Noi votiamo Rivoluzione Civile

Quando nei prossimi due giorni vi recherete al seggio, nel giudicare persone e programmi, nel dar fiducia ad un progetto politico, usate lo stesso metro per scegliere tra i vari schieramenti.

Ci è parso di notare, durante questa campagna elettorale, che ad alcuni si perdonano atti che, anche in forma più lieve, non si perdonano a chi, a vari livelli, viene ritenuto responsabile dell’attuale condizione italiana, ad altri si concede fiducia anche dopo innumerevoli ed eclatanti fregature, ad altri si perdona e si giustificano scelte esattamente contrarie a quelle che dichiarano di voler fare domani.

Per dirla retoricamente con Bisio però, nessuna verginella, nessun innocente, chi ha ritenuto utile svuotare i luoghi della partecipazione e della politica, vendendosi il voto, accettando clientele, disinteressandosi bellamente della cosa pubblica, oggi tenta di ricostruire verginità ed innocenza, a mio modo di vedere non ci riesce, neanche in doppia cifra.

Votate e fate votare Rivoluzione Civile

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Casalini 3 febbraio ore 17,00

Noi ci siamo!

Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Panicale
Nell’ambito delle iniziative organizzate dai sostenitori della lista Ingroia sul territorio del Trasimeno e della Val Nestore, segnaliamo:

Assemblea Pubblica

Domenica 3 Febbraio

alle ore 17,00

presso la Frazione Casalini del Comune di Panicale.

Un occasione per conoscere meglio, fuori dal circo mediatico, i programmi e i candidati della lista Ingroia.

Interverranno:

Raffaela Simoncini candidata alla camera dei deputati

Stefano Vinti Assessore Regionale del partito della Rifondazione Comunista

gli amministratori locali del partito della Rifondazione Comunista.

La politica tra i cittadini per i cittadini.

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Elezioni politiche 2013

NOI VOTIAMO INGROIA


Anche membri del Partito della Rifondazione comunista, che fanno parte del gruppo di maggioranza del Comune di Panicale appoggiano la lista Rivoluzione Civile con Ingroia. Ripartendo da tematiche comuni e centrali ai giorni nostri come il lavoro e giustizia sociale. Stante la situazione economica attuale, le proposte programmatiche ripartono appunto dal lavoro con il ripristino dell’articolo 18 e contro la riforma Fornero. Vogliamo permettere alle famiglie, di arrivare tranquille a fine mese. Vogliamo restituire reddito e dignità a coloro che hanno perso il lavoro molti dei quali over 50. Combatteremo gli sprechi del denaro pubblico soprattutto quelli destinati ad alimentare conflitti armati. I nostri candidati vengono dalla società civile e e dai conflitti economico-sociali che questa crisi ha prodotto. Da Tavernelle, frazione del nostro Comune è candidata Raffaella Simoncini reduce dalle lotte della cooperativa Euro Service e che ben simboleggia lo spirito che ci anima in questa campagna elettorale.


Fra le iniziative previste segnaliamo due Assemblee pubbliche tra Trasimeno e Val Nestore:

Domenica 3 Febbraio ore 17,00
ai Casalini (fraz. di Panicale) presso il circolo ricreativo interverranno
Raffaella Simoncini candidata alla Camera dei Deputati
Stefano Vinti Assessore Regionale di Rifondazione Comunista
Denny Fabrizzi Assessore al Comune di Panicale

Domenica 10 Febbraio ore 17,00
presso il centro polifunzionale l’Occhio di Tavernelle (fraz. di Panicale) interverranno
Raffaella Simoncini candidata alla Camera dei Deputati
Marco Gelmini candidato al Senato della Repubblica


La politica si fa tra i cittadini per i cittadini. Noi ci stiamo!

 

 


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la politica del: “ma guarda che io prima in realtà avevo detto che avremmo fatto, anche perche mai mi sarei permesso, visto che ci tengo e poi comunque se è andata come è andata non è certo merito vostro, ma direi più nostro e forse mio”

Panicale 08 Agosto 2012

Biogas a Casalini

Il Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale a seguito delle discussioni che si sono

protratte negli ultimi sei mesi sul nostro territorio intende rimarcare il buon lavoro svolto dai

propri componenti il gruppo di maggioranza di Panicale, dal partito a livello provinciale e

da tutto il Gruppo e l’Amministrazione e nello specifico l’ottimo lavoro svolto dal Sindaco.

Diversi politici locali, provinciali e regionali si sono impegnati in dichiarazioni roboanti e

secche che però dimostravano scarsa conoscenza dei fatti nel migliore dei casi, e

tentativo di impostare una lunga campagna elettorale basata sulla confusione e

sull’attacco all’Ente Locale nel peggiore dei casi, rendendo evidente come i problemi dei

cittadini fossero solo un pretesto per il raggiungimento di uno scopo che poco aveva a che

vedere con il biogas e lo sviluppo territoriale. Fra provocazioni, allarmismi, richieste di

dimissioni, panegirici sul funzionamento della democrazia, ricerche sul web di tutte le

teorie più variegate, toni smodatamente alti, attacchi alla stampa accusata ingiustamente

di “collaborazionismo” solo per aver raccontato i fatti, abbiamo cercato di tenere la barra

dritta e di non farci coinvolgere in risse da quartiere che servono ad alzare un gran

polverone che nel momento in cui si posa vede i cittadini trovarsi in condizioni peggiori di

quelle di prima. Abbiamo ascoltato tutti, abbiamo garantito parità di trattamento, abbiamo

accettato il confronto pubblico, abbiamo informato capillarmente sugli atti compiuti e futuri,

abbiamo fatto scelte che parlano di sviluppo territoriale sostenibile. Altri hanno soffiato sul

fuoco dell’anticasta dimenticandosi che a Panicale la casta non c’è e continuando a

spostare l’oggetto del contendere dal merito della questione biogas, al metodo e dunque

sulle modalità di conduzione e sul ruolo dell’Amministrazione, fino a non avere più appigli

e spostando ancora l’oggetto del contendere sulle presunzioni di colpevolezza

evidentemente dimostratesi completamente infondate. Abbiamo più volte detto che

favoriamo lo sviluppo di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili, ma che non

intendiamo asservire il territorio ad infrastrutture che ne sconvolgano gli equilibri e che

avremmo valutato ogni singolo progetto con serietà, attenzione e nel rispetto delle leggi,

utilizzando gli strumenti a nostra disposizione per prendere una decisione in tempi rapidi

che rispettasse i diritti di tutti i soggetti coinvolti. Molti hanno continuato a ripetere di non

aver capito quale fosse la posizione dell’Amministrazione. Evidentemente, più che un

problema di comprensione, a qualcuno questo tipo di atteggiamento non piace, ma siamo

convinti che questi “qualcuno” siano sempre più in minoranza e dunque in continuità con il

lavoro svolto Rifondazione Comunista conferma il suo impegno nel gruppo Progetto

Democratico e rilancia conscia della difficoltà della fase, sui temi del lavoro e della

sicurezza, dello sviluppo economico e della crescita socioculturale del territorio.

Il Direttivo del Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale

Se 8 minuti vi sembran troppi, provate voi a ragionar!

Intervento del compagno Sanni Mezzasoma al Congresso Regionale del Partito della Rifondazione Comunista dell’Umbria

Proverò a lasciare la proposta politica in secondo piano non tanto perché mi convince molto, poco o per niente, quanto perché seguendo le indicazioni del Segretario Regionale uscente, Stefano Vinti, ed assumendomi il ruolo di “informatore”, ho bisogno di indagare e conoscere, se necessario in prima battuta ricostruire, i meccanismi e i processi che portano all’elaborazione di una proposta politica, che in assenza di questa analisi lega la propria potenza, più al caso che ad altri fattori.

[suspension of disbelief]

In narrativa esiste un meccanismo, un patto, un accordo, tra chi racconta e chi ascolta chiamato sospensione dell’incredulità (nel nostro caso i ruoli di scrittore e lettore non sono così canonizzati e fissamente immutabili, parlando di rappresentanti e rappresentati), chi racconta accetta di rimanere nell’Universo narrativo che ha creato, chi ascolta accetta queste regole come certe, invera questo Universo, cosa fondamentale per noi comunisti oggi dovrebbe essere nell’ottica di rinnovamento/rinvigorimento di questo rapporto, la costruzione della possibilità di credere (autocoscienza), dobbiamo restituire la possibilità di scegliere ai rappresentati, di scegliere di credere nell’Universo narrativo.

[il governo Monti toglie la possibilità di scegliere di credere]

Questo elemento della scelta è una delle tante privazioni impostaci dal governo Monti, questo elemento noi abbiamo l’obbligo di restituire ai cittadini, alle classi che vogliamo rappresentare.

Come si fa? Intanto partiamo dal cosa assolutamente non va fatto. Non dobbiamo confondere uno strumento e la sua funzione, lo scopo per cui è stato pensato e finora utilizzato, con chi quello strumento ha usato, non c’è identificazione tra strumento e utilizzatore. Ad esempio se voglio piantare un chiodo utilizzo un martello, se ho scelto il martello della giusta proporzione rispetto al chiodo e alla superficie su cui piantarlo, il fatto che io riesca a piantarlo non dipende dal martello, ma dalla mia capacità di scegliere quello giusto e di usarlo correttamente. Questo esempio dovrebbe aiutarci nella nostra analisi del sistema della rappresentanza, nell’analisi della forma partito, dello strumento cooperativo, ma anche quando parliamo di sanita, scuola, province. E’ peraltro difficile che uno strumento da sempre utilizzato, venga completamente superato, è più probabile che la modernità, la macchinizzazione tengano conto della funzionalità del martello per pensare uno strumento più efficace. Spesso nella foga di rinnovamento di alcune fasi si perde lo scopo ragionando eccessivamente sullo strumento e sulla sua inadeguatezza con la conseguenza che non si riesce più a piantare quel chiodo che col martello saremmo riusciti a piantare.

Cosa va fatto? Va costruito un sano meccanismo di valutazione che sappia passare sotto la sua lente teoria e prassi per sapere se abbiamo azzeccato le scelte politiche, non possiamo basarci esclusivamente sul consenso pur essendo fondamentale nel poter esprimere un giudizio valutativo, quantitativo o qualitativo che sia.

Badare a ciò che si fa e non a ciò che si dice, gli atti sono rivelatori anche delle menzogne oltre che degli errori. Questo è un principio da applicare non solo all’analisi e alla denuncia del montismo, ma anche ai nostri meccanismi valutativi.

[noi siamo diversi e non riusciamo a metabolizzare il fatto che ciò che funziona per gli altri quasi mai funziona per noi]

Prendiamo la questione della propaganda, dobbiamo smetterla col “facciamo come” che a distanza un battito di ciglia vede un processo identificato come utile e da prendere ad esempio, trasformarsi in un fallimento. Dobbiamo tornare al “sappiamo come fare”, basta con le incertezze e le inadeguatezze, basta col tasso alto di sperimentazione e con l’eterogeneità delle posizioni. Perché noi siamo diversi e non riusciamo ancora a metabolizzare il fatto che quello che funziona per altre organizzazioni, dai partiti ai movimenti, quasi sempre non funziona per noi, abbassare il tasso di sperimentazione oggi significa automaticamente alzare la possibilità di valutazione corretta dell’agire politico.

[riduzione della propria intrinseca portata utopica]

Perché quello che funziona per gli altri non funziona per noi? Perché come indicato anche dal Segretario Regionale uscente nella relazione noi abbiamo un portato di Utopia, che in molti casi cerca di diventare realtà concreta e tangibile per le classi che intendiamo rappresentare, la storia di Rifondazione del progetto politico di Rifondazione, può essere riletta secondo chiavi legate alla nostra differenza strutturale rispetto agli altri. Noi abbiamo l’obbligo di confrontare i nostri progetti, le nostre idee, le nostre pratiche, con la “riduzione della propria intrinseca portata utopica”, gli altri no.

 [i cittadini, le comunità, le società, non vivono e non progrediscono senza Ideali]

Che fare anche di fronte a questo? Abbiamo un obbligo di realismo che può derivarci solo dalle pratiche, un realismo ricco di conoscenza, che diventa azione e che però deve forzatamente confrontarsi con l’Utopia con l’Idealità, perché per dirla col compagno “Botte” gli Ideali sono realtà e i cittadini, le comunità, le società, non vivono e non progrediscono senza Ideali, l’impressione è che gli “altri” se ne siano accorti forse è ora che ce ne accorgiamo anche noi.

Rimandi e Rinterzi

Sollecitati da più parti, pur dentro uno schema inutilmente politicista, abbiamo deciso di ripubblicare il comunicato stampa di nomina dell’Assessore al Comune di Panicale Denny Fabrizi in sostituzione dell’Assessore Francesco Liscaio, rivendichiamo la scelta di tenere un profilo sobrio e poco urlato, un profilo tranquillo in un epoca di slogan e strilli. Siamo per una comunicazione semplice e trasparente e ci auguriamo che questo ci consenta di arrivare a quanti più compagni e cittadini possibile, rimarcando una differenza, soprattutto quando questa differenza parla di rispetto delle Istituzioni e del suo sistema di rappresentanza e di rispetto degli abitanti del nostro Comune. Vogliamo segnare una differenza rispetto alla sciatteria superficiale, all’urlo sguaiato che cerca di nascondere malamente l’assenza di sostanza, al tatticismo esasperato della moderna comunicazione massmediologica. Preferiamo essere presenti tutti i giorni per risolvere problemi, garantire sviluppo, crescere insieme al nostro territorio, piuttosto che presenziare quotidianamente le pagine dei giornali. Riassumendo in uno slogan a noi caro “prima fare e poi parlare”, dopo 2 mesi possiamo dire che ci abbiamo azzeccato e che avevamo ben ragionato. Cercheremo di tener fede a questa massima sperando di dare il buon esempio.

 

COMUNICATO STAMPA – - per diffusione immediata

Panicale 31 Marzo 2012 

Nomina dell’Assessore Denny Fabrizi 

Il Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale a seguito delle dimissioni dell’Assessore Francesco Liscaio, presentate il 5 marzo, si è attivato per provvedere a fornire al Sindaco e all’Amministrazione un nuovo rappresentante che sapesse ripartire da dove il percorso si era interrotto e che se possibile potesse aggiungere capacità e competenze. Abbiamo cercato di rappresentare territori del Comune non presenti in Giunta e in Consiglio Comunale con un profilo giovane che venisse dal mondo del lavoro, ma che fosse anche espressione del nostro partito, un quadro che abbiamo intenzione di mettere a disposizione della coalizione. Denny Fabrizi è il compagno che rappresenta al meglio questi criteri. In continuità con il lavoro svolto Rifondazione dunque, conferma il suo impegno nel gruppo Progetto Democratico e rilancia conscia della difficoltà della fase, quando il fuoco sacro dell’economicità mette in discussione le condizioni di vita e lavoro delle classi più deboli a discapito dello sviluppo territoriale complessivo. Convinti del valore della proposta auguriamo al nuovo Assessore ed alla Giunta intera un buon lavoro rinnovando l’impegno affinché i cittadini che ci hanno scelto possano sentirsi sempre più soddisfatti della scelta fatta.

Il Direttivo del Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale

 

Sulla fenomenologia del sistema dei partiti (sfiducia e proliferazione), sul modernismo sciatto, sull’assenza di memoria e sul cattivo rapporto col Passato

1966

DIBATTITO E DEMOCRAZIA (P. Secchia “Patria indipendente”)

Perché apriamo un dibattito? Il punto di partenza ritengo sia la necessità di ricercare e infine di trovare la risposta concreta ad un interrogativo che molti compagni e amici si propongono: che cosa deve fare oggi la Resistenza? Che cosa deve fare oggi l’ANPI? Si tratta di due ordini di problemi distinti: l’uno riguarda tutti gli uomini che si richiamano alla Resistenza, l’altro interessa un’associazione, la più attiva, la più unitaria, seppure anch’essa con le sue debolezze, tra quelle che reggruppano gli uomini della Resistenza. Due ordini di problemi distinti per portata ed obiettivi di lavoro, ma non separati da una muraglia. Le rispettive soluzioni infatti si intrecciano e confluiscono in un unico scopo. Arialdo Banfi ha iniziato la discussione trattando soprattutto del primo ordine di problemi, il che per ora farò anch’io.

Sull’inquietudine del mondo e dell’Italia, sui problemi non risolti che si accumulano, sulla crisi che non è soltanto crisi di governo, sui vecchi e nuovi motivi di sfiducia nelle istituzioni parlamentari sorgenti dalle acque stagnanti, non credo sia il caso di aggiungere parole, ripetere le stesse cose. Così pure concordo pienamente con l’amico Banfi sulla necessità che gli italiani prendano coscienza che “elemento insostituibile di un sistema democratico sono i partiti politici che esprimono, in modo organizzato, le tendenze presenti nel paese e che la loro adesione ai partiti non può essere un semplice fatto elettorale, da esprimere in occasione del voto, ma un modo di essere cittadini democratici”.

Un anno fa, a Siena, ci trovammo tutti uniti e possiamo dire unanimi da Boldrini a Banfi, da Andreis a Nitti, a Secchia a tanti altri nel respingere quella tendenza ben descritta da Mazzon, ad una critica recriminatoria e negativa dei partiti considerati da certuni falliti ed in gran parte responsabili, tutti sullo stesso piano, della non avvenuta realizzazione degli ideali della Resistenza.

I partiti sono una realtà e – piaccia o non piaccia a certuni – sono alla base della nostra Costituzione, gli strumenti necessari e indispensabili della dialettica e della vita democratica, soprattutto, i partiti danno la possibilità “ai cittadini di concorrere con metodo democratico a determinare la vita nazionale”.

Ma i partiti, i loro apparati e i loro gruppi parlamentari non risolvono e non possono pretendere di risolvere tutto da soli. Da cosa nasce questa serpeggiante sfiducia nel sistema dei partiti e nelle istituzioni democratiche? Da molte cause, ma una di esse e forse la principale è che oggi tutto si risolve sempre più dall’alto nei grandi centri di potere e questo “potere” è nella mani di un gruppi sempre più ristretti che dominano la vita nazionale, nell’economia (monopoli), nella politica (governi), nei partiti (direzioni e apparati). Gli apparati politici vivono in un mondo in un certo senso irreale, astratto, di “eletti”, di professionisti della politica, mentre sempre più forte si sente la necessità di vivere la vita reale degli uomini semplici, la vita normale ed abituale degli uomini del mondo del lavoro.

Si è andata facendo strada in certi ambienti l’idea che democrazia e Parlamento siano sinonimi; mentre invece la democrazia si esplica in molte forme di cui quella parlamentare non è che una. Sempre più forte è sentita dalla grande massa dei cittadini la necessità di poter partecipare più direttamente alla determinazione della politica nazionale. Sempre più forte il cittadino produttore (si usa parlare di uomo semplice, di uomo della strada, ma sarebbe più giusto chiamarlo uomo del lavoro) sente la necessità di contare, di poter esprimere e fare valere la sua opinione, di poter esercitare un peso effettivo nelle decisioni, nella risoluzione dei più importanti problemi della vita nazionale. Ritengo che Pierre Mendès-France abbia detto una grande verità quando affermò che nel prossimo avvenire la democrazia di rappresentanza elettiva dovrà cedere il passo di fronte alla democrazia della partecipazione diretta. Gli operai, i tecnici, i contadini, i professionisti, gli impiegati, i lavoratori di ogni categoria sentono che la loro azione non può esaurirsi nel dare ogni 5 anni un voto, un mandato fiduciario e neppure nella lotta quotidiana in difesa del salario, dell’orario e delle condizioni di lavoro. Non si vive di solo pane e vi sono problemi dalla cui soluzione dipendono i salari, le condizioni di vita, il progresso e con la pace l’avvenire del paese.

Da oltre un mese la crisi di governo si trascina nella confusione, negli inganni, negli equivoci barattieri e nelle risse tra ristretti gruppi di potere. In quale modo gli operai, i contadini, i tecnici, i professionisti, gli uomini del lavoro e degli studi possono intervenire? Chi li consulta? Come possono fare a far sentire la loro volontà? Attraverso quali meccanismi? Il Parlamento? I Partiti? Il Parlamento è estraneo, anzi in periodi di “crisi” è chiuso, non funziona neppure formalmente. I partiti? Ma dal consesso dei partiti e delle direzioni che si incontrano al tavolo delle trattative ne manca uno, ed è uno che conta 8 milioni di elettori e rappresenta una grande parte del corpo elettorale ed una parte ancor più grande del mondo del lavoro. In questo modo, la democrazia viene falsata e tutto il gioco è alterato.

Quando la discriminazione prevale, la democrazia cessa di funzionare. Quando un partito ha la vocazione del monopolio del potere per sé e del veto discriminatore per altri, il suo governo si trasforma in regime. Nessun governo potrà mai veramente governare, durare, risolvere i problemi vitali, fare una politica progressiva se prescinde da una grande parte delle forze produttive, delle forze democratiche del lavoro. Potrà mettere assieme una trentina di poltrone ministeriali, fare prevalere questa o quella corrente di partito, ma non avrà effettivo potere di governo, i suoi ministri non avranno capacità di persuasione, varranno pressoché zero nel campo produttivo, tra gli uomini del lavoro. Qualsiasi programma di governo o di partiti che non tenga in adeguata considerazione le forze del lavoro e la loro volontà non può essere un programma democratico. Ogni politica che non parta dal presupposto di “liberare”, di dare maggior potere, attraverso le necessarie riforme, alle forze del lavoro non può che essere sterile, destinata al fallimento, anche se viene sbandierata nel nome di grandi ideali e con le migliori buone intenzioni.

Si tratta di verità semplici, elementari, che dovrebbero unire tutti gli uomini che si richiamano agli ideali della Resistenza. Ma non bastano certo le parole, né la propaganda delle verità per mettere in movimento le masse dei cittadini, per unire i democratici e determinare le condizioni necessarie alla realizzazione di governi nuovi, di una politica nuova, a retti rapporti tra governo e paese e ad un effettivo funzionamento delle istituzioni democratiche. Ecco perché dobbiamo sì discutere, dibattere, ma soprattutto operare, lavorare, agire. La discussione da sola non è sufficiente se non è accompagnata dall’impegno di lavoro, di iniziative e di lotta di tutti gli uomini della Resistenza e delle loro organizzazioni.

Prima di Siena abbiamo detto: apriamo un dibattito; dopo Siena abbiamo ripetuto: portiamolo avanti. E’ trascorso un anno e tanto per cambiare, stiamo aprendo o riaprendo un dibattito. Senza dubbio il dibattito aiuta a chiarire le idee, può dare una spinta, farci fare dei passi, ma la soluzione occorre trovarla nel lavoro, nelle iniziative, nell’impegno e nelle lotte non di gruppi ristretti, ma delle masse. I dibattiti devono andare al fondo delle cose, investire i problemi reali quali le condizioni di vita, l’occupazione, la libertà, le discriminazioni, il governo che occorre dare al paese; deve affrontare le questioni che ogni giorno si dibattono nelle officine, nelle aziende, negli studi, nelle scuole, ed in questi dibattiti devono avere il loro posto anche gli ideali. Poiché gli ideali sono anch’essi una realtà; la Resistenza non sarebbe vissuta, gli uomini come la società non potrebbero vivere ne progredire senza ideali.

I dibattiti devono affrontare problemi reali e ad essi devono partecipare il più gran numero di lavoratori, di cittadini. Oggi è invalsa l’abitudine delle tavole rotende, ma le stesse tavole rotonde hanno assunto una forma sempre più di élite, di aristocrazia, riuniscono alcuni cervelli attorno ad un tavolo, dinanzi ad un registratore o anche davanti a un “video”: in ogni caso, si tratta di una forma sempre limitata e indiretta di democrazia che divide il popolo in pochi eletti da una parte e in milione di ascoltatori dall’altra. Cosicché non soltanto è ristretta la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni, ma persino ai dibattiti.

Il papa s’è recato nei giorni scorsi in mezzo agli operai edili. E’ stato un grande esempio. Perchè certe tavole rotonde non potrebbero farsi davanti alle assemblee di cittadini, di lavoratori col diritto, nei limiti di tempo e di possibilità, ai presenti di poter intervenire?

Occorre raggiungere direttamente gli uomini del lavoro e degli studi, i produttori nelle loro sedi più naturali, nelle officine, negli studi, nelle assemblee sindacali e associative. Quale governo dare al paese, con quali forze, come dare vita a governi che possano veramente governare, come uscire dalla crisi che non è soltanto economica, ma politica e sociale? Questa le questioni che interessano tutti i cittadini, tutti i democratici, e con essi gli uomini della Resistenza. Tutti sono interessati a queste questioni, devono poter intervenire nei dibattiti, esprimere il loro parere, far sentire la loro volontà. E questa loro volontà non può essere ignorata né dal Parlamento, né dal governo, né dai partiti.

L’IMU E’ UNA TASSA INGIUSTA ABOLIAMOLA E FACCIAMO CADERE IL GOVERNO CHE L’HA PROPOSTA SABATO 12 TUTTI A ROMA!

CIRCOLO DELLA RIFONDAZIONE COMUNISTA PANICALE

I COMUNISTI SI SONO SEMPRE BATTUTI PERCHE’ LA CASA FOSSE UN DIRITTO OGGI SI BATTONO PERCHE’ QUEL DIRITTO POSSA ESSERE ESERCITATO. SI PUO’ TASSARE UN DIRITTO? EVIDENTEMENTE QUALCUNO PENSA CHE LO SI POSSA FARE E ADDIRITTURA PENSA DI DESTINARE QUESTA TASSA A BENEFICIO DELLA SPECULAZIONE FINANZIARIA. PAGO UNA TASSA SU UN DIRITTO ACQUISITO CON SUDORE E FATICA, PER ARRICCHIRE CHI SPECULA SUL MIO LAVORO. L’IMU E’ UNA TASSA INGIUSTA SCRIVETELO A MARIO MONTI CHE UTILIZZA STRUMENTI MODERNI PER PRATICARE UN GIOCO VECCHIO QUANTO IL MONDO: SFRUTTO I POVERI PER ARRICCHIRE I RICCHI!

I COMUNISTI HANNO DETTO, DICONO E DIRANNO CHE NON SONO D’ACCORDO, QUESTA TASSA VA ABOLITA!

Per tutti coloro i quali la mattina del primo maggio incontrando altre persone le salutano dicendo “buon primo Maggio compagno”

“Per sei domeniche, unico giorno per noi operai disponibile, circa venti nostri compagni senza alcun sussidio si portavano nei vari paesi del collegio e si introducevano dovunque c’erano contadini, operai, giornalieri, e riuniti a uno a uno, sì nelle osterie come nelle piazze dei paesi e in mezzo alla pubblica via, chi giocando con loro, chi in mezzo a un crocchio, chi davanti alla moltitudine che andava o usciva dalla chiesa, parlava con loro della nostra idea, e la spiegava e insegnava loro il come e il perché della sua attuazione. Oltre la propaganda orale distribuimmo circa duemila tra giornali ed opuscoli di propaganda minuta, non un paese fu immune dalla semente socialista. Sui primordi fummo ricevuti da questi contadini come appestati e ci sfuggivano [...]; in certi casi fummo persino minacciati: questo lo si deve alle borghesie locali, che ad arte facevano correre calunnie sul nostro partito e seminavano contro di noi odio per impedire che la propaganda socialista avesse ad entrare nella mente dei loro salariati”

UFFICIO DEL LAVORO DELLA SOCIETA’ UMANITARIA, Origini, vicende e conquiste delle organizzazioni operaie aderenti alla Camera del lavoro in Milano, Milano, 1909, p. LXVI; Dal circolo elettorale socialista di Lodi. Relazione del comitato per la propaganda elettorale in campagna, in Il Risveglio, Lodi, 24 aprile 1897

Per tutti coloro i quali la mattina del 25 Aprile incontrando altre persone le salutano dicendo “buon 25 Aprile”

[...] Queste nostre manifestazioni non hanno soltanto lo scopo di farci ritrovare attorno alle gloriose bandiere delle nostre brigate, per ricordare i sacrifici del popolo, per ricordare i nostri caduti ed i nostri martiri, il cui nome resterà indimenticabilmente scolpito nel cuore e nel pensiero di tutti gli italiani. Noi ci ritroviamo soprattutto per rinnovare un giuramento, un impegno, per assicurare coloro che caddero e tutti quelli che audacemente diedero l’esempio, che noi comunisti, noi garibaldini, uniti nella lotta e nel combattimento ad uomini di fede diverse, ma amanti delle libertà, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri martiri, vogliamo essere uniti anche oggi per portare avanti sino alla vittoria completa la lotta per la pace, per la libertà ed il progresso del nostro paese[...] La Resistenza non appartiene al passato della nazione, ma è una forza vivente del suo presente e del suo avvenire, essa deve continuare e continuerà sino a quando la Costituzione repubblicana, che esprime il programma e gli ideali della resistenza, sia completamente realizzata nel suo spirito e nel suo contenuto.

[...]

come ha scritto il generale Cadorna, “la grande maggioranza dei caduti diede la vita non per creare in Italia un nuovo regime di libertà, ma in nome degli ideali tradizionale: Dio, patria, famiglia”. Di fronte a tali ed altre simili falsificazioni, come ritenerci soddisfatti, come non brontolare? Molti dei discorsi celebrativi e delle trasmissioni televisive abbondano di questa retorica del sacrificio, dell’eroe senza volto tanto lontano e tanto diverso dai vivi, appunto perché è morto. Nell’esaltazione astratta della forza d’animo e della nobiltà dei caduti appare chiara la volontà di svuotare la Resistenza della sua realtà ignorandone gli ideali ed il programma. Non possiamo certo dichiararci soddisfatti né tanto meno prestarci a simili deformazioni della verità e della storia. [...] No, la Resistenza non fu né un fenomeno religioso, né semplicemente la manifestazione del sublime sacrificio di un popolo e neppure soltanto un grande movimento di lotta contro lo straniero, o la rivolta dell’uomo per la salvezza dell’onore e della dignità umana. Non è lecito ignorare gli ideali, le classi, le forze sociali che furono il nerbo le forze motrici della Resistenza. [...] Gli uomini della Resistenza non hanno lottato soltanto per cacciare i tedeschi, per battere i fascisti e lasciare poi le cose come prima; essi hanno lottato per dare all’Italia un altro ordinamento, un regime fondato sulla libertà e sulla giustizia, si sono battuti per un rinnovamento totale della nostra vita nazionale, per ricostruire dalle fondamenta il nostro paese.

Nel gennaio 1951, Pietro Nenni, oggi vice-presidente del Consiglio scriveva: “La Costituzione è ridotta ad un pezzo di carta che annuncia diritti quotidianamente violati dal potere esecutivo, la democrazia è ridotta a delega di potere, il Parlamento è divenuto un organismo decorativo dominato da oligarchie di interessi, l’autonomia promessa ai comuni è imbrigliata dall’arbitrio dei prefetti, l’ordinamento regionale è tuttora da attuare, i regolamenti di polizia e i codici sono ancora quelli fascisti, l’amministrazione statale è anchilosata e risponde a criteri accentratori divenuti incompatibili con la vita moderna, l’esercito e le forze armate tendono a ricostituirsi come casta, la polizia è il braccio secolare del partito al potere.” (1964) C’è forse uno solo di questi aspetti così diligentemente elencati tredici anni or sono che sia venuto meno? Sussistono tutti e ad essi si potrebbero aggiungere gli scandali che si susseguono a ritmo serrato, la corruzione che dilaga, il sottogoverno elevato a regime.

Dobbiamo ricercarci ancora lo spirito, i valori ed anche i limiti, ciò è soprattutto necessario nel momento in cui alle deformazioni storiche si accompagna la pressione revisionistica a cedere, a non essere più noi stessi, ad adattarci al conformismo dilagante.