Da due racconti recenti nasce questo articolo che ragiona di scuola e dei suoi derivati.
1. so di una scuola che chiede contributi volontari ai genitori per le spese quotidiane e straordinarie, vista la mancanza di fondi; esiste anche un tariffario: 1 figlio X euro, 2 figli Y euro (meno di 2X) e via dicendo;
2. so di una scuola dell’infanzia che per autofinanziarsi ha organizzato una lotteria.
A mia memoria di studente, dal 1984 a venire avanti, passando per la “pantera” (vissuta con occupazioni all’Università), fino ad arrivare alla Gelmini, le caratteristiche delle varie riforme della scuola erano per certi versi simili:
- economia, che significava autonomia ( ti taglio le risorse, perché le sprechi e dunque devi adattarti);
- efficienza, che significava che “risparmiando” dovevi comunque migliorare i risultati (più iscrizioni, meno soldi spesi);
- europeismo, che significava assumere nella didattica indirizzi comuni agli altri paesi europei alla ricerca di un uniformità verso l’alto con efficacia metodologica.
C’era anche molto altro che parlava di ricerca, pedagogia, modelli, apprendimenti, accesso a tutti (numero chiuso), parificazione, formazione dei docenti, tempi di permanenza, luoghi dell’educazione, rapporto con le altre istituzioni educative. Nel mio lungo corso universitario ho avuto occasione di assistere al nuovissimo ordinamento riordinato, con tanto di supercazzola prematurata.
Scuola di massa, pubblica, funzione strumentale all’interpretazione dei fenomeni e della realtà (quando questa fosse possibile), condivisione e costruzione della conoscenza, assunzione di modelli comportamentali, partecipazione degli studenti alle scelte degli istituti, ripensamento dei luoghi ed dei tempi della scuola, erano le nostre richieste dietro la quale si celava una potentissima idea di funzione della scuola.
Di fronte alle varie “emergenze” ci trovavamo a protestare per questioni congiunturali (non secondario che la battaglia veniva comunque persa e la riforma del momento non veniva minimamente condizionata dall’entità della protesta), ma avevamo idea che la scuola servisse a qualcosa e come detto avevamo chiaro questo qualcosa che poteva assumere di volta in volta anche diverse sfumature. Per me la questione che grazie alla scuola pubblica il figlio del contadino e dell’operaio, avrebbero avuto la stessa cultura e gli stessi strumenti del figlio del dottore o del notaio, era buona cosa, e che si potesse avere accesso a saperi altrimenti chiusi in depositi il cui accesso era riservato solo a pochi era un buono sprone. Sembrava che proporre la scuola di massa (qui i rimandi al partito di massa sono fortissimi) fosse propedeutico alla rivoluzione, ricordo le discussioni con chi sosteneva che il miglioramento della società fosse legato alla diffusione della “cultura”.
Per la prima volta da tempo (ancora gravito attorno al mondo scolastico per professione) sento che siamo al fondo, ci battiamo per la congiuntura (precari per strada), ci battiamo per una scuola che sia luogo d’integrazione e di crescita collettiva (contro le tendenze ad una società omofoba e xenofoba), ci battiamo contro l’ennesima riforma (nella conservazione cerchiamo di valorizzare la sperimentazione pedagogica e didattica delle scuole italiane di ogni ordine e grado), ma mi risulta difficile comprendere quale funzione assegnamo alla scuola. In mancanza d’altro, di seguito, mi limito ad indicare una linea di ricerca.
Dobbiamo ridefinire la funzione della scuola e tramite tale funzione praticare politiche che contrastino l’attuale riforma nei suoi effetti (la protesta dei precari non sta dentro una semplice riallocazione nel sistema scuola, ma sta dentro un’idea di utilità degli stessi ad una scuola che ritrovi la propria ragion d’essere).

qual'è la scuola? quella più brutta!
Per illustrare con un esempio quanto la logica di gestione aziendale sia penetrata dentro la scuola pensate semplicemente a quanto vadano per la maggiore i poli scolastici, andando pesanti si potrebbe dire che si concepisce la scuola come una grande fabbrica, asettica nelle forme e nei volumi, funzionale per la logistica, aperta (a tutti) solo in certi orari, chi arriva da lontano fa il pendolare (avrete sicuramente sentito di studenti che si alzano alle 5,30 per iniziare scuola alle 8/8.30, escono alle 13/13.30 e arrivano a casa alle 15.30, poi dovrebbero fare i compiti), è frequentata dalle stesse persone solo per un periodo (mobilità), e si potrebbe continuare nelle similitudini. Fatemi citare il racconto della generazione precedente alla mia in cui l’andare a scuola si ammantava di leggenda, senza mezzi pubblici, con grandi camminate, rubando tempo al lavoro in casa, mentre io ho avuto sempre la scuola a massimo 15 KM (superiori).Dicevo dunque che tale processo andrebbe invertito (nell’ultimo esempio si potrebbe usare lo slogan 1, 10, 100, 1000 scuole in ogni piccolo paese).
Quale funzione dunque dicevamo, posto che nella scuola si esprime, oggi come in passato, la contraddizione fra lo sviluppo delle forze produttive e le forme di organizzazione della società, tra disintegrazione del sociale e suo tentativo di ricomposizione, tra domanda di lavoro (non dimentico che la scuola tra le varie funzioni potrebbe assolvere anche quella di anticamera del mondo del lavoro) e di conoscenza (come oggi mai a buon mercato e reperibile altrove), e forme di gestione e riproduzione dell’ideologia dominante. E si sta proprio qui il problema, la scuola può diventare il luogo della riproduzione e gestione dell’ideologia dominante, questo disintegrò il ‘68 (o se volete disintegrò le vecchie ideologie, determinando un oasi in cui c’era egemonia ideologica derivata da quel movimento). I vari governi che si sono succeduti negli ultimi 25 anni questo hanno tentato di restaurare, producendo fino ad oggi generalmente confusione, quindi se da una parte non sono riusciti nel progetto di asservire la scuola ad un idea complessiva di governo della società, sono comunque riusciti a paralizzarla, basti citare la paralisi della ricerca pedagogica che quando va bene è rimasta semplicemente teorica, non determinando sperimentazione di nuove metodologie.
Se abbiamo contraddizioni di fase che in prima battuta coinvolgono studenti e personale della scuola dobbiamo ripartire dall’organizzazione complessiva della società. Sia chiaro non intendo sottovalutare il “qui ed ora” sto dicendo diamogli una cornice di riferimento. L’ultima crisi economica ci parla comunque della scuola come luogo in cui riconnettere economia e politica. Se è vera la teoria che sto esponendo, e la destra sta usando la scuola come luogo della mediazione e gestione dell’egemonia ideologica e culturale, prima di tutto dobbiamo rompere e fare entrare in contraddizione questo meccanismo (ben vengano i tetti, ben vengano le occupazione con sperimentazioni didattiche, ben vengano le scuole per chi altrimenti non può andare a scuola). Non dico che non ci si debba occupare contemporaneamente anche del come, cioè della didattica (intesa come forma di organizzazione e ancor più di trasmissione dell’ideologia dominante). Ciò che produsse il ‘68 è stata l’immissione di tanti soggetti dentro al circuito dell’educazione e dunque per contrasto, attualmente, è proprio ad azzerare questi effetti che si punta, la crisi della scuola post ‘68 era una crisi prodotta da “sovrappopolazione”, ciò che la crisi produce oggi è un tentativo di allontanamento dal circuito scolastico, con trasmissione dell’ideologia dominante a quelli non esclusi (“gli insegnanti non facciano politica in classe”).
La scuola deve essere il luogo d’incontro di cultura e politica, dobbiamo restituirgli la funzione oggettiva (ancorché problematica) di conoscenza del reale, può essere il luogo in cui si criticano i referenti reali della cultura e della dialettica ideale di un modello di società che non ci piace, e che anzi utilizza la scuola in un processo di inveramento e di rinforzo che ne occulta la funzione a noi più cara. L’attuale governo, come altri già prima, cerca la propria sopravvivenza e perpetrazione anche attraverso meccanismi di riduzione e scomposizione della funzione scuola, a noi sta il compito di accorgercene e di iniziare a tenere alto lo scontro, dalla partecipazione ai consigli di istituto (o come si chiamino oggi), alle proteste e occupazioni, alle manifestazioni, a “chi più ne ha più ne metta”.
Nel frattempo pensiamo il più rapidamente possibile a cosa dovrebbe servire la scuola!
AVANTI MINIPOPOLO!