1966
DIBATTITO E DEMOCRAZIA (P. Secchia “Patria indipendente”)
Perché apriamo un dibattito? Il punto di partenza ritengo sia la necessità di ricercare e infine di trovare la risposta concreta ad un interrogativo che molti compagni e amici si propongono: che cosa deve fare oggi la Resistenza? Che cosa deve fare oggi l’ANPI? Si tratta di due ordini di problemi distinti: l’uno riguarda tutti gli uomini che si richiamano alla Resistenza, l’altro interessa un’associazione, la più attiva, la più unitaria, seppure anch’essa con le sue debolezze, tra quelle che reggruppano gli uomini della Resistenza. Due ordini di problemi distinti per portata ed obiettivi di lavoro, ma non separati da una muraglia. Le rispettive soluzioni infatti si intrecciano e confluiscono in un unico scopo. Arialdo Banfi ha iniziato la discussione trattando soprattutto del primo ordine di problemi, il che per ora farò anch’io.
Sull’inquietudine del mondo e dell’Italia, sui problemi non risolti che si accumulano, sulla crisi che non è soltanto crisi di governo, sui vecchi e nuovi motivi di sfiducia nelle istituzioni parlamentari sorgenti dalle acque stagnanti, non credo sia il caso di aggiungere parole, ripetere le stesse cose. Così pure concordo pienamente con l’amico Banfi sulla necessità che gli italiani prendano coscienza che “elemento insostituibile di un sistema democratico sono i partiti politici che esprimono, in modo organizzato, le tendenze presenti nel paese e che la loro adesione ai partiti non può essere un semplice fatto elettorale, da esprimere in occasione del voto, ma un modo di essere cittadini democratici”.
Un anno fa, a Siena, ci trovammo tutti uniti e possiamo dire unanimi da Boldrini a Banfi, da Andreis a Nitti, a Secchia a tanti altri nel respingere quella tendenza ben descritta da Mazzon, ad una critica recriminatoria e negativa dei partiti considerati da certuni falliti ed in gran parte responsabili, tutti sullo stesso piano, della non avvenuta realizzazione degli ideali della Resistenza.
I partiti sono una realtà e – piaccia o non piaccia a certuni – sono alla base della nostra Costituzione, gli strumenti necessari e indispensabili della dialettica e della vita democratica, soprattutto, i partiti danno la possibilità “ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la vita nazionale”.
Ma i partiti, i loro apparati e i loro gruppi parlamentari non risolvono e non possono pretendere di risolvere tutto da soli. Da cosa nasce questa serpeggiante sfiducia nel sistema dei partiti e nelle istituzioni democratiche? Da molte cause, ma una di esse e forse la principale è che oggi tutto si risolve sempre più dall’alto nei grandi centri di potere e questo “potere” è nella mani di un gruppi sempre più ristretti che dominano la vita nazionale, nell’economia (monopoli), nella politica (governi), nei partiti (direzioni e apparati). Gli apparati politici vivono in un mondo in un certo senso irreale, astratto, di “eletti”, di professionisti della politica, mentre sempre più forte si sente la necessità di vivere la vita reale degli uomini semplici, la vita normale ed abituale degli uomini del mondo del lavoro.
Si è andata facendo strada in certi ambienti l’idea che democrazia e Parlamento siano sinonimi; mentre invece la democrazia si esplica in molte forme di cui quella parlamentare non è che una. Sempre più forte è sentita dalla grande massa dei cittadini la necessità di poter partecipare più direttamente alla determinazione della politica nazionale. Sempre più forte il cittadino produttore (si usa parlare di uomo semplice, di uomo della strada, ma sarebbe più giusto chiamarlo uomo del lavoro) sente la necessità di contare, di poter esprimere e fare valere la sua opinione, di poter esercitare un peso effettivo nelle decisioni, nella risoluzione dei più importanti problemi della vita nazionale. Ritengo che Pierre Mendès-France abbia detto una grande verità quando affermò che nel prossimo avvenire la democrazia di rappresentanza elettiva dovrà cedere il passo di fronte alla democrazia della partecipazione diretta. Gli operai, i tecnici, i contadini, i professionisti, gli impiegati, i lavoratori di ogni categoria sentono che la loro azione non può esaurirsi nel dare ogni 5 anni un voto, un mandato fiduciario e neppure nella lotta quotidiana in difesa del salario, dell’orario e delle condizioni di lavoro. Non si vive di solo pane e vi sono problemi dalla cui soluzione dipendono i salari, le condizioni di vita, il progresso e con la pace l’avvenire del paese.
Da oltre un mese la crisi di governo si trascina nella confusione, negli inganni, negli equivoci barattieri e nelle risse tra ristretti gruppi di potere. In quale modo gli operai, i contadini, i tecnici, i professionisti, gli uomini del lavoro e degli studi possono intervenire? Chi li consulta? Come possono fare a far sentire la loro volontà? Attraverso quali meccanismi? Il Parlamento? I Partiti? Il Parlamento è estraneo, anzi in periodi di “crisi” è chiuso, non funziona neppure formalmente. I partiti? Ma dal consesso dei partiti e delle direzioni che si incontrano al tavolo delle trattative ne manca uno, ed è uno che conta 8 milioni di elettori e rappresenta una grande parte del corpo elettorale ed una parte ancor più grande del mondo del lavoro. In questo modo, la democrazia viene falsata e tutto il gioco è alterato.
Quando la discriminazione prevale, la democrazia cessa di funzionare. Quando un partito ha la vocazione del monopolio del potere per sé e del veto discriminatore per altri, il suo governo si trasforma in regime. Nessun governo potrà mai veramente governare, durare, risolvere i problemi vitali, fare una politica progressiva se prescinde da una grande parte delle forze produttive, delle forze democratiche del lavoro. Potrà mettere assieme una trentina di poltrone ministeriali, fare prevalere questa o quella corrente di partito, ma non avrà effettivo potere di governo, i suoi ministri non avranno capacità di persuasione, varranno pressoché zero nel campo produttivo, tra gli uomini del lavoro. Qualsiasi programma di governo o di partiti che non tenga in adeguata considerazione le forze del lavoro e la loro volontà non può essere un programma democratico. Ogni politica che non parta dal presupposto di “liberare”, di dare maggior potere, attraverso le necessarie riforme, alle forze del lavoro non può che essere sterile, destinata al fallimento, anche se viene sbandierata nel nome di grandi ideali e con le migliori buone intenzioni.
Si tratta di verità semplici, elementari, che dovrebbero unire tutti gli uomini che si richiamano agli ideali della Resistenza. Ma non bastano certo le parole, né la propaganda delle verità per mettere in movimento le masse dei cittadini, per unire i democratici e determinare le condizioni necessarie alla realizzazione di governi nuovi, di una politica nuova, a retti rapporti tra governo e paese e ad un effettivo funzionamento delle istituzioni democratiche. Ecco perché dobbiamo sì discutere, dibattere, ma soprattutto operare, lavorare, agire. La discussione da sola non è sufficiente se non è accompagnata dall’impegno di lavoro, di iniziative e di lotta di tutti gli uomini della Resistenza e delle loro organizzazioni.
Prima di Siena abbiamo detto: apriamo un dibattito; dopo Siena abbiamo ripetuto: portiamolo avanti. E’ trascorso un anno e tanto per cambiare, stiamo aprendo o riaprendo un dibattito. Senza dubbio il dibattito aiuta a chiarire le idee, può dare una spinta, farci fare dei passi, ma la soluzione occorre trovarla nel lavoro, nelle iniziative, nell’impegno e nelle lotte non di gruppi ristretti, ma delle masse. I dibattiti devono andare al fondo delle cose, investire i problemi reali quali le condizioni di vita, l’occupazione, la libertà, le discriminazioni, il governo che occorre dare al paese; deve affrontare le questioni che ogni giorno si dibattono nelle officine, nelle aziende, negli studi, nelle scuole, ed in questi dibattiti devono avere il loro posto anche gli ideali. Poiché gli ideali sono anch’essi una realtà; la Resistenza non sarebbe vissuta, gli uomini come la società non potrebbero vivere ne progredire senza ideali.
I dibattiti devono affrontare problemi reali e ad essi devono partecipare il più gran numero di lavoratori, di cittadini. Oggi è invalsa l’abitudine delle tavole rotende, ma le stesse tavole rotonde hanno assunto una forma sempre più di élite, di aristocrazia, riuniscono alcuni cervelli attorno ad un tavolo, dinanzi ad un registratore o anche davanti a un “video”: in ogni caso, si tratta di una forma sempre limitata e indiretta di democrazia che divide il popolo in pochi eletti da una parte e in milione di ascoltatori dall’altra. Cosicché non soltanto è ristretta la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni, ma persino ai dibattiti.
Il papa s’è recato nei giorni scorsi in mezzo agli operai edili. E’ stato un grande esempio. Perchè certe tavole rotonde non potrebbero farsi davanti alle assemblee di cittadini, di lavoratori col diritto, nei limiti di tempo e di possibilità, ai presenti di poter intervenire?
Occorre raggiungere direttamente gli uomini del lavoro e degli studi, i produttori nelle loro sedi più naturali, nelle officine, negli studi, nelle assemblee sindacali e associative. Quale governo dare al paese, con quali forze, come dare vita a governi che possano veramente governare, come uscire dalla crisi che non è soltanto economica, ma politica e sociale? Questa le questioni che interessano tutti i cittadini, tutti i democratici, e con essi gli uomini della Resistenza. Tutti sono interessati a queste questioni, devono poter intervenire nei dibattiti, esprimere il loro parere, far sentire la loro volontà. E questa loro volontà non può essere ignorata né dal Parlamento, né dal governo, né dai partiti.