per certi versi simili:
- economia, che significava autonomia ( ti taglio le risorse, perché le sprechi e dunque devi adattarti);
- efficienza, che significava che “risparmiando” dovevi comunque migliorare i risultati (più iscrizioni, meno soldi spesi);
- europeismo, che significava assumere nella didattica indirizzi comuni agli altri paesi europei alla ricerca di un uniformità verso l’alto con efficacia metodologica.
C’era anche molto altro che parlava di ricerca, pedagogia, modelli, apprendimenti, accesso a tutti (numero chiuso), parificazione, formazione dei docenti, tempi di permanenza, luoghi dell’educazione, rapporto con le altre istituzioni educative. Nel mio lungo corso universitario ho avuto occasione di assistere al nuovissimo ordinamento riordinato, con tanto di supercazzola prematurata.
Scuola di massa, pubblica, funzione strumentale all’interpretazione dei fenomeni e della realtà (quando questa fosse possibile), condivisione e costruzione della conoscenza, assunzione di modelli comportamentali, partecipazione degli studenti alle scelte degli istituti, ripensamento dei luoghi ed dei tempi della scuola, erano le nostre richieste dietro la quale si celava una potentissima idea di funzione della scuola.

iger_1980_028Di fronte alle varie “emergenze” ci trovavamo a protestare per questioni congiunturali (non secondario che la battaglia veniva comunque persa e la riforma del momento non veniva minimamente condizionata dall’entità della protesta), ma avevamo idea che la scuola servisse a qualcosa e come detto avevamo chiaro questo qualcosa che poteva assumere di volta in volta anche diverse sfumature. Per me la questione che grazie alla scuola pubblica il figlio del contadino e dell’operaio, avrebbero avuto la stessa cultura e gli stessi strumenti del figlio del dottore o del notaio, era buona cosa, e che si potesse avere accesso a saperi altrimenti chiusi in depositi il cui accesso era riservato solo a pochi era un buono sprone. Sembrava che proporre la scuola di massa (qui i rimandi al partito di massa sono fortissimi) fosse propedeutico alla rivoluzione, ricordo le discussioni con chi sosteneva che il miglioramento della società fosse legato alla diffusione della “cultura”.
Per la prima volta da tempo (ancora gravito attorno al mondo scolastico per professione) sento che siamo al fondo, ci battiamo per la congiuntura (precari per strada), ci battiamo per una scuola che sia luogo d’integrazione e di crescita collettiva (contro le tendenze ad una società omofoba e xenofoba), ci battiamo contro l’ennesima riforma (nella conservazione cerchiamo di valorizzare la sperimentazione pedagogica e didattica delle scuole italiane di ogni ordine e grado), ma mi risulta difficile comprendere quale funzione assegnamo alla scuola. In mancanza d’altro, di seguito, mi limito ad indicare una linea di ricerca.
Dobbiamo ridefinire la funzione della scuola e tramite tale funzione praticare politiche che contrastino l’attuale riforma nei suoi effetti (la protesta dei precari non sta dentro una semplice riallocazione nel sistema scuola, ma sta dentro un’idea di utilità degli stessi ad una scuola che ritrovi la propria ragion d’essere).

qual'è la scuola? quella più brutta!

qual'è la scuola? quella più brutta!

Per illustrare con un esempio quanto la logica di gestione aziendale sia penetrata dentro la scuola pensate semplicemente a quanto vadano per la maggiore i poli scolastici, andando pesanti si potrebbe dire che si concepisce la scuola come una grande fabbrica, asettica nelle forme e nei volumi, funzionale per la logistica, aperta (a tutti) solo in certi orari, chi arriva da lontano fa il pendolare (avrete sicuramente sentito di studenti che si alzano alle 5,30 per iniziare scuola alle 8/8.30, escono alle 13/13.30 e arrivano a casa alle 15.30, poi dovrebbero fare i compiti), è frequentata dalle stesse persone solo per un periodo (mobilità), e si potrebbe continuare nelle similitudini. Fatemi citare il racconto della generazione precedente alla mia in cui l’andare a scuola si ammantava di leggenda, senza mezzi pubblici, con grandi camminate, rubando tempo al lavoro in casa, mentre io ho avuto sempre la scuola a massimo 15 KM (superiori).Dicevo dunque che tale processo andrebbe invertito (nell’ultimo esempio si potrebbe usare lo slogan 1, 10, 100, 1000 scuole in ogni piccolo paese).
Quale funzione dunque dicevamo, posto che nella scuola si esprime, oggi come in passato, la contraddizione fra lo sviluppo delle forze produttive e le forme di organizzazione della società, tra disintegrazione del sociale e suo tentativo di ricomposizione, tra domanda di lavoro (non dimentico che la scuola tra le varie funzioni potrebbe assolvere anche quella di anticamera del mondo del lavoro) e di conoscenza (come oggi mai a buon mercato e reperibile altrove), e forme di gestione e riproduzione dell’ideologia dominante. E si sta proprio qui il problema, la scuola può diventare il luogo della riproduzione e gestione dell’ideologia dominante, questo disintegrò il ‘68 (o se volete disintegrò le vecchie ideologie, determinando un oasi in cui c’era egemonia ideologica derivata da quel movimento). I vari governi che si sono succeduti negli ultimi 25 anni questo hanno tentato di restaurare, producendo fino ad oggi generalmente confusione, quindi se da una parte non sono riusciti nel progetto di asservire la scuola ad un idea complessiva di governo della società, sono comunque riusciti a paralizzarla, basti citare la paralisi della ricerca pedagogica che quando va bene è rimasta semplicemente teorica, non determinando sperimentazione di nuove metodologie.
Se abbiamo contraddizioni di fase che in prima battuta coinvolgono studenti e personale della scuola dobbiamo ripartire dall’organizzazione complessiva della società. Sia chiaro non intendo sottovalutare il “qui ed ora” sto dicendo diamogli una cornice di riferimento. L’ultima crisi economica ci parla comunque della scuola come luogo in cui riconnettere economia e politica. Se è vera la teoria che sto esponendo, e la destra sta usando la scuola come luogo della mediazione e gestione dell’egemonia ideologica e culturale, prima di tutto dobbiamo rompere e fare entrare in contraddizione questo meccanismo (ben vengano i tetti, ben vengano le occupazione con sperimentazioni didattiche, ben vengano le scuole per chi altrimenti non può andare a scuola). Non dico che non ci si debba occupare contemporaneamente anche del come, cioè della didattica (intesa come forma di organizzazione e ancor più di trasmissione dell’ideologia dominante). Ciò che produsse il ‘68 è stata l’immissione di tanti soggetti dentro al circuito dell’educazione e dunque per contrasto, attualmente, è proprio ad azzerare questi effetti che si punta, la crisi della scuola post ‘68 era una crisi prodotta da “sovrappopolazione”, ciò che la crisi produce oggi è un tentativo di allontanamento dal circuito scolastico, con trasmissione dell’ideologia dominante a quelli non esclusi (“gli insegnanti non facciano politica in classe”).

iger_1981_199La scuola deve essere il luogo d’incontro di cultura e politica, dobbiamo restituirgli la funzione oggettiva (ancorché problematica) di conoscenza del reale, può essere il luogo in cui si criticano i referenti reali della cultura e della dialettica ideale di un modello di società che non ci piace, e che anzi utilizza la scuola in un processo di inveramento e di rinforzo che ne occulta la funzione a noi più cara. L’attuale governo, come altri già prima, cerca la propria sopravvivenza e perpetrazione anche attraverso meccanismi di riduzione e scomposizione della funzione scuola, a noi sta il compito di accorgercene e di iniziare a tenere alto lo scontro, dalla partecipazione ai consigli di istituto (o come si chiamino oggi), alle proteste e occupazioni, alle manifestazioni, a “chi più ne ha più ne metta”.
Nel frattempo pensiamo il più rapidamente possibile a cosa dovrebbe servire la scuola!
AVANTI MINIPOPOLO!

elementi di teoria politica

6828_103379663010385_100000150562545_100231_3797373_nA seguito anche della pubblicazione di questa nota http://www.facebook.com/home.php?#/note.php?note_id=180129644687&ref=mf, discutevamo con un amico della permeabilità degli enti, degli ordini, delle municipalizzate (o ciò che ne resta), delle spa a maggioranza pubblica e tutto il resto alla presenza della destra. L’idea è che il connubio sdoganamento culturale/occupazione di posti (potere) stia progressivamente vedendo sostituire un ceto politico di sinistra con un ceto di destra (come  quota ancora minoritaria, ma in costante aumento). Il PD tende ad andare verso un “fare a mezzi ” con la PDL.

Prima si poteva dire in Umbria e soprattutto nel capoluogo, che il PCI (col benestare dei massoni) prendeva quasi tutto, concedeva a socialisti e democristiani, ma escludeva la destra dalle spartizioni. Progressivamente quel che definiamo oggi PD sta assistendo a questa sostituzione, ma si può dire che recita una parte attiva, quando la sua azione di intermediazione serve soprattutto a frenare gli appetiti (molto presunti) di ciò che sta alla sua sinistra. I vari gestori di quel partito cercano di conquistare il massimo per il proprio sottogruppo e per il resto chi s’è visto s’è visto (ma cerchiamo di tenere fuori dalle spartizioni rifondazione, fanno troppo casino! Questo concetto andrebbe reso accessibile anche ad alcuni compagni). Tutto questo non avviene nel nostro Comune (PANICALE) in cui il lavoro RC/PD vuol avere tutta altra direzione, devo dire che alcuni dei gestori annusando il fenomeno cercano di arginarlo anche se in maniera isolata e scoordinata e questo rende la loro azione meno efficace.

3534_6Vi raccontavo che partendo da questo siamo finiti a discutere della vittoria delle destre e del loro presunto buon governo, della incapacità di governare dimostrata negli ultimi anni dalle giunte di centro-sinistra che non hanno saputo garantire trasparenza e chiarezza politica, con scelte che favorissero i ceti deboli e equiparassero servizi e diritti, e della momentanea (speriamo) facilità dei governi locali di destra di fare meglio della sinistra di governo. Esprimevamo perciò grande preoccupazione per le prossime regionali, ma soprattutto guardando al futuro.

A questo punto è uscita la novità, il mio amico mi ha detto: ti ricordi dei padroni? Gli ho detto: penso di si (avrei dovuto rispondere con più sicumera). Poi ha continuato: i Sindaci che fanno riferimento alla casa della libertà, puoi vederli, non tanto in Umbria quanto in altri territori, con addosso la fascia tricolore e la spilletta della finivest.

images No gli ho detto! E lui mi ha incalzato: anche il partito comunista cinese ha un’oligarchia che può sfiduciare il segretario, Berlusconi chi può discuterlo? E’ il padrone quello vero e più che gestire la PDL come un’azienda, la gestisce da padrone e come padrone è paterno, seducente, severo, e soprattutto fuori dal controllo di chiunque, fa quello che vuole, come vuole, quando vuole. Come il padrone ha i suoi servi, come padrone è riuscito a non avere oppositori, è anche un padrone italiano e dunque affabile, scherzoso, puttaniere, complice di marachelle, nessuno può metterlo in discussione.

Il peggio del ragionamento è che se fosse vero, non abbiamo ancora capito come si butta giù quel padrone, aspettare la consunzione ci sembra lungo, sperare che ciò che possiede gli si ribelli è vano,anche perché può anche comprare uomini, e allora?

Primo cercate di metabolizzare che stiamo dando posti di potere, per via elettiva o per quieto vivere a persone che possono, simbolicamente o meno, indossare contemporaneamente, spilletta e fascia.

Secondo AVANTI MINIPOPOLO!

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racconto popolare – le manifestazioni di piazza (RI)diventano precarie

Accogliamo volentieri il reportage del nostro occasionale inviato Sante de Papiano.

Sabato 3 ottobre, oltre alla manifestazione giusta e legittima di piazza del popolo per la libertà d’informazione, si è svolta un’importantissima manifestazione dei precari della scuola che si è trasformata ben presto in una strana odissea.
Il coordinamento dei precari della scuola, nato unendo tutte le sigle che si erano via via formate a difesa della scuola pubblica e contro la macelleria sociale di Maria Stella Tremonti, aveva indetto sin dalla sua nascita a Luglio una manifestazione nazionale contro il precariato scolastico e a difesa della scuola pubblica proprio in data 3 ottobre.
In seguito alle funeste notizie di morte dei militari italiani e di numerosi civili afghani, con una decisione che resta abbastanza incomprensibile, la manifestazione indetta dalla federazione nazionale della stampa a difesa della libertà d’informazione è stata spostata proprio in questa data togliendo, così, qualunque possibilità di visibilità a questa importantissima battaglia che migliaia d’insegnanti, precari e non, sta tenacemente combattendo nell’indifferenza totale dei mezzi d’informazione.
Da qui è nata, tra l’altro, una spaccatura all’interno del coordinamento tra chi pensava che fosse necessario passare a piazza del popolo, attirando così un minimo di attenzione della stampa sull’evento inserendo un relatore dal palco, e chi sosteneva che, essendo quella una piazza fortemente caratterizzata a livello politico, si dovesse tirare dritto con il corteo fino al ministero rivendicando la propria autonomia e dando, così, modo ai tanti precari del sud di poter tornare ai treni in un orario utile.
La conclusione è stata che un folto gruppo di precari ha presidiato il ministero dal primo pomeriggio e che il corteo, composto da almeno 20000 insegnanti, con tenacia straordinaria, è arrivato a destinazione alle 20 nonostante il percorso seguito non avesse nulla da invidiare ai corsi di addestramento alla sopravvivenza dei corpi speciali israeliani.
Prima siamo stati bloccati per quasi due ore a piazza del popolo perché, casualmente, sulla strada che dovevamo utilizzare erano bellamente parcheggiate, alla rinfusa, alcune macchine; poi siamo stati fermati subito dopo dalle forze dell’ordine per non meglio precisati problemi di autorizzazione e, infine, siamo stati accompagnati, come una massa di reietti in quarantena, letteralmente sugli argini del Tevere, nascosti da tutti, tra fango e sporcizia.
Eroicamente siamo comunque infine giunti a destinazione dove, anche simbolicamente, ci siamo riuniti ai colleghi del presidio.
Risultato: non un giornale, non una televisione ha mostrato immagini del presidio, non un giornale, non una televisione ha mostrato immagini del corteo, nonostante tutto partecipatissimo e autoironico.
In sintesi siamo costretti a chiederci quale sia la libertà di informare che giustamente viene reclamata.
Esimi professionisti e alacri cacciatori di notizie pensano che non sarebbe stato un gran bel servizio quello che avesse ripreso centinaia di rispettabili professori di tutte le età costretti a passeggiare per chilometri sul lungo Tevere.
Oppure è stata la giusta via crucis per i miscredenti che hanno osato lasciare la piazza in cui si consumava la rivendicazione del diritto al gossip e all’omicidio dell’informazione!

Federico Santi
Insegnante precario
Responsabile Lavoro Segreteria Provinciale Prc Perugia

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la case a chi ne ha bisogno

Intanto esploriamo,  poi se il bisogno c’è, lo soddisfaciamo

iger_1985_073Bando esplorativo per l’assegnazione in locazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica

BANDO ESPLORATIVO, AI SENSI DELLA LEGGE REGIONALE 28-11-2003, n. 23, PER LA FORMAZIONE DI UNA GRADUATORIA CHE RILEVI IL FABBISOGNO DI ASPIRANTI ALL’ASSEGNAZIONE IN LOCAZIONE DEGLI ALLOGGI DI EDILIZIA RESIDENZIALE PUBBLICA SI PORTA A CONOSCENZA DELLA CITTADINANZA CHE È INTENZIONE DI QUESTA AMMINISTRAZIONE RISTRUTTURARE APPARTAMENTI, IN PANICALE, DA DESTINARE ALLA LOCAZIONE A CANONE SOCIALE E/O CONCORDATO, PERTANTO, AL FINE DI ACQUISIRE DATI UTILI ALLA PROGRAMMAZIONE DEGLI INTERVENTI

SI  INVITANO

COLORO CHE FOSSERO INTERESSATI A FORMULARE RICHIESTA ( NON VINCOLANTE ) AL COMUNE MEDIANTE LA COMPILAZIONE DELLO STAMPATO DISPONIBILE PRESSO L’UFFICIO TECNICO O SCARICABILE ANCHE DA QUESTO ARTICOLO – AREA ASSETTO DEL TERRITORIO.

La domanda, debitamente compilata e sottoscritta dal richiedente, deve essere spedita al Comune di Panicale – Via Vannucci, 1 – 06064 PANICALE (PG) tramite Servizio Postale mediante posta ordinaria, con allegata copia fotostatica del documento di identità in corso di validità, ovvero presentata direttamente al Comune e sottoscritta alla presenza dell’incaricato al ricevimento della stessa.

Il modello di domanda contiene tutte le informazioni e le istruzioni per una corretta compilazione. La domanda dovrà pervenire al Comune entro il 15 ottobre 2009,

la scadenza è prorogata dal 30 settembre al 15 ottobre

bando scaricabile

domanda semplice

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quand’ ho ditto ho scritto! sul dialetto e forse sulla lega

Capeglie a spaglio

Lo scopo di questo articolo non è accademico, non tentiamo di trovare scientificamente campi d’azione specifici, né tantomeno intendiamo denigrare l’azione dei tanti teatri dialettali umbri (citiamo la scuola magionese tanto per farci capire) che anzi secondo noi interpretano e usano il dialetto con il “giusto spirito”.

Tifo+(002)Il “giusto spirito” si richiama al parlato, dovessimo dire i pregi del dialetto diremmo la freschezza e l’immediatezza, forse per i più anziani anche la nostalgia, sicuramente l’assenza di regole, un apprendimento informale non legato ad uno schema ad un metodo qualsiasi che si preoccupi di riprodurlo, ma alla quotidianità, alla necessita. Il suo uso è legato ad un immediata utilità, l’appartenenza ad un consorzio sociale di cui si vuole fare parte con cui si costruiscono relazioni grazie anche a questo mezzo. Per me il dialetto non si recupera dopo aver imparato l’italiano, semplicemente si usa per “scambiare” con altre persone, qualunque sia il fine delle relazioni, discorso a parte meriterebbe la gestualità associata al dialetto che in qualche modo ne integra i vocaboli, aggiunge, ad un vocabolario che può contare su un parco parole non vastissimo, ma caratterizzato anche dalla espressività. In qualche modo per chi proviene dal mondo contadino (luogo privilegiato del dialetto ma non esclusivo, un mondo che poco scambiava con l’esterno, un mondo di emigrati e non immigrati fino a qualche anno fa), lo studio della lingua italiana forniva strumenti per l’uso del dialetto, che non aveva una grammatica scritta. Il dialetto rimane comunque vivo, fortissimamente tradizionale, contemporaneamente modificato dall’uso, che non si limita semplicemente ad ammettere neologismi (con molta lentezza, ma lo considero un pregio), ma che modifica la propria codifica senza la necessità di essere codificato, rifiuta le grammatiche. Insisto nel dire che il dialetto di cui parlo (e che parlo) non ha strette parentele con il dialetto studiato in alcuni circoli che in qualche modo recuperano storia e ragionano senza quel principio di utilità quotidiana di cui parlavo sopra, ma ragionano in termini di conservazione, di memoria, di diga contro tutti i modernismi. Se volete posso anche ammettere che entrambe le funzioni erano importanti.terzarassegnaTeatroDialetta Se penso ad uno spettacolo tipo Beniamino Ciofetta Appaltatore, non penso al piacere della rievocazione di una lingua usata qualche anno prima o allo sdoganamento di un modo di parlare che pretende dignità o al recupero tradizionale di qualcosa che può smarrirsi, ma penso ad un opera teatrale divertente di cui capisco parole ed espressioni, perché come dicevo il dialetto si nutre d’espressioni.

In qualche modo la forza del dialetto sta anche nel fatto che non si veniva giudicati nel parlarlo, non c’era la scuola che valutava quanto e se eri bravo, non c’erano correzioni, non c’erano voti, c’era la necessità di comunicazione, di capirsi. Il dialetto non sai come scriverlo, è soprattutto parlato, interpretato, affonda le radici anche nell’analfabetismo (sto volutamente ignorando la poesia e la prosa dialettale che merita un capitolo a parte). Il bisogno del dialogo fuori dal proprio territorio generava la necessità di parlare una lingua comune comprensibile ad altri, quasi universale nel suo risolvere una necessità.

Se è vero questo, la proposta leghista d’insegnamento del dialetto, secondo me, volente o nolente, nasconde e significa qualcosa di più della semplice rivendicazione “nordista” o territoriale, e cioè la deriva culturale isolazionista, protezionista, antisociale, che vorrebbe il mondo ricondotto ad un feudalesimo peggiorativo in cui la nostra sicurezza passa attraverso l’innalzamento di barriere, fisiche e mentali, che più che tenere fuori il diverso ci rinchiudono dentro prigioni neanche tanto dorate.

Anche qui la sinistra ha bisogno di reinterpretarsi o se volete ritrovare un pezzo del ragionamento sulla sua esistenza e utilità, non basta essere contrari ad una proposta con una vaghezza che si richiama a principi simili e perciò concorrenziali alla cultura di destra che sta diventando egemonica, ed anche per questo continuo a ripetervi:

AVANT’ POPLO!

Recinto in rete 3x2

arpulimo ‘gni cosa

header_campagnaSi possono connettere esperienze storiche di sensibilizzazione sui problemi ambientali, municipalità, scolaresche, le brigate ambientali, i semplici cittadini nel tentativo di produrre un duplice risultato (informare e praticare) che in prima battuta porta beneficio ai luoghi inquinati e difficilmente raggiungibili del nostro territorio? Oltre la connessione si può rendere visibile ed efficace, diremmo utile tale esperienza? E’ possibile unire informazione, sensibilizzazione, socialità, buone pratiche e risultati visibili? E’ possibile dispiegare un’azione preventiva che cambi la modalità di gestione del problema rifuti dal “ci pensano gli altri”, “quello che faccio io non conta”, “siamo una goccia nell’Oceano”, per garantirci una parte da protagonisti nel sistema di gestione dei rifiuti (senza dimenticare che paghiamo come utenti per un servizio che deve essere svolto con capacità e responsabilità)? La risposta non ce l’abbiamo e risulta molto meno scontata di quello che può sembrare, ma possiamo fare tentativi che vanno in questa direzione, sperimentare, costruire occasioni di scambio e crescita, diremmo contaminazioni. Ed ecco qua la proposta, a bocce ferme ne valuteremo l’efficacia (speramo bene):

logo_pageIl Comune di Panicale ha aderito alla campagna di Legambiente “Puliamo il Mondo”.

Grazie all’impegno della Polizia Municipale (delega assessorile al “nostro” Francesco Liscaio), armati di buona volontà, Sabato 26 mattina dalle ore 8,00, semplici cittadini, alunni delle scuole,  brigate ambientali ed i vigili si danno appuntamento in Piazza Amendola a Tavernelle (piazza del mercato) per una giornata all’insegna della sensibilizzazione sui problemi ambientali, dello stare insieme, del provare a rendere migliore il proprio territorio facendo qualcosa di pratico ed immediatamente utile. Pur caratterizzato da una ottima risposta della cittadinanza riguardo il problema dei rifiuti, e dunque da alte percentuali di raccolta differenziata, e dalla attenzione alla valorizzazione dei propri luoghi e del paesaggio, rimangono zone non proprio incontaminate che saranno al centro dell’azione di ripulitura di Sabato, strade fossi, torrenti e tutto quello che può essere sfuggito alla quotidiana attività di pulizia e che è stato notato dai cittadini che parteciperanno. Tutti gli interessati e anche i più svogliati sono invitati a partecipare, sapendo che in tutto il mondo per tre giorni si proverà a fare un passo avanti per vincere la scommessa di una corretta gestione dei rifuti, unendo informazione e pratica, aumentando le proprie conoscenze e competenze, ma anche rimboccandosi le maniche.

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