Elezioni Amministrative 2014 – Partiamo dalle idee e dai programmi

     

prc2004_50014

 Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Panicale                                                 

Il Direttivo del Circolo del Partito della Rifondazione Comunista di Panicale intende, una volta chiusa la parentesi delle primarie, centrare la discussione politica non solo sui nomi, ma sui programmi e sulla politica andando a verificare la possibilità di costruzione di schieramenti che sappiano distinguersi prima sulle idee di sviluppo del territorio e poi sui criteri per individuare i soggetti che andranno a chiedere ai cittadini del Comune il consenso per realizzare quei programmi condivisi. Approfittiamo per ribadire che rispetto a quanto accaduto nelle ultime settimane Rifondazione di Panicale come peraltro Rifondazione a livello regionale ha mantenuto con fermezza la propria linea politica: autonomia, unità e radicalità. Autonomia rispetto ad un certo quadro politico regionale che pensa ancora di poter mercanteggiare postazioni e posizioni prescindendo dalle questioni programmatiche; unità a sinistra rispetto alla necessità di garantire la continuità in relazione alle cose buone fatte dall’Amministrazione uscente e alla necessità di rinnovamento che il nostro territorio ci chiede per le nuove e difficili sfide che questi cinque anni e soprattutto la crisi economica imperante ci hanno portato in dote; radicalità rispetto al contributo del nostro partito sulle proposte programmatiche per Panicale a partire da misure concrete contro l’austerità e contro le politiche antipopolari dei governi delle larghe intese.

Riteniamo necessario dunque convocare un tavolo di discussione delle forze politiche che si riconoscono nella matrice comune che rimette il lavoro al centro della discussione politica e che sappia declinare attorno a questo grande tema le politiche quotidiane, ma anche i progetti di sviluppo territoriale, la gestione dei servizi, ma anche la capacità di coinvolgimento dei cittadini nella elaborazione delle proposte e nella condivisione delle scelte.
La forza della coalizione deve nascere dalla sua capacità di proposta e di ascolto: definita la cornice di riferimento comune valoriale, che parta dall’analisi realistica delle condizioni attuali e che sappia porsi traguardi importanti per la soluzione dei problemi quotidiani dei cittadini e per il contrasto degli effetti soprattutto sulle fasce più deboli delle politiche di austerità e della crisi, la coalizione deve favorire la partecipazione di chi si riconosce in questo perimetro valoriale per andare a definire nel dettaglio gli elementi distintivi di un programma il più possibile partecipato e condiviso.
A questo proposito e a titolo esemplificativo andiamo ad elencare alcuni punti di discussione generali che aiutino ad inquadrare il contesto, la cornice valoriale di riferimento:

1. LAVORO E PRECARIETA’
La crisi economica degli ultimi anni si è saldata ad alcuni errori imprenditoriali commessi negli anni passati determinando una devastazione territoriale in termini occupazionali, l’enorme problema del lavoro per i nostri tempi è rappresentato prioritariamente dalla precarietà delle giovani generazioni che si vedono negata la possibilità di costruirsi un futuro sereno (casa, famiglia,
pensione). A questa precarietà si aggiunge quella di molti lavoratori “maturi” espulsi dal mondo lavoro a causa di ristrutturazione dell’azienda che preludono a chiusure, delocalizzazioni, con una età che non consente loro di andare in pensione e rende praticamente impossibile ricollocarsi al lavoro.
Anche gli operatori commerciali e artigianali trovano enormi difficoltà ad affrontare un mercato regionale che privilegia Centri Commerciali, grandi produzioni industriali a scapito di quelle artigianali. A questi problemi, comuni a tutte le realtà simili alla nostra, dobbiamo trovare soluzioni e politiche di contrasto, sebbene sia chiaro a tutti la difficoltà di un Ente così piccolo di poter agire.

2. DEMOCRAZIA E PARTECIPAZIONE
Da alcuni anni la questione di una partecipazione attiva dei cittadini alle comunità locali è diventata
fondamentale. Molte sono le esperienze attivate, con risultati più o meno interessati. La vecchia logica della delega, quella secondo cui si chiede il voto ogni cinque anni e nel frattempo ci si chiude dentro il municipio, deve essere superata. I modi per ottenere questo sono i più diversi e possono partire dall’esperienza delle Consulte tematiche già sperimentate negli scorsi 5 anni e attivare percorsi di co-progettazione per temi e per luoghi: per i servizi sociali, per progetti urbanistici o architettonici, per la gestione di spazi, anche a livello di zone di piccole dimensioni o addirittura di caseggiato.
Solo così potrà prendere forma un vero Bilancio Partecipato, ovvero un bilancio che sappia recepire, all’interno delle disponibilità economiche, le esigenze, i desideri e, perché no, i sogni dei cittadini.

3. POLITICHE SOCIALI
Dobbiamo continuare ad eliminare gli impedimenti che i cittadini trovano nel partecipare pienamente alla vita sociale e politica del Comune, poggiando le proposte per i prossimi anni sulle solide basi gettate dall’amministrazione uscente e passando dalla difesa all’allargamento.
In questo senso sono fondamentali le condizioni materiali dei cittadini, ma anche la possibilità di accedere pienamente all’istruzione, alla cultura, all’informazione. Per questo motivo, i diritti sociali non vanno intesi solo in termini di tutela delle fasce più deboli, su cui molto è già stato realizzato in quest’ultimo mandato amministrativo, ma anche come uno strumento per allargare gli spazi di crescita e partecipazione.
La partecipazione dei cittadini nello stabilire strategie e nell’investire il proprio tempo libero nelle attività collettive, la cooperazione e l’integrazione delle politiche sociali con le associazioni di volontariato, sono l’unico modo per riuscire ad assicurare servizi adeguati alle persone bisognose.

4. SCUOLA
Scuola ed istruzione sono altri tasselli importanti per il senso di comunità e per ottenere una partecipazione consapevole da parte dei cittadini. In questi ultimi anni, l’Amministrazione comunale ha investito risorse ingenti per la messa a norma degli edifici esistenti e per attrezzare in modo adeguato le strutture scolastiche e per mettere al sicuro i plessi da riforme nazionali che ne avrebbero compromesso l’esistenza.
Fondamentale sarà garantire una costante collaborazione dell’Amministrazione con gli insegnanti, gli organi collegiali della scuola ed i genitori, per rendersi conto concretamente delle esigenze, degli umori, dei problemi di chi nella scuola ci lavora e ci vive sei giorni su sette alla settimana.

5. TURISMO E CULTURA
Riteniamo strategicamente necessario avviare una seria politica di sviluppo e sostegno al turismo, e fare di esso una delle possibili fucine di posti di lavoro, un lavoro spesso da “inventare”, ma che può e deve diventare stabile e duraturo. Disponiamo della risorsa “Trasimeno”, di un paesaggio caratteristico, di un territorio ricco e biodiverso che ben ha integrato infrastrutture e aree industriali.
Si può immaginare un nuovo ciclo di vita del Comune attorno a queste peculiarità del territorio,
come un asse su cui collocare consapevolmente l’identità e le politiche di “sviluppo”, su cui rinverdire la memoria storica.
Se a questa risorsa aggiungiamo: siti archeologici di indubbio valore, ampie aree rurali particolarmente pregiate, il Museo, la Collegiata, San Sebastiano, il Santuario di Mongiovino per citarne alcuni, ci si può rendere conto delle enormi potenzialità di cui disponiamo. E’ necessario mettere al lavoro un patrimonio inestimabile, uno spazio pubblico, biologico, ecologico, economico e culturale su cui far ruotare le politiche strategiche dell’Amministrazione. E’ necessario appunto garantire quell’innalzamento culturale del patrimonio territoriale che diventi patrimonio condiviso e primo motore di nuovi flussi turistici.

6. PIANIFICAZIONE DEL TERRITORIO
Molto è stato fatto, ma la cosa fondamentale oltre al recupero delle aree e degli edifici dismessi è la realizzazione di un nuovo PRG che sappia essere ancora più dinamico per rispondere ad esigenze in continuo mutamento, uno strumento che non stravolga se stesso, ma che sappia interpretare le trasformazioni al fine di non produrre inutili scempi e di armonizzare gli interventi, andando a semplificazioni burocratiche e diminuendo ancora i tempi di risposta dell’Ente Locale. Non va assolutamente ceduto un cmq di suolo o patrimonio pubblico che anzi va messo a leva per determinare nuovi percorsi lavorativi.

7. AMBIENTE
Ambiente, aria, acqua, rifiuti, energia, beni comuni, la parola sostenibilità deve permeare di se le scelte della futura amministrazione andando a proseguire il lavoro che fino ad oggi ha visto il nostro comune muoversi per primo e con grande perizia su questi temi e che proseguendo nel solco aperto con la solarizzazione e le fontanelle dell’acqua sappia invertire la preoccupante tendenza sulla raccolta differenziata che produce anche un evitabile aggravio di costi per i cittadini.

8. AGRICOLTURA
Una vasta superficie del nostro territorio è costituita da suolo agricolo. La specificità del nostro territorio, estremamente connesso con l’ecosistema lacustre, impone scelte che sappiano tutelare le imprese esistenti e favoriscano la nascita di nuove sul terreno della sperimentazione e della sostenibilità. Proponiamo di pensare ad una consulta o un tavolo di lavoro ad hoc al fine di far circolare le informazioni tra i produttori e i consumatori;
Importante sarà la promozione della filiera corta di qualità, ovvero fare in modo che il consumo avvenga nel territorio di produzione con l’uso di prodotti locali nelle mense.
Appare utile il mantenimento e la ricostituzione delle siepi campestri, delle fasce alberate lungo i
corsi d’acqua, dei boschi, ecc. a mitigazione dell’impatto di zone residenziali, commerciali, industriali e delle infrastrutture; per fare questo si può sfruttare tutti gli strumenti normativi e finanziari anche europei e favorire una capillare informazione su questi strumenti, il prossimo PSR deve vedere molte domande arrivare dal nostro territorio ed essere approvate.

Questi punti andranno sviluppati e se ne aggiungeranno molti altri, noi pensiamo e progettiamo con alcuni capisaldi: ampliamento dei diritti, sostegno ai più deboli, diffusione della cultura, scuole, sviluppo eco-compatibile del paese, miglioramento della qualità di vita.
Consapevoli che per fare questo serve il contributo di idee, proposte e lavoro di tutti, ma anche l’umiltà di chi amministra di ascoltare, di lasciarsi contaminare, di non costruire fortini ma luoghi aperti di confronto. In questo contesto vanno rilanciati e migliorati tutta una serie di servizi associati e da associarsi con i Comuni limitrofi, superando le logiche di campanile e realizzando economie di scala e programmazione integrata, senza però lasciarsi trascinare da moderni correnti di pensiero che andrebbero a danneggiare ulteriormente un territorio che di tutto ha bisogno meno che di ulteriori danni, emulando scelte recenti che invece di produrre modernità e progresso hanno amplificato gli effetti devastanti della crisi economica.
Le conclusioni di questo lavoro dovranno, per forza di cose, essere scritte insieme.

Il direttivo del Circolo di Rifondazione Comunista di Panicale

Marx – Per la critica dell’economia politica – il denaro, accumulazione e tesaurizzazione (parti indigeste)

130-20

La tesaurizzazione non ha dunque limite immanente, non ha misura in sé, è bensì un processo infinito che in ogni suo risultato trova un motivo del proprio inizio

In epoche di commozioni del ricambio organico sociale, perfino nella società borghese sviluppata, si verifica il sotterramento del denaro come tesoro. La connessione sociale nella sua forma compatta – pel possessore di merce questa connessione consiste nella merce, e l’esistenza adeguata della merce è il denaro – viene salvata dal pericolo del movimento sociale. Il nervus rerum sociale viene seppellito accanto al corpo di cui è nerbo.
Ora, il tesoro sarebbe semplicemente metallo inutile, la sua anima di denaro gli sarebbe sfuggita, ed esso rimarrebbe indietro come cenere bruciata della circolazione, come suo caput mortuum, se non si trovasse in costante
tensione nei confronti di quest’ultima. Il denaro, ossia il valore di scambio fattosi indipendente è, per sua qualità, esistenza della ricchezza astratta, d’altro lato però ogni somma di denaro data è una grandezza di valore
quantitativamente limitata. Il limite quantitativo del valore di scambio è in contraddizione con la sua generalità qualitativa, e il tesaurizzatore sente il limite come barriera che, di fatto, al contempo si trasmuta in barriera qualitativa, ossia fa del tesoro il rappresentante solo limitato della ricchezza materiale. Il denaro, come eguivalente generale, si raffigura, come abbiamo visto, direttamente in una equazione in cui il denaro stesso costituisce uno dei termini, e la serie infinita delle merci ne costituisce l’altro. Dipenderà dalla grandezza del valore di scambio la misura in cui si realizzerà approssimativamente come tale serie infinita, vale a dire corrisponderà al proprio concetto di valore di scambio. Il movimento del valore di scambio come valore di scambio, come automa, in generale non potrà essere che quello di oltrepassare il proprio limite quantitativo. Ma, oltrepassando un limite quantitativo del tesoro, si creerà una nuova barriera che dovrà a sua volta essere superata. Non è un limite determinato del tesoro che si presenta come barriera bensì ogni suo limite. La tesaurizzazione non ha dunque limite immanente, non ha misura in sé, è bensì un processo infinito che in ogni suo risultato trova un motivo del proprio inizio. Se il tesoro si aumenta soltanto conservandolo, è però anche vero che si conserva soltanto aumentandolo.
Il denaro non è soltanto un oggetto della smania di arricchimento, ne è l’oggetto. Questa smania è essenzialmente auri sacra fames. La smania di arricchimento. a differenza della smania di una particolare ricchezza naturale o di valori d’uso come vestiti, gioie, greggi, ecc., è possibile soltanto non appena la ricchezza generale come tale è individualizzata in una cosa particolare e quindi può essere fissata come merce singola. Il denaro appare quindi altrettanto come oggetto quanto come fonte della smania d’arricchimento. In fondo e di fatto si tratta di questo: il valore di scambio come tale, e con ciò il suo aumento, diventano fine. L’avarizia fissa il tesoro non  consentendo al denaro di diventare mezzo di circolazione, ma la bramosia dell’oro ne conserva l’anima-denaro, la sua costante tensione nei confronti della circolazione. Ora, l’attività mediante la quale viene formato il tesoro, è da un lato la sottrazione del denaro alla circolazione mediante una vendita costantemente ripetuta, dall’altro un semplice accatastare, un’accumulazione. Infatti, è soltanto nella sfera dclla circolazione semplice, e cioè nella forma della tesaurizzazione, che avviene l’accumulazione della ricchezza come tale, mentre, come vedremo più avanti, le altre cosiddette forme dell’accumulazione sono considerate accumulazione solo abusivamente, solo per una reminiscenza della accumulazione semplice del denaro. Tutte le altre merci sono accumulate o come valori d’uso, e allora la specie della loro accumulazione è determinata dalla particolarità del loro valore d’uso. L’accumulazione di grano p. es. richiede particolari provvidenze. L’accumulazione di pecore fa di me un pastore, l’accumulazione di schiavi e di terre rende necessari rapporti di signoria e di servaggio, ecc. La costituzione di scorte della ricchezza particolare richiede processi particolari, differenziati dall’atto semplice della accumulazione stessa, e sviluppa lati particolari dell’individualità. Oppure, la ricchezza in forma di merci viene accumulata come valore di scambio, e allora l’accumulazione appare come operazione commerciale o specificamente economica. Il soggetto di quest’ultima diventa mercante di cereali, mercante di bestiame, ecc. L’oro e l’argento sono
denaro non per effetto di una attività qualsiasi dell’individuo che li accumula, bensì come cristalli del processo di circolazione che ha luogo senza il suo intervento. L’individuo non ha da fare null’altro che metterli da parte e
accumulare peso su peso, attività del tutto priva di contenuto la quale, applicata a tutte le altre merci, svaluterebbe queste ultime.
Il nostro tesaurizzatore appare come martire del valore di scambio, come santo asceta sulla sommità della colonna metallica. A lui sta a cuore solo la ricchezza nella sua forma sociale, e perciò la sotterra sottraendola alla
società. Egli esige la merce nella sua forma sempre suscettibile di circolazione, e perciò la sottrae alla circolazione. Egli va in estasi pel valore di scambio, e perciò non scambia nulla. La forma fluida della ricchezza e il suo pietrificato, l’elisir di vita e la pietra filosofale, turbinano in una folle, spettrale ridda alchimistica. Nella sua immaginaria smania di piacere illimitato egli rinuncia a tutti i piaceri. Siccome egli vuole soddisfare tutti i bisogni sociali, soddisfa a mala pena il naturale bisogno corporale. Fissando la ricchezza nella sua corporeità metallica, la fa evaporare fino a ridurla a semplice chimera. Ma in realtà l’accumulazione del denaro per amor del denaro è la forma barbarica della produzione per amor della produzione, ossia lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale al di là dei limiti dei bis ogni tradizionali. Quanto meno sviluppata è la produzione delle merci, tanto più importante sarà la prima autonomizzazione del valore di scambio come denaro, la tesaurizzazione, la quale ha perciò una funzione importante presso i popoli antichi, in Asia fino ai giorni nostri, e presso i moderni popoli
rurali, dove il valore di scambio non ha ancora afferrato tutti i rapporti di produzione.

130-20

Marx Per la critica dell’economia politica – la merce parte prima

126-16

A un primo sguardo la ricchezza borghese appare come una enorme raccolta di merci e la singola merce come sua esistenza elementare. Ma ogni merce si presenta sotto il duplice punto di vista di valore d’uso e di valore di scambio.

La merce è in primo luogo, nel linguaggio degli economisti inglesi, ‘qualsiasi cosa necessaria, utile o gradevole alla vita’, oggetto di bisogni umani, mezzo di sussistenza nel senso più ampio della parola. Questo
esistere della merce come valore d’uso e la sua esistenza naturale tangibile coincidono. Il grano ad esempio è un valore d’uso particolare, differente dai valori d’uso cotone, vetro, carta, ecc. Il valore d’uso ha valore solo per l’uso e si attua soltanto nel processo del consumo. Un medesimo valore d’uso può essere sfruttato in modo diverso. La somma delle sue possibili utilizzazioni si trova però racchiusa nel suo esistere quale oggetto dotato di determinate qualità. Questo valore d’uso, inoltre, è determinato non solo qualitativamente, bensì anche quantitativamente. Valori d’uso differenti hanno misure differenti secondo le loro naturali peculiarità, ad esempio un moggio di grano, una libbra di carta, un braccio di tela, ecc.
Qualunque sia la forma della ricchezza, i valori d’uso costituiscono sempre il suo contenuto, che in un primo tempo è indifferente nei confronti di questa forma. Gustando del grano, non si sente chi l’ha coltivato, se un servo della gleba russo, un contadino particellare francese o un capitalista inglese. Sebbene sia oggetto di bisogni sociali e quindi si trovi in un nesso sociale, il valore d’uso non esprime tuttavia un rapporto di produzione sociale. Questa merce come valore d’uso sia ad esempio un diamante. Guardando il diamante, non si avverte che è merce. Là dove serve come valore d’uso, esteticamente o meccanicamente, al seno di una ragazza allegra o in mano a chi mola i vetri, è diamante e non merce. L’essere valore d’uso sembra presupposto necessario per la merce, ma l’essere merce sembra pel valore d’uso una definizione indifferente. Il valore d’uso in questa sua indifferenza verso la definizione della forma economica, ossia il valore d’uso quale valore d’uso, esula dal campo d’osservazione dell’economia politica . Vi rientra solo là dove è esso medesimo definizione formale. In modo immediato, il valore d’uso è la base materiale in cui si presenta un determinato rapporto economico, il valore di scambio.
Il valore di scambio appare in primo luogo come un rapporto quantitativo, entro il quale valori d’uso sono intercambiabili. Entro questo rapporto essi costituiscono la medesima grandezza di scambio. Così, un volume di Properzio e 8 once di tabacco da fiuto possono essere un medesimo valore di scambio, nonostante la disparità dei valori d’uso tabacco ed elegia. Come valore di scambio, un valore d’uso vale esattamente quanto l’altro, purchè sia presente nella dovuta proporzione. Il valore di scambio di un palazzo può essere espresso in un determinato numero di scatole di lucido da scarpe. Viceversa, i fabbricanti di lucido londinesi hanno espresso in palazzi il valore di scambio delle scatole sempre più numerose del loro prodotto.
Astraendo quindi del tutto dal loro modo d’esistenza naturale e senza tener conto della natura specifica del bisogno per il quale sono valori d’uso, le merci si equivalgono in determinate quantità, si sostituiscono le une alle altre nello scambio, sono considerate equivalenti e in tal modo rappresentano la medesima unità malgrado la loro variopinta apparenza.
I valori d’uso sono direttamente mezzi di sussistenza. Ma viceversa questi mezzi di sussistenza sono essi stessi prodotti della vita sociale, sono risultato di forza umana spesa, sono lavoro oggettivato. In quanto materializzazione del lavoro sociale, tutte le merci sono cristallizzazioni di una medesima unità. Quello che ora dobbiamo considerare è il carattere determinato di questa unità, ossia del lavoro che si esprime nel valore di scambio.

126-16

Marx – Gundrisse 1.4.1

129-10

Ogni mitologia vince, domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e mediante l’immaginazione: essa scompare quindi allorché si giunge al dominio effettivo su quelle forze.  L’arte greca presuppone la mitologia
greca, e cioè la natura e le forme sociali stesse già elaborate dalla fantasia popolare in
maniera inconsapevolmente artistica. Questo è il suo materiale. Non una qualsiasi mitologia, cioè non una qualsiasi elaborazione inconsapevolmente artistica della natura (ivi
compreso ogni elemento oggettivo e quindi anche la società). La mitologia egiziana non avrebbe mai potuto essere il terreno o la matrice dell’arte greca. Ma, in ogni caso,
occorreva una mitologia. E, quindi, in nessun caso uno sviluppo sociale che escluda ogni rapporto mitologico con la natura, ogni riferimento mitologizzante ad essa, e che quindi
pretenda dall’artista una fantasia indipendente dalla mitologia.
Ma la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a
suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili.
Un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto
livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse nella sua verità primordiale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel
momento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe esercitare un fascino eterno come stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti
dei popoli antichi appartengono a questa categoria. I greci erano fanciulli normali. Il fascino che la loro arte esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale
poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse e solo poteva
sorgere, non possono mai più ritornare.

129-10

Contributi per le conclusioni del IX Congresso Nazionale del Partito della Rifondazione Comunista

1234361127_dscf0007
Prima il dovere e poi il piacere.
1. il comunismo eclettico

Nel nostro piccolo ed in buona compagnia, ricordiamo epoche di domande semplici le cui risposte nel tempo hanno generato molte discussioni, tali discussioni hanno perso lentamente ma inesorabilmente contenuto e si sono essiccate cioè sono rimaste connesse a slogan, a citazioni, come addobbi di una festa di cui non si ricordi il motivo, la natura. Altri prima di me hanno sottolineato come Marx abbia insistito sulle questioni delle merci, oggi questioni completamente derubricate dalle agende dei marxisti, anche di quelli che di definiscono ortodossi o attualizzatori. Da questo punto di vista consiglierei per l’oggi e finché non si produca un numero minimo di soggetti in grado di ragionarne, di evitare tutte le locuzioni o le semplici parole del tipo: rivoluzione, marxismo, partito di classe, poteri forti, ma anche la locuzione c’avevamo ragione noi,  che ha perso qualunque ipotesi di concretezza soprattutto nell’ultimo periodo, diciamo nell’ultimo lustro in cui oltre a non aver ragione eravamo troppo divisi per poter anche solo rappresentare un concetto identitario con pretese universalistiche. Abbiamo intuito qualcosa di buono, ma eravamo troppo impreparati per aver ragione, eravamo troppo pochi per mettere insieme pratiche che potessero costruire una ragione. Ricordo ai più che fra le pratiche inutili prodotte dalla storia comunista, una delle più inutili è da sempre il commento scolastico, direi similmente al versetto dantesco, delle frasi e delle considerazioni che si trovano in Marx come se a quella sola fonte potessimo soddisfare la nostra sete di verità. Non sto proponendo di destinare questo patrimonio alla dimenticanza o al tradizionalismo;  sto dicendo che va modificato l’uso e soprattutto va prodotto una sforzo di lungo periodo, ma che già nel primo periodo raggiunge risultati minimi necessari, di accrescimento delle capacità di analisi e di studio nonché di pratica nel nostro partito, per tornare a parlare a ragionare sui grandi temi con cognizione di causa, per essere comunisti non è necessario aver letto tutti Marx, ma è propedeutico alla crescita del partito il fatto che alcuni lo abbiano letto, capito e lo sappiano raccontare agli altri. Credo sia fondamentale il fatto che non tutti lo abbiano letto, per poterne conquistare la padronanza dentro un processo di crescita collettiva, ma è ancora più importante il fatto che questa presa di coscienza (diremmo minima di classe) porterebbe al definitivo eclissarsi dei parolai, dei citatori, dei modesti (per loro stessa ammissione) intellettuali che  prosperano nel nostro piccolo partito. Il comunismo non è atto di fede o modalità esistenziale, il ragionamento fatto per Marx vale per tutti i “padri”, abbiamo un metodo, ce lo siamo dimenticato, quel metodo non è superato e sono inutili i tentatavi di superarlo, migliorarlo, attualizzarlo, perchè questi tentativi lo banalizzano, lo rendono superficiale, producono quello che potremmo definire il “comunismo eclettico”.

2. democrazia e rivoluzione

Sono almeno 40 anni che il capitalismo aggredisce i tentativi della democrazia di raggiungere la propria completezza, di diventare democrazia reale, dentro uno schema dialettico e probabilmente contro la Storia, la democrazia prova a diventare uno strumento di organizzazione di volontà politica autonoma diremmo di coscienza autonoma, ci sarebbe da pensare che questa completezza minerebbe le basi della struttura capitalistica stessa e per questo viene relegata a feticcio. Qui sta il terreno per l’unità delle forze comuniste in occidente e non solo, qui sta la prima funzione dei partiti, quand’anche fosse obiettivo parziale e/o fuorviante per alcuni, diremmo perfino eretico, è l’unico terreno unitario e nella sua pratica politica potremmo rideterminare quello schema minimo di crescita di conoscenza e di pratica indispensabile per tornare a pensare a quelle categorie citate poc’anzi che giustificano il fine ultimo del comunismo è cioè la trasformazione della società.

3. elezioni ed elettori

Se fossimo d’accordo sulle questioni precedenti potremmo avvicinarci alle questioni del consenso, degli appuntamenti elettorali, dei programmi, della funzione nelle istituzioni con più semplicità e appunto con la certezza che veniamo da lontano, non abbiamo da rivendicare impeti giovanilisti, la nostra forza deve nascere dalla capacità di leggere le trasformazioni e di orientare la nostra azione verso le due stelle polari citate sopra, la prima l’unità dei comunisti in difesa della democrazia e della partecipazione (quest’ultima presa a piccole dosi), la seconda la trasformazione della società. E’ per questo che stiamo nelle Istituzioni ed è la nostra stessa storia che ci aiuta a determinare i processi decisionali e le stesse decisioni. Questo elude il problema del paletto per tornare alla stretta attualità? No, aiuta i piantatori di paletti a posizionarli bene ed a piantarli con decisione. Le riforme recenti, ma soprattutto la quotidianità hanno prodotto una modificazione delle Istituzioni che nella pratica appunto quotidiana negano molti dei presupposti per cui sono nate. Da questo punto di vista per partire dalla Regione che ospita il Congresso, il modello dei cento campanili, dei cento Comuni, della rappresentanza democratica diffusa va salvato anche in un contesto complesso determinando luoghi di discussione, di confronto e limitando lo squilibrio con le municipalità più grandi con processi di aggregazione che non debbono necessariamente prevedere fusioni od unioni, ma possono essere luoghi istituzionalizzati che riequilibrano i rapporti di forza con immediato beneficio per tutte le parti del sistema. Come affrontare poi le questioni più spicciole? Con gli strumenti, seppur un po’ spuntati che ancora abbiamo: organizzazione e confronto, conferenze di programma e centralizzazione delle pratiche elettorali.

4. circoli e circuiti

Abbiamo l’obbligo storico in Italia di rideterminare le condizioni per cui i nostri circoli (intesi come luoghi di base dell’organizzazione del partito) tornino ad essere aggreganti. Si deve determinare una apertura (come spesso ci ricorda il nostro segretario regionale) verso chi la pensa come noi (pochi), verso chi la pensa come noi su alcune questioni (di più), verso chi non la pensa come noi (tanti), si devono ricreare le condizioni per uno scambio proficuo che arricchisca la nostra modestia programmatica; è  vero che abbiamo molto da dire e da fare, è vero che dobbiamo trovare compagni di strada. Le esplorazioni recenti su scala nazionale di questa strada hanno prodotto mostri dentro uno schema di negazione di quel rimasuglio di identità che manteniamo;il confronto deve nascere tra pari che si riconoscono nelle rispettive storie e identità. Altro punto dirimente è ciò che rimane delle nostre cellule, dei nostri circoli. Per mille motivi ad oggi sono refrattari alla partecipazione, non tutti, per motivi dei luoghi e per motivi delle persone. Si riparta da una soglia minima di dignità dei luoghi e delle persone che ci sono dentro (riferito chiaramente al numero più che alla qualità), entrare in un luogo maltenuto o semiabbandonato, frequentato da tre persone che discutono animatamente tra  loro sfiorando il litigio è impossibile anche per i più animati da spirito rivoluzionario. L’evocazione del circolo in ogni campanile serve solo a coprire la propria inadeguatezza, un progetto per riportare i circoli sotto ogni campanile è la riposta seria dei comunisti per mettere le basi di una organizzazione di massa. Non si sostiene che l’apparenza sia importante o che coloro che intendiamo rappresentare non siano spesso gli ultimi, gli scarti di una società che sfrutta e umilia, che riduce i più a condizioni inumane, si sostiene che noi organizziamo queste persone, che li teniamo insieme dentro uno schema che ribalta il modello di società, questa ambizione mal si sposa con l’attuale organizzazione dei circoli e delle stesse federazioni, il tema come al solito è complesso e coniugato, ma da qui si deve ripartire e non si può ripartire conservando ciò che è già in pessimo stato di conservazione.

5. sequenzialità nella discontinuità

Non è che si possa pensare di perseguire gli obiettivi descritti fermandosi un turno, mettendosi a studiare, facendo molti esperimenti in laboratorio per poi proseguire con più autocoscienza il lavoro politico, l’accrescimento del livello della base del nostro partito sia in termini numerici che di conoscenza non avviene a scatti. Siamo vivi e presenti, ci sono molti aspetti positivi nella azione quotidiana del nostro partito. Come dice Santi abbiamo un segretario con il 51% del 51%, ma questo oggi siamo, l’unica raccomandazione è che oltre a far bene le cose le si facciano anche nella giusta sequenza, anteporre o posporre potrebbe influenzare negativamente il risultato finale.

Sanni Mezzasoma – Circolo PRC Panicale (PG)

1234361127_dscf0007

lenin 1922 lettera al congresso

4-19

L’aumento del numero dei membri del CC a 50 o anche a 100 persone deve servire, secondo me, a un duplice, o, anzi, a un triplice scopo: quanto più saranno i membri del CC, tanto più saranno quelli che impareranno a lavorare nel CC e tanto minore sarà il pericolo di una scissione derivante da una qualsiasi imprudenza. La partecipazione di molti operai al CC aiuterà gli operai a migliorare il nostro apparato, che è piuttosto cattivo. Esso, in sostanza, c’è stato tramandato dal vecchio regime, poiché trasformarlo in così breve tempo, soprattutto con la guerra, la fame, ecc., era assolutamente impossibile. Perciò a quei “critici” che, con un sorrisetto o con cattiveria, ci fanno notare i difetti del nostro apparato, si può tranquillamente rispondere che essi assolutamente non comprendono le condizioni della rivoluzione contemporanea. Non si può assolutamente trasformare a sufficienza un apparato in cinque anni,  soprattutto nelle condizioni in cui è avvenuta da noi la rivoluzione. E’ già abbastanza che in cinque anni abbiamo creato un nuovo tipo di Stato in cui gli operai marciano alla testa dei contadini contro la borghesia; e ciò, con una situazione internazionale avversa, rappresenta di per sé un fatto enorme. Ma la coscienza di questo non ci deve assolutamente far chiudere gli occhi sul fatto che noi abbiamo ereditato, in sostanza, il vecchio apparato dello zar e della borghesia, e che ora, sopravvenuta la pace e assicurato il minimo necessario contro la fame, tutto il lavoro dev’essere diretto al suo miglioramento .
La mia idea è che alcune decine di operai, entrando a far parte del CC, possono accingersi meglio di qualsiasi altro alla verifica, al miglioramento e al rinnovamento del nostro apparato. L’Ispezione operaia e contadina, cui prima spettava questa funzione, si è rivelata incapace di adempierla e può essere utilizzata solo come “appendice” o come aiuto, in determinate condizioni, a questi membri del CC. Gli operai che entrano a far parte del CC debbono essere, a mio parere, in modo prevalente non di quegli operai che hanno compiuto un lungo servizio nelle organizzazioni dei soviet (dicendo operai, in questa parte della mia lettera intendo sempre anche i contadini), poiché in questi operai si sono già create certe tradizioni e certi pregiudizi contro i quali appunto noi vogliamo lottare.
Gli operai che devono entrare nel CC debbono essere in prevalenza operai che stiano più in basso di quello strato che è entrato a far parte da noi, in questi cinque anni, della schiera degli impiegati sovietici, e che appartengano piuttosto al numero degli operai e dei contadini di base, che tuttavianon rientrino direttamente o indirettamente nella categoria degli sfruttatori. Io penso che tali operai, assistendo a tutte le sedute del CC, a tutte le sedute dell’Ufficio politico, leggendo tutti i documenti del CC, possano costituire un nucleo di devoti partigiani del regime sovietico, capaci, in primo luogo, di dare stabilità allo stesso CC e, in secondo luogo, capaci di lavorare effettivamente al rinnovamento e al miglioramento dell’apparato.
Aumentando il numero dei membri del CC, ci si deve a mio parere, preoccupare anche e, forse, soprattutto, di controllare e migliorare il nostro apparato, che non va affatto. A questo scopo dobbiamo utilizzare l’opera di specialisti altamente qualificati, e la ricerca di questi specialisti deve essere compito della Ispezione operaia e contadina.  Come combinare questi specialisti-controllori, – dotati delle necessarie conoscenze – e questi nuovi membri del CC? E’ questo un problema che deve essere risolto praticamente.
A me pare che l’Ispezione operaia e contadina (per effetto del suo sviluppo nonché delle nostre perplessità a proposito del suo sviluppo) ha dato in ultima analisi ciò che ora osserviamo, e cioè uno stato di transizione da un particolare commissariato del popolo a una particolare funzione dei membri del CC; da una istituzione che revisiona tutto e tutti, a un insieme di revisori non numerosi, ma di prim’ordine, che debbono essere ben pagati (questo è soprattutto necessario nella nostra epoca, in cui tutto va pagato, e dato che i revisori si pongono direttamente al servizio di quelle istituzioni che meglio li pagano).
Se il numero dei membri del CC sarà opportunamente aumentato e se essi svolgeranno di anno in anno un corso di amministrazione statale con l’aiuto di tali specialisti altamente qualificati e di membri della Ispezione operaia e contadina dotati di grande autorità in tutti i settori, allora, io penso, adempiremo felicemente questo compito che per tanto tempo non siamo riusciti ad assolvere.
Insomma, fino a 100 membri del CC e non più di 400-500 loro collaboratori, membri dell’Ispezione operaia e contadina, che svolgano funzioni di revisione per loro incarico.

4-19

Stalin 1950 linguaggio e marxismo

404-25

I nostri compagni commettono qui almeno due errori.

Il primo errore sta nel fatto che essi confondono la lingua con la sovrastruttura. Essi pensano che, avendo la sovrastruttura un carattere di classe, anche la lingua deve essere una lingua di classe e non una comune lingua nazionale. Ma ho già detto che la lingua e la sovrastruttura sono due nozioni differenti e che un marxista non può confonderle.

Il secondo errore sta nel fatto che essi considerano la contrapposizione di interessi della borghesia e del proletariato, la loro aspra lotta di classe, come una scissione della società, una rottura di qualsiasi legame tra le classi ostili. Essi credono che, essendosi scissa la società e non esistendo più una società unica ma solo delle classi, per questo non sia nemmeno necessaria una lingua unica della società, non sia necessaria una lingua nazionale. Se la società si è scissa, e non esiste più una lingua nazionale, cosa rimane? Rimangono le classi e le “lingue di classe”. Naturalmente, ogni “lingua di classe” avrà la sua grammatica “di classe”, una grammatica “proletaria”, una grammatica “borghese”. E’ vero che queste grammatiche di fatto non esistono, ma ciò non turba questi compagni: essi credono che simili grammatiche finiranno per apparire.

Vi furono un tempo dei “marxisti”, nel nostro Paese, i quali asserivano che le ferrovie rimasteci dopo la Rivoluzione d’Ottobre erano ferrovie borghesi, che sarebbe stato sconveniente per noi marxisti utilizzarle, che avrebbero dovuto essere divelte e che occorreva costruire delle ferrovie nuove, “proletarie”. Per questo essi furono soprannominati “trogloditi”…

E’ evidente che una tale visione primitiva e anarchica della società, delle classi, della lingua, non ha nulla in comune con il marxismo. Ma essa indubbiamente esiste e continua a prevalere nelle menti di taluni nostri compagni confusionari.

Naturalmente non è vero che, essendoci una aspra lotta di classe, la società si sia scissa in classi, le quali non siano più economicamente legate l’una all’altra nella società. Al contrario. Fino a che esisterà il capitalismo, i borghesi e i proletari saranno legati assieme da tutti i fili dell’economia, come parti di una unica società capitalistica. Il borghese non può vivere e arricchirsi se non ha a sua disposizione gli operai salariati; i proletari non possono continuare la loro esistenza, se non si assoggettano al salario dei capitalisti. La fine di qualsiasi legame economico tra di loro significherebbe la fine di qualsiasi produzione, e la fine di qualsiasi produzione porterebbe alla rovina della società, alla rovina delle classi stesse. Naturalmente nessuna classe vuole distruggere se stessa. Per questo, per quanto aspra possa essere la lotta di classe, essa non può portare alla scissione della società. Solo la ignoranza del marxismo e una totale incomprensione della natura della lingua possono aver suggerito ad alcuni nostri compagni la favola della scissione della società, delle lingue “di classe” e delle grammatiche “di classe”.

Si fa pure riferimento a Lenin e si ricorda che egli aveva riconosciuto l’esistenza di due culture sotto il capitalismo, l’una borghese e l’altra proletaria, e che la parola d’ordine della cultura nazionale sotto il capitalismo è una parola d’ordine nazionalista. Tutto questo è vero e Lenin ha assolutamente ragione. Ma che c’entra il “carattere di classe” della lingua? Quando questi compagni si riferiscono a ciò che Lenin disse sulle due culture sotto il capitalismo, è evidente che vogliono suggerire al lettore che l’esistenza di due culture, borghese e proletaria, in una società, significhi che vi debbano essere anche due lingue, in quanto la lingua sarebbe legata alla cultura; che Lenin neghi quindi l’esistenza di una comune lingua nazionale; che Lenin sia per la lingua “di classe”. L’errore di questi compagni sta nel fatto che essi identificano e confondono la lingua con la cultura. Ma la cultura e la lingua sono due cose diverse. La cultura può essere borghese o socialista, mentre la lingua, come mezzo di comunicazione, è sempre una comune lingua nazionale e può servire sia la cultura borghese che quella socialista. Non è un fatto che le lingue russa, ucraina, uzbeka, oggi servono la cultura socialista di queste nazioni, proprio come servivano le loro culture borghesi prima della Rivoluzione d’Ottobre? Questo vuol dire che si sbagliano profondamente questi compagni, affermando che l’esistenza di due differenti culture porti alla formazione di due lingue diverse e alla negazione della necessità di una lingua unica.

Quando parlava di due culture, Lenin partiva precisamente dal principio che l’esistenza di due culture non può portare alla negazione di una lingua comune e alla formazione di due lingue, che la lingua deve essere una sola. Quando gli esponenti del Bund accusarono Lenin di negare la necessità di una lingua nazionale e di considerare la cultura come “non nazionale”, Lenin, come è noto, protestò risolutamente e dichiarò che egli combatteva contro la cultura borghese e non contro la lingua nazionale, la cui necessità egli considerava indiscutibile. E’ strano che alcuni dei nostri compagni abbiano seguito le orme degli esponenti del Bund.

404-25

Stalin 1950 linguaggio e marxismo

image

La base è la struttura economica della società in un determinato stadio del suo sviluppo. La sovrastruttura consiste nelle opinioni politiche, giuridiche, religiose, artistiche e filosofiche della società, nonché nelle corrispondenti istituzioni politiche, giuridiche e d’altro genere.

Ogni base ha una propria sovrastruttura, ad essa corrispondente. La base del sistema feudale ha la propria sovrastruttura, le proprie opinioni politiche, giuridiche, ecc. e le relative istituzioni; ha la propria sovrastruttura la base capitalistica, così come la base socialista. Se la base cambia e viene liquidata, allora, dopo di essa cambia e viene liquidata anche la sua sovrastruttura; se una nuova base sorge, allora, dopo di essa sorge una sovrastruttura ad essa corrispondente.

Per questo aspetto, la lingua differisce radicalmente dalla sovrastruttura. Prendiamo, come esempio, la società russa e la lingua russa. Nel corso degli ultimi trent’anni è stata liquidata in Russia la vecchia base capitalistica e una base nuova, socialista, è stata costruita. Parallelamente, è stata liquidata la sovrastruttura della base capitalistica e creata una nuova struttura corrispondente alla base socialista. Le vecchie istituzioni politiche, giuridiche, ecc., sono quindi state soppiantate da istituzioni nuove, socialiste. Ma ciò nonostante, la lingua russa è rimasta fondamentalmente quella che era prima della Rivoluzione di Ottobre.

Che cosa è mutato nella lingua russa in questo periodo? In una certa misura, è mutato il lessico della lingua russa, nel senso che è stato arricchito da un cospicuo numero di nuove parole ed espressioni, scaturite in relazione con il sorgere della nuova produzione socialista, con l’apparire del nuovo Stato, della nuova cultura socialista, di un nuovo costume, di una nuova morale e, infine, in relazione con lo sviluppo della tecnica e della scienza; è mutato il significato di molte parole ed espressioni, che hanno reso un nuovo significato; è scomparso dal vocabolario un certo numero di parole antiquate. Ma per quanto riguarda il patrimonio lessicale fondamentale e la struttura grammaticale della lingua russa, che costituiscono il fondamento del linguaggio, essi, dopo la liquidazione della base capitalistica, lungi dall’essere stati liquidati e soppiantati da un nuovo patrimonio lessicale fondamentale e da una nuova struttura grammaticale del linguaggio, sono stati conservati nella loro integrità e non hanno subìto alcun serio mutamento: sono stati conservati precisamente come fondamento della moderna lingua russa.

Inoltre, la sovrastruttura è un prodotto della base; ma ciò non significa che essa rifletta semplicemente la base, che essa sia passiva, neutrale, indifferente alla sorte della sua base, alla sorte delle classi, al carattere del sistema. Al contrario non appena sorge, essa diviene una forza eccezionalmente attiva, che aiuta energicamente la sua base ad assumere una forma e a consolidarsi facendo quanto è in suo potere per aiutare il nuovo sistema a distruggere e liquidare la vecchia base e le vecchie classi.

Né potrebbe essere altrimenti. La sovrastruttura viene dalla base creata precisamente perché possa servirla, perché possa attivamente aiutarla ad assumere una forma e a consolidarsi, perché possa attivamente contribuire alla liquidazione della base antica, decrepita, assieme alla sua vecchia sovrastruttura. Basta che la sovrastruttura rinunci alla sua funzione ausiliaria, basta che la sovrastruttura passi da una posizione di attiva difesa della sua base a un atteggiamento di indifferenza verso di essa, a un atteggiamento eguale verso tutte le classi, perché essa perda il suo valore e cessi di essere una sovrastruttura.

Per questo aspetto, la lingua differisce radicalmente dalla sovrastruttura. La lingua non è il prodotto di questa o quella base, di una base vecchia o nuova, entro una determinata società, ma dell’intiero corso della storia della società e della storia delle basi per secoli e secoli. Essa è stata creata non da una classe, ma da tutta la società, da tutte le classi della società, dagli sforzi di centinaia di generazioni. Essa è stata creata per soddisfare le necessità non di una sola classe, ma di tutta la società, di tutte le classi della società. Precisamente per questo è stata creata come un unico linguaggio per la società, comune a tutti i membri di essa, come linguaggio comune di tutto il popolo. Di conseguenza, la funzione ausiliare del linguaggio, come mezzo di comunicazione tra gli uomini, consiste non nel servire una classe a danno di altre classi, ma nel servire egualmente tutta la società, tutte le classi della società. Ciò difatti spiega il motivo per cui la lingua può egualmente servire sia l’antico, decrepito sistema, sia il sistema nuovo, nascente, l’antica base come la nuova, gli sfruttatori come gli sfruttati.

image

1909 ancora lenin sulla religione e tanto che c’era su come si devono leggere marx ed engels

Marx-Engels-Statue

 

Chi non ha ben riflettuto sulle basi del materialismo dialettico, cioè della filosofia di Marx e di Engels, può non capire (o per lo meno non capire di primo acchito) questa tesi. Ma come?
Subordinare la propaganda ideologica, la diffusione di determinate idee, la lotta contro il millenario nemico della cultura e del  progresso (cioè contro la religione) alla lotta di classe, cioè alla lotta per determinati fini pratici nel campo economico e politico?
Una simile obiezione rientra nel novero di quelle che si muovono  correntemente al marxismo e che rivelano una completa incomprensione della dialettica marxista. La contraddizione che turba coloro che sollevano di queste obiezioni è la viva  contraddizione della vita reale, cioè una contraddizione dialettica, non verbale o inventata. Separare con una barriera assoluta, insormontabile, la propaganda teorica dell’ateismo, cioè la distruzione delle credenze religiose in determinati strati del proletariato, dal successo, dall’andamento, dalle condizioni della lotta di classe di questi strati significa ragionare in maniera non dialettica, trasformare in una barriera assoluta quella che è una barriera mobile, relativa, significa scindere violentemente ciò che è indissolubilmente legato nella realtà della vita. Prendiamo un  esempio. Il proletariato di una determinata regione e di un determinato ramo d’industria si divide, poniamo, in uno strato avanzato di socialdemocratici abbastanza coscienti, che sono  beninteso, atei, e in operai piuttosto arretrati, ancora legati alla campagna e ai contadini, che credono in dio, vanno in Chiesa o  sono perfino sottoposti all’influenza diretta del prete locale, che, poniamo, sta fondando un sindacato operaio cristiano. Supponiamo, inoltre, che la lotta economica in questa località abbia portato ad uno sciopero. Un marxista deve necessariamente porre il successo dello sciopero in primo piano, deve necessariamente  reagire risolutamente contro la divisione degli operai, nel corso di questa lotta, in atei e cristiani, combattere risolutamente questa scissione. In tali circostanze, la propaganda ateistica può risultare
superflua e nociva, non dal punto di vista di considerazioni filistee, sull’opportunità di non spaventare gli strati arretrati, sulla  eventuale perdita di un mandato alle elezioni, ecc., ma dal punto di vista del reale progresso della lotta di classe, che, nelle condizioni della odierna società capitalistica, porterà gli operai cristiani alla socialdemocrazia e all’ateismo cento volte meglio di quanto non lo possa fare la nuda propaganda ateistica. In tale momento e in tali  condizioni, il propagandista dell’ateismo farebbe il gioco del prete e di tutti i preti, in generale, i quali non desiderano nulla di meglio,  che di poter sostituire la divisione degli operai in base alla loro partecipazione allo sciopero con una divisione in base alla fede in dio. L’anarchico, predicando la guerra contro dio ad ogni costo, aiuterebbe di fatto i preti e la borghesia (come sempre, del resto gli anarchici aiutano, di fatto, la borghesia). Il marxista deve essere  materialista, cioè nemico della religione, ma materialista dialettico, che pone cioè la causa della lotta contro la religione non in modo astratto, non sul terreno di una propaganda astratta puramente teorica, sempre uguale a se stessa, ma in modo concreto, sul terreno della lotta di classe realmente in cammino e che educa le masse più di tutto e meglio di tutto. Il marxista deve sapere tener conto di tutta la situazione concreta, saper sempre trovare il limite tra l’anarchismo e l’opportunismo (questo limite è relativo, mobile, mutevole, ma esiste), non cadere né nel “rivoluzionarismo” astratto, verbale e praticamente vuoto dell’anarchico, né nel  filisteismo e nell’opportunismo del piccolo borghese o  dell’intellettuale liberale, che ha paura di combattere la religione, dimentica questo suo compito, si concilia con la fede in dio, si ispira non agli interessi della lotta di classe, ma ad un meschino, e  miserabile piccolo calcolo: non urtare, non respingere, non  spaventare nessuno, secondo la saggia massima: “vivi e lascia vivere”, ecc. ecc. È da questo punto di vista che bisogna risolvere tutte le questioni particolari riguardanti l’atteggiamento della socialdemocrazia verso la religione. Si pone spesso, per esempio, la questione se un prete possa esser membro del partito socialdemocratico, e di solito a tale questione si risponde, senza  alcuna riserva, affermativamente, richiamandosi all’esperienza dei partiti socialdemocratici europei. Ma questa esperienza è nata non solo dall’applicazione del marxismo al movimento operaio, ma anche da particolari condizioni storiche dell’Occidente, che non esistono in Russia (parleremo più avanti di queste condizioni) per cui una risposta incondizionatamente affermativa in questo caso è inesatta. Non si può dichiarare una volta per sempre e per tutte le
condizioni che i preti non possono essere membri dei partito socialdemocratico, ma non si può nemmeno erigere a regola una volta per sempre il contrario. Se un prete viene tra noi per svolgere un lavoro politico in comune e svolge coscienziosamente il lavoro di  partito, senza scendere in campo contro il programma del partito, noi possiamo accoglierlo nelle file della socialdemocrazia, poiché la contraddizione tra lo spirito e le basi del nostro  programma e le convinzioni religiose di quel prete potrebbe restare in tali condizioni una contraddizione sua personale, che riguarda lui solo, e un’organizzazione politica non può sottoporre i propri membri a un esame sull’assenza o meno di contraddizioni tra le loro opinioni e il programma del partito. Ma naturalmente un simile caso non potrebbe essere che una rara eccezione anche in Europa, mentre in Russia esso è veramente poco probabile. E se, per esempio, un prete entrasse nel partito socialdemocratico e  cominciasse a svolgere in questo partito, come lavoro principale e quasi esclusivo, un’attiva predicazione delle concezioni religiose, il partito dovrebbe necessariamente espellerlo dal suo seno. Noi dobbiamo non soltanto accogliere, ma attirare alacremente nel partito socialdemocratico tutti gli operai che conservano la fede in dio, siamo decisamente contrari a ledere minimamente le loro convinzioni religiose; ma li attiriamo per educarli nello spirito del nostro programma, e non per una lotta attiva contro di esso. Noi ammettiamo in seno al partito la libertà di opinione, ma entro certi limiti, determinati dalla libertà di raggruppamento: non siamo obbligati ad andare a braccetto con i propagandisti attivi di opinioni respinte dalla maggioranza del partito. Un altro esempio. è lecito condannare ugualmente e in ogni condizione i membri del partito socialdemocratico per la dichiarazione: “il socialismo è la mia  religione” e per la propaganda di concezioni corrispondenti a una simile dichiarazione No. Che qui vi sia una deviazione dal marxismo (e quindi dal socialismo) è innegabile, ma il valore di questa  deviazione, il suo peso specifico, per cosi dire, possono variare a seconda delle condizioni. Se un agitatore o una persona che parla davanti alla massa operaia si esprime così per essere meglio compreso, per iniziare la sua esposizione per mettere meglio in rilievo le proprie opinioni usando termini più abituali per la massa incolta è un conto. Ma se uno scrittore incomincia a predicare l’”edificazione di dio” o un socialismo fondato sull’edificazione di dio (nello spirito, ad esempio, dei nostri Lunaciarski e C.), è un altro conto. Quanto una condanna potrebbe essere un cavillo o addirittura una restrizione fuori luogo della libertà dell’agitatore, della libertà dell’azione “pedagogica” nel primo caso, altrettanto la condanna del partito indispensabile e obbligatoria nel secondo. La tesi “il socialismo è una religione” è per gli uni una forma di transizione dalla religione al socialismo, per gli altri dal socialismo alla religione.

 

Marx-Engels-Statue