dal globale

Ci si poteva aspettare soddisfazione e compiacimento dal popolo dell’economia solidale che si è incontrato a L’Aquila. Per il cammino fatto, i risultati ottenuti in termini numerici e progettuali, per la recente vittoria referendaria a cui questi uomini e queste donne hanno contribuito con la loro riflessione e la loro pratica dei beni comuni. Invece è stata l’inquietudine a dominare i tanti interventi dei relatori e dei convegnisti che hanno preso la parola sia nei momenti di plenaria che durante il pomeriggio dei sei gruppi di lavoro (nuova agricoltura, finanza etica, contributo delle reti meridionali, beni no food, Gas e leggi regionali, commercio equo). L’inquietudine che deriva dalla consapevolezza di vivere un momento importante e dalla voglia di essere protagonisti, nel segno del cambiamento, di questo momento.

La Crisi, ritenuta di carattere sistemico, ritorna già dal titolo dell’undicesimo convegno nazionale e viene valutata soprattutto come opportunità, come apertura di spazi importanti nel pensiero unico dominante in cui agire il cambiamento verso un mondo più giusto, più solidale, più sostenibile. ” Si è riaperto il senso della possibilità”, per usare le parole di Deborah Lucchetti (Rete Ligure per l’Altra Economia). Da questa considerazione si è dipanato tutto un ragionamento collettivo, arricchito da racconti di pratiche già attive  sui vari territori e da relazioni accurate, su come andare oltre l’ esercizio delle buone pratiche; su come poter, agendo localmente incidere sui livelli globali vista l’inscindibilità delle due dimensioni (molto interessante la relazione di Alberto Zoratti e Adanella Rossi del DES Altrotirreno); su come essere protagonisti del cambiamento; su come riuscire a crescere e a contare di più senza snaturare le caratteristiche fondanti (movimento di base, orizzontalità, solidarietà tra i membri) del movimento. Un ragionamento appunto, sollecitato dal Tavolo Res, ma sentito anche come diffusa esigenza di base, su come riuscire a far crescere l’economia solidale, per attivare processi di cambiamento virtuosi sui territori, mettendo al centro  il valore delle relazioni, la  reciprocità, la sostenibilità ambientale. Su come trasformare l’eccedenza sociale accumulata in agente trasformatore anche per altri pezzi di società, meno consapevoli, meno partecipi.

Altro grande interrogativo che ha attraversato lo Sbarcogas è stato quello del rapporto con la politica istituzionale. Perchè politica come “processo di trasformazione con fini di lungo periodo” (secondo le parole di Nicolò Bellanca” relatore di una interessante ricerca sul mondo GAS) i “gasisti” l’hanno sempre fatta. Ma per chi ha fatto della partecipazione diretta una pratica fondante difficile è dare credito agli attuali professionisti della politica e ad un sistema rappresentativo anch’esso in profonda crisi. Partendo da un bisogno, quella di una sponda con cui interloquire, e da un sentimento,  quel “non ci rappresenta nessuno” che sta scuotendo le moribonde democrazie rappresentative europee, abbastanza condivisi dai partecipanti, vari interventi si sono interrogati su come contaminare senza essere cambiati, su come fare a rendere la partecipazione, praticata in contesti ridotti, strumento politico di decisione e pratica per colmare il vuoto della rappresentanza [N.d.A: una riflessione che mi fa pensare sempre più che il comandare obbedendo degli zapatisti possa rappresentare un valido cammino].

Infine l’effervescente crescita numerica dei Gas, arrivati a 8oo ufficiali (altrettanti si stima possano essere quelli informali), ha fatto entrare nel dibattito il tema delle forme organizzative. Consapevoli di come la forma non sia neutra ma comporti caratteristiche intrinseche e conseguenze sull’essere e sull’agire, il dibattito ha assunto come dato ineludibile quello della diversità: tanti Gas e tante persone che partecipano si traducono in una differenza di motivazioni, pratiche e concezioni dell’economia solidale. Diversità che deve rappresentare una sfida arricchente, così come i probabili conflitti che sorgeranno tra le anime di un movimento che, allargandosi, diventa sempre più eterogeno. Alla fine la dialettica sull’organizzazione si è polarizzata tra chi, proprio per poter essere un movimento più incisivo, pensa siano necessarie forme di coordinamento e raccordo più strutturate e “pesanti” (posizione riassunta nella frase “Trovare con delicatezza una direzione comune”); e chi invece pensa che ogni gas debba, pur nella condivisione di principi generali, proseguire per la propria strada e che questa molteplicità e diversità sia irriducibile ad un unicum.

Una tre giorni davvero densa. Nel clima di convivialità e di belle relazioni che si è vissuto nel Parco del Sole le comunità che animano i vari rivoli dell’economia solidale hanno ragionato collettivamente, partendo in molti case dalle loro concretissime esperienze territoriali, su come poter fornire risposte valide per la società intera per uscire dalla Crisi economica, sociale ed ambientale che la caduta del Capitalismo provoca in maniera drammatica. Una riflessione alta, che ha saputo tenere insieme approfondite analisi, appassionati racconti, stimolanti interrogativi. Un confronto che, già nella modalità, è stato il più possibile orizzontale, aiutato e coordinato anche dal prezioso lavoro della cooperativa SCRET.

Un esercizio di democrazia,  un pensare insieme, uno sforzo collettivo all’altezza di un movimento che, non pago per la strada fatta, vuole osare e fare ancora di più, agendo sull’economia con l’intenzione di provare a ridare un senso alla politica, per costruire nuove relazioni e un nuovo mondo. Una sfida importante, che per quanto fatto fin’ora e per quanto visto e ascoltato a L’Aquila, il popolo dell’economia solidale può affrontare e vincere.

Sbarco GAS 2011. Il Dibattito

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