129-24

Marx Gundrisse 1.1.2

[Eternizzazione di processi di produzione storici. Produzione e distribuzione in generale. Proprietà]  Non vi scoraggiate alla prima lettura e leggetelo come pensato nell’attuale stato dello sviluppo del modello capitalista

Quando si parla dunque di produzione, si parla sempre di produzione ad un determinato livello di sviluppo sociale — della produzione di individui sociali. Da ciò potrebbe sembrare che, per parlare in generale della produzione, noi dovessimo o  seguire il processo di sviluppo storico nelle sue diverse fasi, oppure dichiarare fin dall’inizio che abbiamo a che fare con una determinata epoca storica, e quindi ad esempio con la moderna produzione borghese, che in effetti è il tema specifico della nostra analisi. Ma tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, certe determinazioni comuni. La produzione in generaIe è un’astrazione, ma un’astrazione che ha un senso, nella misura in cui mette effettivamente in rilievo l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Tuttavia questo elemento generale, ovvero l’elemento comune che viene astratto e isolato mediante comparazione, è esso stesso qualcosa di complesso e articolato, che si dirama in differenti determinazioni. Di queste, alcune appartengono a tutte le epoche; altre sono comuni solo ad alcune. [Alcune] determinazioni saranno comuni tanto all’epoca più moderna quanto alla più antica. Senza di esse sarà inconcepibile qualsiasi produzione; salvo che, se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni comuni con quelle meno sviluppate, allora bisogna isolare proprio ciò che costituisce il loro sviluppo, ossia la differenza da questo elemento generale, mentre le determinazioni che valgono per la produzione in generale devono essere isolate proprio affinché per l’unità — che deriva già dal fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sono i medesimi — non venga poi dimenticata la diversità essenziale. In questa dimenticanza consiste appunto tutta la saggezza degli economisti moderni che dimostrano l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti. Un esempio di questa dimostrazione: nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, non foss’altro questo strumento che la mano; nessuna produzione è possibile senza lavoro passato, accumulato, non foss’altro questo lavoro che l’abilità assommata e concentrata nella mano del selvaggio mediante l’esercizio ripetuto; il capitale è tra l’altro anche uno strumento di produzione, anche lavoro passato, oggettivato; dunque il capitale è un rapporto naturale eterno, universale. Ovverosia, a condizione che io tralasci proprio quell’elemento specifico che solo trasforma uno «strumento di produzione», un «lavoro accumulato», in un capitale.

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Mao – “Il nostro studio e la presente Situazione” (12 aprile 1944)

Molte cose possono diventare un peso, una zavorra, se ci aggrappiamo ad esse ciecamente e senza spirito critico. Facciamo qualche esempio. Se avete commesso errori, potete pensare che qualunque cosa facciate essi vi peseranno addosso e quindi scoraggiarvi; se non avete commesso errori, potete ritenervi infallibili e perciò diventare presuntuosi. La mancanza di successo nel lavoro può causare pessimismo e abbattimento, mentre il successo può generare orgoglio e arroganza. Un compagno con un breve passato di lotta può per questa ragione sottrarsi a ogni responsabilità, mentre un veterano può considerarsi infallibile a causa del suo lungo passato di lotta. Gli operai e i contadini, orgogliosi della loro origine di classe, possono guardare con disprezzo gli intellettuali, mentre questi, per via di una certa quantità di conoscenze, possono guardare con disprezzo gli operai e i contadini. Nel lavoro, qualsiasi specializzazione può diventare un capitale personale e portare perciò all’arroganza e al disprezzo degli altri. Perfino l’età può essere motivo di presunzione. I giovani, ritenendosi intelligenti e capaci, possono guardare con disprezzo i vecchi; i vecchi, ritenendosi ricchi di esperienza, possono guardare con disprezzo i giovani. Tutto ciò diventa un peso o una zavorra se si manca di spirito critico. Una delle ragioni principali per cui alcuni compagni si pongono al di sopra delle masse, si staccano da esse e commettono errori su
errori sta nel fatto che si trascinano dietro questi fardelli. Uno dei requisiti indispensabili per legarsi alle masse e compiere meno errori è discernere qual è il proprio fardello, scuoterselo di dosso e liberare così la propria mente. Nella storia del nostro partito si sono avute molte gravi manifestazioni di presunzione e noi ne abbiamo subito le conseguenze.

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Panicale Elezioni Amministrative 2014 e nomine Giunta

COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA
Esprimiamo grande soddisfazione per la vittoria della coalizione di centro sinistra di Panicale per la recente vittoria alle amministrative.
Il consenso popolare raccolto dal programma della coalizione, dai candidati Consiglieri eletti e non, dal candidato Sindaco, ci fa immensamente piacere e ci affida un compito gravoso rispetto al quale siamo stati investiti di grande responsabilità: mettere in campo tutte le energie possibili, progettuali e fattive, per contribuire a far uscire il nostro Comune, la nostra vallata, da una crisi economica che pur avendo connotazioni globali, ha devastato il nostro territorio. Faremo il possibile per passare dalla fase di pura resistenza a quella di fattive attività e per mettere così in campo azioni efficaci di contrasto per quelle che sono le possibilità di un Ente locale.
Certi di aver portato un contributo progettuale importante e di voti ben superiore al semplice numero delle preferenze espresse a favore del nostro candidato, tuttavia non abbiamo condiviso le nomine di Giunta.
Si è scelto di non rappresentare un’area importante della coalizione, si è scelto dunque di tenerci fuori dall’organo esecutivo, non si sono definiti assieme i criteri per la composizione della Giunta e l’assegnazione delle deleghe. Avevamo chiesto che i criteri fossero trasparenti e comprensibili, avevamo chiesto che se il discorso delle preferenze fosse assunto a criterio, questo non valesse solo per estrometterci, ma per definire la composizione dell’organo esecutivo. Così non è stato, anzi trincerandosi dietro le spalle del Sindaco ci è sembrato che alcuni abbiano preferito usare criteri legati agli equilibri interni ad un partito, piuttosto che scegliere per popolarità o competenze. Ci sembra un errore non tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale anche e soprattutto in relazione all’assegnazione delle deleghe, ci sembrano questi gli atti invisi a quella popolazione che ci ha premiati con la sua fiducia e che da più parti ha condannato queste scelte del Partito Democratico.
Si può commettere errori, ma l’importante è accorgersene in tempo e mettere in campo le giuste correzioni di rotta.
Per nostra parte ci sentiamo impegnati con i cittadini che ci hanno scelto, ma più in generale con tutti i cittadini, per portare avanti un programma che ha parlato di lavoro, di occupazione, di servizi, di manutenzione del quotidiano, di attenzione verso i cittadini, di partecipazione. Non ci limiteremo quindi alla semplice vigilanza degli impegni presi, ma intendiamo rilanciare gli impegni programmatici per riparare agli errori fatti e contribuire insieme alla forze vive del centrosinistra a uscire dalle sacche della vecchia politica, dagli scontri fratricidi, per mettere in campo tutte le energie possibili per garantire uno sviluppo territoriale armonico che si fondi sul rilancio occupazionale ed evitare che si usino elezioni e nomine per risolvere gli equilibri interni di partito.
Ci sentiamo parte di questa coalizione, il nostro è un richiamo alla buona politica, ci auguravamo che la nostra estromissione dall’esecutivo servisse a rinforzare e non ad indebolire la Giunta, con la massima franchezza indicheremo la strada giusta e lavoreremo perché si riesca ad imboccarla tutti insieme, il nostro programma ci unisce chiediamo al Partito Democratico che si impegni per portarlo avanti, INSIEME IN COMUNE!
Il Direttivo del Partito della Rifondazione Comunista e
la Segreteria del Partito dei Comunisti Italiani
di Panicale

Elezioni Amministrative 2014 – Partiamo dalle idee e dai programmi

     

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 Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Panicale                                                 

Il Direttivo del Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Panicale intende, una volta chiusa la parentesi delle primarie, centrare la discussione politica non solo sui nomi, ma sui programmi e sulla politica andando a verificare la possibilità di costruzione di schieramenti che sappiano distinguersi prima sulle idee di sviluppo del territorio e poi sui criteri per individuare i soggetti che andranno a chiedere ai cittadini del Comune il consenso per realizzare quei programmi condivisi. Approfittiamo per ribadire che rispetto a quanto accaduto nelle ultime settimane Rifondazione di Panicale come peraltro Rifondazione a livello regionale ha mantenuto con fermezza la propria linea politica: autonomia, unità e radicalità. Autonomia rispetto ad un certo quadro politico regionale che pensa ancora di poter mercanteggiare postazioni e posizioni prescindendo dalle questioni programmatiche; unità a sinistra rispetto alla necessità di garantire la continuità in relazione alle cose buone fatte dall’Amministrazione uscente e alla necessità di rinnovamento che il nostro territorio ci chiede per le nuove e difficili sfide che questi cinque anni e soprattutto la crisi economica imperante ci hanno portato in dote; radicalità rispetto al contributo del nostro partito sulle proposte programmatiche per Panicale a partire da misure concrete contro l’austerità e contro le politiche antipopolari dei governi delle larghe intese.

Riteniamo necessario dunque convocare un tavolo di discussione delle forze politiche che si riconoscono nella matrice comune che rimette il lavoro al centro della discussione politica e che sappia declinare attorno a questo grande tema le politiche quotidiane, ma anche i progetti di sviluppo territoriale, la gestione dei servizi, ma anche la capacità di coinvolgimento dei cittadini nella elaborazione delle proposte e nella condivisione delle scelte.
La forza della coalizione deve nascere dalla sua capacità di proposta e di ascolto: definita la cornice di riferimento comune valoriale, che parta dall’analisi realistica delle condizioni attuali e che sappia porsi traguardi importanti per la soluzione dei problemi quotidiani dei cittadini e per il contrasto degli effetti soprattutto sulle fasce più deboli delle politiche di austerità e della crisi, la coalizione deve favorire la partecipazione di chi si riconosce in questo perimetro valoriale per andare a definire nel dettaglio gli elementi distintivi di un programma il più possibile partecipato e condiviso.
A questo proposito e a titolo esemplificativo andiamo ad elencare alcuni punti di discussione generali che aiutino ad inquadrare il contesto, la cornice valoriale di riferimento:

1. LAVORO E PRECARIETA’
La crisi economica degli ultimi anni si è saldata ad alcuni errori imprenditoriali commessi negli anni passati determinando una devastazione territoriale in termini occupazionali, l’enorme problema del lavoro per i nostri tempi è rappresentato prioritariamente dalla precarietà delle giovani generazioni che si vedono negata la possibilità di costruirsi un futuro sereno (casa, famiglia,
pensione). A questa precarietà si aggiunge quella di molti lavoratori “maturi” espulsi dal mondo lavoro a causa di ristrutturazione dell’azienda che preludono a chiusure, delocalizzazioni, con una età che non consente loro di andare in pensione e rende praticamente impossibile ricollocarsi al lavoro.
Anche gli operatori commerciali e artigianali trovano enormi difficoltà ad affrontare un mercato regionale che privilegia Centri Commerciali, grandi produzioni industriali a scapito di quelle artigianali. A questi problemi, comuni a tutte le realtà simili alla nostra, dobbiamo trovare soluzioni e politiche di contrasto, sebbene sia chiaro a tutti la difficoltà di un Ente così piccolo di poter agire.

2. DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE
Da alcuni anni la questione di una partecipazione attiva dei cittadini alle comunità locali è diventata
fondamentale. Molte sono le esperienze attivate, con risultati più o meno interessati. La vecchia logica della delega, quella secondo cui si chiede il voto ogni cinque anni e nel frattempo ci si chiude dentro il municipio, deve essere superata. I modi per ottenere questo sono i più diversi e possono partire dall’esperienza delle Consulte tematiche già sperimentate negli scorsi 5 anni e attivare percorsi di co-progettazione per temi e per luoghi: per i servizi sociali, per progetti urbanistici o architettonici, per la gestione di spazi, anche a livello di zone di piccole dimensioni o addirittura di caseggiato.
Solo così potrà prendere forma un vero Bilancio Partecipato, ovvero un bilancio che sappia recepire, all’interno delle disponibilità economiche, le esigenze, i desideri e, perché no, i sogni dei cittadini.

3. POLITICHE SOCIALI
Dobbiamo continuare ad eliminare gli impedimenti che i cittadini trovano nel partecipare pienamente alla vita sociale e politica del Comune, poggiando le proposte per i prossimi anni sulle solide basi gettate dall’amministrazione uscente e passando dalla difesa all’allargamento.
In questo senso sono fondamentali le condizioni materiali dei cittadini, ma anche la possibilità di accedere pienamente all’istruzione, alla cultura, all’informazione. Per questo motivo, i diritti sociali non vanno intesi solo in termini di tutela delle fasce più deboli, su cui molto è già stato realizzato in quest’ultimo mandato amministrativo, ma anche come uno strumento per allargare gli spazi di crescita e partecipazione.
La partecipazione dei cittadini nello stabilire strategie e nell’investire il proprio tempo libero nelle attività collettive, la cooperazione e l’integrazione delle politiche sociali con le associazioni di volontariato, sono l’unico modo per riuscire ad assicurare servizi adeguati alle persone bisognose.

4. SCUOLA
Scuola ed istruzione sono altri tasselli importanti per il senso di comunità e per ottenere una partecipazione consapevole da parte dei cittadini. In questi ultimi anni, l’Amministrazione comunale ha investito risorse ingenti per la messa a norma degli edifici esistenti e per attrezzare in modo adeguato le strutture scolastiche e per mettere al sicuro i plessi da riforme nazionali che ne avrebbero compromesso l’esistenza.
Fondamentale sarà garantire una costante collaborazione dell’Amministrazione con gli insegnanti, gli organi collegiali della scuola ed i genitori, per rendersi conto concretamente delle esigenze, degli umori, dei problemi di chi nella scuola ci lavora e ci vive sei giorni su sette alla settimana.

5. TURISMO E CULTURA
Riteniamo strategicamente necessario avviare una seria politica di sviluppo e sostegno al turismo, e fare di esso una delle possibili fucine di posti di lavoro, un lavoro spesso da “inventare”, ma che può e deve diventare stabile e duraturo. Disponiamo della risorsa “Trasimeno”, di un paesaggio caratteristico, di un territorio ricco e biodiverso che ben ha integrato infrastrutture e aree industriali.
Si può immaginare un nuovo ciclo di vita del Comune attorno a queste peculiarità del territorio,
come un asse su cui collocare consapevolmente l’identità e le politiche di “sviluppo”, su cui rinverdire la memoria storica.
Se a questa risorsa aggiungiamo: siti archeologici di indubbio valore, ampie aree rurali particolarmente pregiate, il Museo, la Collegiata, San Sebastiano, il Santuario di Mongiovino per citarne alcuni, ci si può rendere conto delle enormi potenzialità di cui disponiamo. E’ necessario mettere al lavoro un patrimonio inestimabile, uno spazio pubblico, biologico, ecologico, economico e culturale su cui far ruotare le politiche strategiche dell’Amministrazione. E’ necessario appunto garantire quell’innalzamento culturale del patrimonio territoriale che diventi patrimonio condiviso e primo motore di nuovi flussi turistici.

6. PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO
Molto è stato fatto, ma la cosa fondamentale oltre al recupero delle aree e degli edifici dismessi è la realizzazione di un nuovo PRG che sappia essere ancora più dinamico per rispondere ad esigenze in continuo mutamento, uno strumento che non stravolga se stesso, ma che sappia interpretare le trasformazioni al fine di non produrre inutili scempi e di armonizzare gli interventi, andando a semplificazioni burocratiche e diminuendo ancora i tempi di risposta dell’Ente Locale. Non va assolutamente ceduto un cmq di suolo o patrimonio pubblico che anzi va messo a leva per determinare nuovi percorsi lavorativi.

7. AMBIENTE
Ambiente, aria, acqua, rifiuti, energia, beni comuni, la parola sostenibilità deve permeare di se le scelte della futura amministrazione andando a proseguire il lavoro che fino ad oggi ha visto il nostro comune muoversi per primo e con grande perizia su questi temi e che proseguendo nel solco aperto con la solarizzazione e le fontanelle dell’acqua sappia invertire la preoccupante tendenza sulla raccolta differenziata che produce anche un evitabile aggravio di costi per i cittadini.

8. AGRICOLTURA
Una vasta superficie del nostro territorio è costituita da suolo agricolo. La specificità del nostro territorio, estremamente connesso con l’ecosistema lacustre, impone scelte che sappiano tutelare le imprese esistenti e favoriscano la nascita di nuove sul terreno della sperimentazione e della sostenibilità. Proponiamo di pensare ad una consulta o un tavolo di lavoro ad hoc al fine di far circolare le informazioni tra i produttori e i consumatori;
Importante sarà la promozione della filiera corta di qualità, ovvero fare in modo che il consumo avvenga nel territorio di produzione con l’uso di prodotti locali nelle mense.
Appare utile il mantenimento e la ricostituzione delle siepi campestri, delle fasce alberate lungo i
corsi d’acqua, dei boschi, ecc. a mitigazione dell’impatto di zone residenziali, commerciali, industriali e delle infrastrutture; per fare questo si può sfruttare tutti gli strumenti normativi e finanziari anche europei e favorire una capillare informazione su questi strumenti, il prossimo PSR deve vedere molte domande arrivare dal nostro territorio ed essere approvate.

Questi punti andranno sviluppati e se ne aggiungeranno molti altri, noi pensiamo e progettiamo con alcuni capisaldi: ampliamento dei diritti, sostegno ai più deboli, diffusione della cultura, scuole, sviluppo eco-compatibile del paese, miglioramento della qualità di vita.
Consapevoli che per fare questo serve il contributo di idee, proposte e lavoro di tutti, ma anche l’umiltà di chi amministra di ascoltare, di lasciarsi contaminare, di non costruire fortini ma luoghi aperti di confronto. In questo contesto vanno rilanciati e migliorati tutta una serie di servizi associati e da associarsi con i Comuni limitrofi, superando le logiche di campanile e realizzando economie di scala e programmazione integrata, senza però lasciarsi trascinare da moderni correnti di pensiero che andrebbero a danneggiare ulteriormente un territorio che di tutto ha bisogno meno che di ulteriori danni, emulando scelte recenti che invece di produrre modernità e progresso hanno amplificato gli effetti devastanti della crisi economica.
Le conclusioni di questo lavoro dovranno, per forza di cose, essere scritte insieme.

Il direttivo del Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale

130-20

Marx – Per la critica dell’economia politica – il denaro, accumulazione e tesaurizzazione (parti indigeste)

La tesaurizzazione non ha dunque limite immanente, non ha misura in sé, è bensì un processo infinito che in ogni suo risultato trova un motivo del proprio inizio

In epoche di commozioni del ricambio organico sociale, perfino nella società borghese sviluppata, si verifica il sotterramento del denaro come tesoro. La connessione sociale nella sua forma compatta – pel possessore di merce questa connessione consiste nella merce, e l’esistenza adeguata della merce è il denaro – viene salvata dal pericolo del movimento sociale. Il nervus rerum sociale viene seppellito accanto al corpo di cui è nerbo.
Ora, il tesoro sarebbe semplicemente metallo inutile, la sua anima di denaro gli sarebbe sfuggita, ed esso rimarrebbe indietro come cenere bruciata della circolazione, come suo caput mortuum, se non si trovasse in costante
tensione nei confronti di quest’ultima. Il denaro, ossia il valore di scambio fattosi indipendente è, per sua qualità, esistenza della ricchezza astratta, d’altro lato però ogni somma di denaro data è una grandezza di valore
quantitativamente limitata. Il limite quantitativo del valore di scambio è in contraddizione con la sua generalità qualitativa, e il tesaurizzatore sente il limite come barriera che, di fatto, al contempo si trasmuta in barriera qualitativa, ossia fa del tesoro il rappresentante solo limitato della ricchezza materiale. Il denaro, come eguivalente generale, si raffigura, come abbiamo visto, direttamente in una equazione in cui il denaro stesso costituisce uno dei termini, e la serie infinita delle merci ne costituisce l’altro. Dipenderà dalla grandezza del valore di scambio la misura in cui si realizzerà approssimativamente come tale serie infinita, vale a dire corrisponderà al proprio concetto di valore di scambio. Il movimento del valore di scambio come valore di scambio, come automa, in generale non potrà essere che quello di oltrepassare il proprio limite quantitativo. Ma, oltrepassando un limite quantitativo del tesoro, si creerà una nuova barriera che dovrà a sua volta essere superata. Non è un limite determinato del tesoro che si presenta come barriera bensì ogni suo limite. La tesaurizzazione non ha dunque limite immanente, non ha misura in sé, è bensì un processo infinito che in ogni suo risultato trova un motivo del proprio inizio. Se il tesoro si aumenta soltanto conservandolo, è però anche vero che si conserva soltanto aumentandolo.
Il denaro non è soltanto un oggetto della smania di arricchimento, ne è l’oggetto. Questa smania è essenzialmente auri sacra fames. La smania di arricchimento. a differenza della smania di una particolare ricchezza naturale o di valori d’uso come vestiti, gioie, greggi, ecc., è possibile soltanto non appena la ricchezza generale come tale è individualizzata in una cosa particolare e quindi può essere fissata come merce singola. Il denaro appare quindi altrettanto come oggetto quanto come fonte della smania d’arricchimento. In fondo e di fatto si tratta di questo: il valore di scambio come tale, e con ciò il suo aumento, diventano fine. L’avarizia fissa il tesoro non  consentendo al denaro di diventare mezzo di circolazione, ma la bramosia dell’oro ne conserva l’anima-denaro, la sua costante tensione nei confronti della circolazione. Ora, l’attività mediante la quale viene formato il tesoro, è da un lato la sottrazione del denaro alla circolazione mediante una vendita costantemente ripetuta, dall’altro un semplice accatastare, un’accumulazione. Infatti, è soltanto nella sfera dclla circolazione semplice, e cioè nella forma della tesaurizzazione, che avviene l’accumulazione della ricchezza come tale, mentre, come vedremo più avanti, le altre cosiddette forme dell’accumulazione sono considerate accumulazione solo abusivamente, solo per una reminiscenza della accumulazione semplice del denaro. Tutte le altre merci sono accumulate o come valori d’uso, e allora la specie della loro accumulazione è determinata dalla particolarità del loro valore d’uso. L’accumulazione di grano p. es. richiede particolari provvidenze. L’accumulazione di pecore fa di me un pastore, l’accumulazione di schiavi e di terre rende necessari rapporti di signoria e di servaggio, ecc. La costituzione di scorte della ricchezza particolare richiede processi particolari, differenziati dall’atto semplice della accumulazione stessa, e sviluppa lati particolari dell’individualità. Oppure, la ricchezza in forma di merci viene accumulata come valore di scambio, e allora l’accumulazione appare come operazione commerciale o specificamente economica. Il soggetto di quest’ultima diventa mercante di cereali, mercante di bestiame, ecc. L’oro e l’argento sono
denaro non per effetto di una attività qualsiasi dell’individuo che li accumula, bensì come cristalli del processo di circolazione che ha luogo senza il suo intervento. L’individuo non ha da fare null’altro che metterli da parte e
accumulare peso su peso, attività del tutto priva di contenuto la quale, applicata a tutte le altre merci, svaluterebbe queste ultime.
Il nostro tesaurizzatore appare come martire del valore di scambio, come santo asceta sulla sommità della colonna metallica. A lui sta a cuore solo la ricchezza nella sua forma sociale, e perciò la sotterra sottraendola alla
società. Egli esige la merce nella sua forma sempre suscettibile di circolazione, e perciò la sottrae alla circolazione. Egli va in estasi pel valore di scambio, e perciò non scambia nulla. La forma fluida della ricchezza e il suo pietrificato, l’elisir di vita e la pietra filosofale, turbinano in una folle, spettrale ridda alchimistica. Nella sua immaginaria smania di piacere illimitato egli rinuncia a tutti i piaceri. Siccome egli vuole soddisfare tutti i bisogni sociali, soddisfa a mala pena il naturale bisogno corporale. Fissando la ricchezza nella sua corporeità metallica, la fa evaporare fino a ridurla a semplice chimera. Ma in realtà l’accumulazione del denaro per amor del denaro è la forma barbarica della produzione per amor della produzione, ossia lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale al di là dei limiti dei bis ogni tradizionali. Quanto meno sviluppata è la produzione delle merci, tanto più importante sarà la prima autonomizzazione del valore di scambio come denaro, la tesaurizzazione, la quale ha perciò una funzione importante presso i popoli antichi, in Asia fino ai giorni nostri, e presso i moderni popoli
rurali, dove il valore di scambio non ha ancora afferrato tutti i rapporti di produzione.

130-20

126-16

Marx Per la critica dell’economia politica – la merce parte prima

A un primo sguardo la ricchezza borghese appare come una enorme raccolta di merci e la singola merce come sua esistenza elementare. Ma ogni merce si presenta sotto il duplice punto di vista di valore d’uso e di valore di scambio.

La merce è in primo luogo, nel linguaggio degli economisti inglesi, ‘qualsiasi cosa necessaria, utile o gradevole alla vita’, oggetto di bisogni umani, mezzo di sussistenza nel senso più ampio della parola. Questo
esistere della merce come valore d’uso e la sua esistenza naturale tangibile coincidono. Il grano ad esempio è un valore d’uso particolare, differente dai valori d’uso cotone, vetro, carta, ecc. Il valore d’uso ha valore solo per l’uso e si attua soltanto nel processo del consumo. Un medesimo valore d’uso può essere sfruttato in modo diverso. La somma delle sue possibili utilizzazioni si trova però racchiusa nel suo esistere quale oggetto dotato di determinate qualità. Questo valore d’uso, inoltre, è determinato non solo qualitativamente, bensì anche quantitativamente. Valori d’uso differenti hanno misure differenti secondo le loro naturali peculiarità, ad esempio un moggio di grano, una libbra di carta, un braccio di tela, ecc.
Qualunque sia la forma della ricchezza, i valori d’uso costituiscono sempre il suo contenuto, che in un primo tempo è indifferente nei confronti di questa forma. Gustando del grano, non si sente chi l’ha coltivato, se un servo della gleba russo, un contadino particellare francese o un capitalista inglese. Sebbene sia oggetto di bisogni sociali e quindi si trovi in un nesso sociale, il valore d’uso non esprime tuttavia un rapporto di produzione sociale. Questa merce come valore d’uso sia ad esempio un diamante. Guardando il diamante, non si avverte che è merce. Là dove serve come valore d’uso, esteticamente o meccanicamente, al seno di una ragazza allegra o in mano a chi mola i vetri, è diamante e non merce. L’essere valore d’uso sembra presupposto necessario per la merce, ma l’essere merce sembra pel valore d’uso una definizione indifferente. Il valore d’uso in questa sua indifferenza verso la definizione della forma economica, ossia il valore d’uso quale valore d’uso, esula dal campo d’osservazione dell’economia politica . Vi rientra solo là dove è esso medesimo definizione formale. In modo immediato, il valore d’uso è la base materiale in cui si presenta un determinato rapporto economico, il valore di scambio.
Il valore di scambio appare in primo luogo come un rapporto quantitativo, entro il quale valori d’uso sono intercambiabili. Entro questo rapporto essi costituiscono la medesima grandezza di scambio. Così, un volume di Properzio e 8 once di tabacco da fiuto possono essere un medesimo valore di scambio, nonostante la disparità dei valori d’uso tabacco ed elegia. Come valore di scambio, un valore d’uso vale esattamente quanto l’altro, purchè sia presente nella dovuta proporzione. Il valore di scambio di un palazzo può essere espresso in un determinato numero di scatole di lucido da scarpe. Viceversa, i fabbricanti di lucido londinesi hanno espresso in palazzi il valore di scambio delle scatole sempre più numerose del loro prodotto.
Astraendo quindi del tutto dal loro modo d’esistenza naturale e senza tener conto della natura specifica del bisogno per il quale sono valori d’uso, le merci si equivalgono in determinate quantità, si sostituiscono le une alle altre nello scambio, sono considerate equivalenti e in tal modo rappresentano la medesima unità malgrado la loro variopinta apparenza.
I valori d’uso sono direttamente mezzi di sussistenza. Ma viceversa questi mezzi di sussistenza sono essi stessi prodotti della vita sociale, sono risultato di forza umana spesa, sono lavoro oggettivato. In quanto materializzazione del lavoro sociale, tutte le merci sono cristallizzazioni di una medesima unità. Quello che ora dobbiamo considerare è il carattere determinato di questa unità, ossia del lavoro che si esprime nel valore di scambio.

126-16

129-10

Marx – Gundrisse 1.4.1

Ogni mitologia vince, domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e mediante l’immaginazione: essa scompare quindi allorché si giunge al dominio effettivo su quelle forze.  L’arte greca presuppone la mitologia
greca, e cioè la natura e le forme sociali stesse già elaborate dalla fantasia popolare in
maniera inconsapevolmente artistica. Questo è il suo materiale. Non una qualsiasi mitologia, cioè non una qualsiasi elaborazione inconsapevolmente artistica della natura (ivi
compreso ogni elemento oggettivo e quindi anche la società). La mitologia egiziana non avrebbe mai potuto essere il terreno o la matrice dell’arte greca. Ma, in ogni caso,
occorreva una mitologia. E, quindi, in nessun caso uno sviluppo sociale che escluda ogni rapporto mitologico con la natura, ogni riferimento mitologizzante ad essa, e che quindi
pretenda dall’artista una fantasia indipendente dalla mitologia.
Ma la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a
suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili.
Un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto
livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità primordiale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel
momento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti
dei popoli antichi appartengono a questa categoria. I greci erano fanciulli normali. Il fascino che la loro arte esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale
poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse e solo poteva
sorgere, non possono mai più ritornare.

129-10

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Contributi per le conclusioni del IX Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

Prima il dovere e poi il piacere.
1. il comunismo eclettico

Nel nostro piccolo ed in buona compagnia, ricordiamo epoche di domande semplici le cui risposte nel tempo hanno generato molte discussioni, tali discussioni hanno perso lentamente ma inesorabilmente contenuto e si sono essiccate cioè sono rimaste connesse a slogan, a citazioni, come addobbi di una festa di cui non si ricordi il motivo, la natura. Altri prima di me hanno sottolineato come Marx abbia insistito sulle questioni delle merci, oggi questioni completamente derubricate dalle agende dei marxisti, anche di quelli che di definiscono ortodossi o attualizzatori. Da questo punto di vista consiglierei per l’oggi e finché non si produca un numero minimo di soggetti in grado di ragionarne, di evitare tutte le locuzioni o le semplici parole del tipo: rivoluzione, marxismo, partito di classe, poteri forti, ma anche la locuzione c’avevamo ragione noi,  che ha perso qualunque ipotesi di concretezza soprattutto nell’ultimo periodo, diciamo nell’ultimo lustro in cui oltre a non aver ragione eravamo troppo divisi per poter anche solo rappresentare un concetto identitario con pretese universalistiche. Abbiamo intuito qualcosa di buono, ma eravamo troppo impreparati per aver ragione, eravamo troppo pochi per mettere insieme pratiche che potessero costruire una ragione. Ricordo ai più che fra le pratiche inutili prodotte dalla storia comunista, una delle più inutili è da sempre il commento scolastico, direi similmente al versetto dantesco, delle frasi e delle considerazioni che si trovano in Marx come se a quella sola fonte potessimo soddisfare la nostra sete di verità. Non sto proponendo di destinare questo patrimonio alla dimenticanza o al tradizionalismo;  sto dicendo che va modificato l’uso e soprattutto va prodotto una sforzo di lungo periodo, ma che già nel primo periodo raggiunge risultati minimi necessari, di accrescimento delle capacità di analisi e di studio nonché di pratica nel nostro partito, per tornare a parlare a ragionare sui grandi temi con cognizione di causa, per essere comunisti non è necessario aver letto tutti Marx, ma è propedeutico alla crescita del partito il fatto che alcuni lo abbiano letto, capito e lo sappiano raccontare agli altri. Credo sia fondamentale il fatto che non tutti lo abbiano letto, per poterne conquistare la padronanza dentro un processo di crescita collettiva, ma è ancora più importante il fatto che questa presa di coscienza (diremmo minima di classe) porterebbe al definitivo eclissarsi dei parolai, dei citatori, dei modesti (per loro stessa ammissione) intellettuali che  prosperano nel nostro piccolo partito. Il comunismo non è atto di fede o modalità esistenziale, il ragionamento fatto per Marx vale per tutti i “padri”, abbiamo un metodo, ce lo siamo dimenticato, quel metodo non è superato e sono inutili i tentatavi di superarlo, migliorarlo, attualizzarlo, perchè questi tentativi lo banalizzano, lo rendono superficiale, producono quello che potremmo definire il “comunismo eclettico”.

2. democrazia e rivoluzione

Sono almeno 40 anni che il capitalismo aggredisce i tentativi della democrazia di raggiungere la propria completezza, di diventare democrazia reale, dentro uno schema dialettico e probabilmente contro la Storia, la democrazia prova a diventare uno strumento di organizzazione di volontà politica autonoma diremmo di coscienza autonoma, ci sarebbe da pensare che questa completezza minerebbe le basi della struttura capitalistica stessa e per questo viene relegata a feticcio. Qui sta il terreno per l’unità delle forze comuniste in occidente e non solo, qui sta la prima funzione dei partiti, quand’anche fosse obiettivo parziale e/o fuorviante per alcuni, diremmo perfino eretico, è l’unico terreno unitario e nella sua pratica politica potremmo rideterminare quello schema minimo di crescita di conoscenza e di pratica indispensabile per tornare a pensare a quelle categorie citate poc’anzi che giustificano il fine ultimo del comunismo è cioè la trasformazione della società.

3. elezioni ed elettori

Se fossimo d’accordo sulle questioni precedenti potremmo avvicinarci alle questioni del consenso, degli appuntamenti elettorali, dei programmi, della funzione nelle istituzioni con più semplicità e appunto con la certezza che veniamo da lontano, non abbiamo da rivendicare impeti giovanilisti, la nostra forza deve nascere dalla capacità di leggere le trasformazioni e di orientare la nostra azione verso le due stelle polari citate sopra, la prima l’unità dei comunisti in difesa della democrazia e della partecipazione (quest’ultima presa a piccole dosi), la seconda la trasformazione della società. E’ per questo che stiamo nelle Istituzioni ed è la nostra stessa storia che ci aiuta a determinare i processi decisionali e le stesse decisioni. Questo elude il problema del paletto per tornare alla stretta attualità? No, aiuta i piantatori di paletti a posizionarli bene ed a piantarli con decisione. Le riforme recenti, ma soprattutto la quotidianità hanno prodotto una modificazione delle Istituzioni che nella pratica appunto quotidiana negano molti dei presupposti per cui sono nate. Da questo punto di vista per partire dalla Regione che ospita il Congresso, il modello dei cento campanili, dei cento Comuni, della rappresentanza democratica diffusa va salvato anche in un contesto complesso determinando luoghi di discussione, di confronto e limitando lo squilibrio con le municipalità più grandi con processi di aggregazione che non debbono necessariamente prevedere fusioni od unioni, ma possono essere luoghi istituzionalizzati che riequilibrano i rapporti di forza con immediato beneficio per tutte le parti del sistema. Come affrontare poi le questioni più spicciole? Con gli strumenti, seppur un po’ spuntati che ancora abbiamo: organizzazione e confronto, conferenze di programma e centralizzazione delle pratiche elettorali.

4. circoli e circuiti

Abbiamo l’obbligo storico in Italia di rideterminare le condizioni per cui i nostri circoli (intesi come luoghi di base dell’organizzazione del partito) tornino ad essere aggreganti. Si deve determinare una apertura (come spesso ci ricorda il nostro segretario regionale) verso chi la pensa come noi (pochi), verso chi la pensa come noi su alcune questioni (di più), verso chi non la pensa come noi (tanti), si devono ricreare le condizioni per uno scambio proficuo che arricchisca la nostra modestia programmatica; è  vero che abbiamo molto da dire e da fare, è vero che dobbiamo trovare compagni di strada. Le esplorazioni recenti su scala nazionale di questa strada hanno prodotto mostri dentro uno schema di negazione di quel rimasuglio di identità che manteniamo;il confronto deve nascere tra pari che si riconoscono nelle rispettive storie e identità. Altro punto dirimente è ciò che rimane delle nostre cellule, dei nostri circoli. Per mille motivi ad oggi sono refrattari alla partecipazione, non tutti, per motivi dei luoghi e per motivi delle persone. Si riparta da una soglia minima di dignità dei luoghi e delle persone che ci sono dentro (riferito chiaramente al numero più che alla qualità), entrare in un luogo maltenuto o semiabbandonato, frequentato da tre persone che discutono animatamente tra  loro sfiorando il litigio è impossibile anche per i più animati da spirito rivoluzionario. L’evocazione del circolo in ogni campanile serve solo a coprire la propria inadeguatezza, un progetto per riportare i circoli sotto ogni campanile è la riposta seria dei comunisti per mettere le basi di una organizzazione di massa. Non si sostiene che l’apparenza sia importante o che coloro che intendiamo rappresentare non siano spesso gli ultimi, gli scarti di una società che sfrutta e umilia, che riduce i più a condizioni inumane, si sostiene che noi organizziamo queste persone, che li teniamo insieme dentro uno schema che ribalta il modello di società, questa ambizione mal si sposa con l’attuale organizzazione dei circoli e delle stesse federazioni, il tema come al solito è complesso e coniugato, ma da qui si deve ripartire e non si può ripartire conservando ciò che è già in pessimo stato di conservazione.

5. sequenzialità nella discontinuità

Non è che si possa pensare di perseguire gli obiettivi descritti fermandosi un turno, mettendosi a studiare, facendo molti esperimenti in laboratorio per poi proseguire con più autocoscienza il lavoro politico, l’accrescimento del livello della base del nostro partito sia in termini numerici che di conoscenza non avviene a scatti. Siamo vivi e presenti, ci sono molti aspetti positivi nella azione quotidiana del nostro partito. Come dice Santi abbiamo un segretario con il 51% del 51%, ma questo oggi siamo, l’unica raccomandazione è che oltre a far bene le cose le si facciano anche nella giusta sequenza, anteporre o posporre potrebbe influenzare negativamente il risultato finale.

Sanni Mezzasoma – Circolo PRC Panicale (PG)

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