“Adesso parlino le Ruspe!”

  Intervento del compagno Sanni Mezzasoma

al Congresso di Federazione di Perugia

Sabato 26 Novembre 2011

Vorrei soffermarmi su un paio di aspetti non marginali della nostra discussione congressuale cercando di integrare i ragionamenti fatti con riflessioni che vogliono portare un contributo non inedito, perchè scaturito da tanti anni di militanza, ma che ancora non ho sentito nel nostro dibattito e che intende sviluppare alcune idee contenute nella relazione del segretario. Vorrei parlare di crisi e partito e su questi due argomenti come è mio solito introduco due situazioni emblematiche tratte dal quotidiano che pur non volendo ambire ad essere simboliche o paradigmatiche hanno il pregio di essere vissute, reali, concrete.

E’ chiaro a tutti che la connessione fra crisi e partito risulta prioritaria.

Per la questione della crisi partirei dalla considerazione che è un errore comune confondere il reale con il razionale, questa associazione, questa identificazione ha prodotto grossi danni in termini sociali, politici e limitato le potenzialità di crescita di un partito che dichiara di voler sovvertire il reale.

Per la questione del partito e nello specifico dentro la confusione che si è generata con un progressivo calo di iscritti, militanti e votanti, vorrei evidenziare che un pezzo del problema è legato alla selezione dei gruppi dirigenti ed alla formazione dei quadri che non può prescindere da alcuni elementi schematici e di riferimento che aiutano nel momento della valutazione e che in parte potrebbero evitare situazioni comprensibili, ma fuori fase come la discussione sulle commissioni ieri sera. Ad esempio (potrei fare lo stesso ragionamento per molte professioni o lavori) se un educatore ha il problema di valutare l’efficacia della propria proposta può limitarsi ad alcune riflessioni sui propri comportamenti. Vado nello specifico: un modo per valutare l’atteggiamento è quello di chiedersi se si è data una risposta prima che il soggetto dell’educazione abbia formulato la domanda. Questa semplice regola aiuta l’analisi delle proprie scelte e dei propri comportamenti, definendo parametri di riferimento che mettono al riparo da tatticismi e dai maestri del mediogioco.

L’idea è di costruire questa griglia di riferimento sbriciolatasi nel corso degli ultimi anni se mai presente all’interno della cassetta degli attrezzi fornita dal nostro partito.

La mia ipotesi è che il nostro partito abbia una storia oltre i suoi vent’anni effettivi e che si possa e si debba pescare nella nostra storia per il necessario arricchimento delle attuali analisi.

CRISI

In realtà non possiamo probabilmente dare per scontata neanche la definizione del concetto comunista di crisi, ma credo che l’americanismo di fine secolo e inizio millennio che molti di noi identificavano col capitalismo sia entrato in crisi, una crisi, per me fattore determinante, non scaturita da un’azione autonoma delle masse magari determinata da una crescita dei bisogni che questo sistema non era in grado di soddisfare. Tale crisi è diventata anche crisi produttiva, ma ad oggi non ha liberato forze sociali ne una critica allargata alla qualità del modello di sviluppo facendo emergere spinte al suo superamento, ciò che io intravedo anche in chi manifesta dissenso è per lo più sviluppato in ottica di estrema compatibilità. E’ derubricata la possibilità di leggere se la battaglia sull’acqua sia una battaglia contro un sistema, è considerata discussione superflua. Io credo che il binomio crisi-rivoluzione (anche questo troppo presto dimenticato) ci obblighi a ricordarci che una fase rivoluzionaria non è necessariamente una fase che nel volgere breve di eventi anche slegati fa precipitare la lotta per il controllo del potere, ma può essere ben identificata anche da un processo in cui la capacità egemonica di una formazione economico-sociale viene meno, da un processo in cui il sistema di valori e le istituzioni su cui una società si regge viene scardinato anche dal crescere di valori e bisogni alternativi. Io credo che non siamo entrati in nessuna di queste due fasi, e credo perciò che obiettivo politico sia provare ad entrare in quella delle due che ci sembra più realistica e percorribile. Per anticipare le questioni legate al ragionamento che vorrei fare sul partito dirò qui che abbiamo bisogno di una nascita e crescita lineare per lo meno, del nostro progetto, programma, organizzazione. Lambiccarsi il cervello in inutili elucubrazioni non contribuisce alla crescita di una organizzazione, ma evitare questa discussione non può determinare la crescita di un partito interna ed esterna.

Uno dei problemi evidenti delle prime ingenue esperienze di protesta è che si dissolvono prima di sedimentarsi in cultura politica e darsi livelli organizzativi permanenti, di definire un programma e persegueguirlo con costanza e pervicacia, direi con disciplina, esprimendo un nuovo funzionamento della società, anzi alcune esperienze evidentemente reazionarie proclamano questa loro inadeguatezza sbandierandola come scelta politica razionale fondativa ed autorganizzativa. Nonostante la tenuta e i tentativi della fiom non c’è stato neanche un movimento operaio che potesse assumere la direzione o produrre un avanzamento delle forme di lotta. Il livello della crisi non ha un paragonabile livello di risposta antisistemica. Generalmente quella che definiamo sinistra in italia e in molti altri paesi si è troppo preoccupata della ricomposizione del quadro delle solidarietà istituzionali. Casomai si finisce sulla linea riformista ogni giorno più meschina e misera e sull’antiberlusconismo. In passato abbiamo già assistito alla inadeguatezza di queste ipotesi quando dico passato mi riferisco anche al tempo in cui Berlusconi si chiamava DC. Se queste caratteristiche fossero vere servirebbero in parte a spiegare come mai la crisi continua ad avere carattere prolungato, non c’è una spinta reale al suo superamento da nessuna delle parti in lotta. Pur peggiorando però le condizioni materiali di vita e lavoro di milioni di persone, pur assumendo tratti repressivi, aumentando poverta e recessione, di per se non produce un meccanismo spontaneo che si orienti verso una alternativa.. Possiamo anzi pensare che la crisi genererà frammentazione corporativa, nazionalismi, regionalismi e divisioni. Crescono le rivendicazioni che ostacolano le definizione di un programma che disegni le fondamenta di una nuova società, i suoi funzionamenti politico-produttivi. Non è dato sapere neanche come si intende soddisfare le semplici rivendicazioni che si spostano in continuazione da un piano pseudocollettivo ad un piano privato, tranne alcune eccezioni. Non abbiamo neanche in questa fase la mediazione offerta dal cartello elettorale per la presa del potere statuale aspirazione comunque che in passato ha già dimostrato di avere basi poco solide.

La contestazione non diventa alternativa, invoca la non rappresentatività o l’assenza di organizzazioni che degnamente la rappresentino.  Se è vero che mai come oggi c’è bisogno di comunismo è anche vero che questo bisogno non viene avvertito da strati ampi della popolazione.

Se mi si chiedesse cosa portano  i comunisti in dote nell’analisi della crisi e soprattutto nella proposta politica direi una critica radicale e concreta di tutte le manifestazioni della società presente, dal modo di produrre, di consumare, di pensare, di vivere. Io credo che oggi non sia secondario ragionare su cosa si porta in dote alla discussione sull’alternativa di sistema.

Cosa rende palese questa crisi? Quali processi storici amplia, dipana, modifica, sviluppa?

  1. Non c’è un processo di polarizzazione della società, la stratificazione sociale che non ha nessun legame con passate organizzazione della società, ma che risulta un fenomeno moderno, orientato dalle scelte della classe dominante appare una buona risposta alle problematiche di costruzione del consenso di questa stessa classe. Questo complessifica anche in assenza di un riferimento palesemente condiviso (vedi URSS), la unificazione naturale degli obiettivi, delle esperienze delle rivendicazioni. Questa stratificazione fa si che intere parti di società non hanno smarrito la propria funzione ne hanno un problema di autocoscienza, semplicemente non hanno ruolo se non come consumatori del plusvalore prodotto da altri. In questo caso non possiamo non tenere in considerazione come potenziali alleati tutto ciò che fa riferimento alla critica del modo di consumare.
  2. La classe operaia non solo si è modificata con differenze rimarcate fra retribuzioni e diritti, ma ha visto mangiate gran parte delle conquiste del secolo passato con ulteriore disintegrazione dei tratti comuni. (ecco perchè la lotta alla precarietà assume carattere prioritario non solo per le condizioni di vita e lavoro).
  3. Si allontana sempre di più la forbice tra le istanze anticapitalistiche, reali o latenti e i mezzi disponibili per soddisfarle. Mai a mia memoria e per i riferimenti politici che conosco tutto l’arco delle forze produttive porta il segno del capitale (scienza, tecnica, impiantistica, consuetudini, istituzioni, modelli di consumo, schemi morali). Siamo di fronte dunque all’indeterminatezza del soggetto sociale che determina il comunismo e all’assenza di progetto e programma di trasformazione del sistema. Per dirla con Lenin, sirena novecentesca per me molto attrattiva, niente partito niente rivoluzione, niente partito niente classe! Questa sirena però si rivela utile, ma completamente fuori dalla realtà, se da un lato il problema dell’educazione delle masse cioè rimane anche se si manifesta in forme differenti da quelle che abbiamo finora canonizzato, oggi l’applicazione pedissequa del leninismo produrrebbe quel separatismo e settarismo dallo stesso lenin bollato come anticomunista.

Recuperando però questi elementi si potrebbe dire che un pezzo del nostro progetto politico deve prevedere un dialogo continuo e costante in cui sia chiaro il nostro portato nel tentativo di costruzione comune di conoscenze è anche il portato di chi ha sperimentato e generato forme progressive di partecipazione di strati prima esclusi alla politica, fino al condizionamento importante, da parte di questi strati,  delle scelte di quella politica.

Inutile pensare di rappresentare chi non vuole essere da te rappresentato, più utile fare un pezzo di strada insieme, costruire conoscenza insieme, portare un contributo fattivo e di idee alla frammentata oasi anticapitalistica.

Non credo che possiamo tornare al socialismo premarxista in cui bisogni e valori umani avevano una connotazione metastorica. Non credo che abbia senso porsi come partito avanguardia di un movimento che non arriverà mai e che avrebbe tratti evidentemente inutilmente nostalgici. Inoltre le tipologie di organizzazioni anticapitalistiche attuali, l’acculturazione delle masse, l’ossificarsi del partito nelle istituzioni sono pericoli reali, se non abbiamo un progetto appunto sul come e perchè stare nelle istituzioni e sul come e perchè costruire alleanze, come ha ben descritto il segretario nella relazione. Inoltre nel nostro campo la tendenza alla mosaicizzazione senza peraltro avere neanchè uno schema tipo puzzle per la ricostruzione rende ancora più complesso questo compito, mi riferisco alle continue scissioni e alla proliferazione di partiti sinistri o comunisti. Ma il partito serve almeno per due scopi, le pratiche devono cristallizzarsi in teoria, teoria scientifica maturata in rapporto con la storia. E’ l’unica maniera che conosco per superare le divisioni del presente, la spinta che concordemente proietta e dilata l’orizzonte del tempo e dello spazio, costruisce progetto verificando la praticità delle teorie.

Chiaramente questo non può tradursi in anelito o slancio volontaristico di un sparuto gruppo di svalvolati. Se non abbiamo ad oggi questa capacità e non credo che l’abbiamo è inutile raggruppare e tentare di rappresentare forze che per ora non riescono fecondamente a stare insieme. Siamo dunque di fronte ad una fase di difesa, di resilienza.

Abbiamo bisogno però di sapere cosa succede, quale dovrebbe essere il nostro ruolo una volta condiviso lo scopo e come questo ruolo si concretizza nel presente.

Dentro il ragionamento che ho fatto, ci sono, secondo me, le indicazioni accennate dal segretario sulla necessità di trovare una modalità dello stare nelle istituzioni, trovare una modalità nella critica alla riforma endoregionale, trovare una modalità alla nostra battaglia per la ricostruzione dell’istruzione pubblica, connettendo il cosa succede, con il cosa stiamo facendo e con il cosa faremo e costringendoci ad un grande sforzo teorico che sappia, partendo dalle pratiche come detto, orientare ed identificare le nostre posizioni. Insomma non è un partito l’organizzazione in cui il segretario (quando va bene) o chi per lui, si sveglia ad un certo punto e dice facciamo come in Germania, poi dice facciamo come in Grecia, poi magari come in Spagna rendendo evidente la mancanza di progetto e di prospettiva e legandosi troppo repentinamente a fatti non attentamente analizzati.

PARTITO

Vi sono debitore però di alcuni principi generali, che ho annunciato all’inizio del mio intervento, che ho toccato ma che intendo sviluppare per fornire punti di riferimento per la teoria del partito nello spirito di stimolare dibattito e verifica (sulla verifica ci sarebbe da aprire un capitolo a parte perchè pur rifuggendo la pesante autocritica che diventa autolesionismo, la tendenza a non sottoporsi a verifica, ne a trovare elementi comuni che contraddistinguano il processo di verifica quando questo viene abbozzato, non mi convince. appare gravemente deleteria la ulteriore tendenza ad adattare, falsificare e modificare la griglia adattandola al risultato che si vuole ottenere).

Allora abbiamo bisogno di:

  1. forte caratterizzazione ideale e strategica, che sappia dare risposte omogenee ai problemi insorgenti e che abbia storicità (veniamo da lontano). Il partito non è convergenza occasionale di punti di vista, ne vetrina per il lancio nell’universo mondo (come già sperimentato, cito sempre luxuria, ma me ne vengono in mente altri), la spiegazione al tourn over prioritariamente sta qui dentro, si può e si deve crescere, ma la crescita incondizionata lo abbiamo sperimentato e lo sappiamo porta a rovinosi crolli. Abbiamo perso pezzi di nomenclatura, ma percentualmente è molto più alta la perdita dei dirigenti inventati all’ultimo minuto e prestatici dal movimentismo e dalla società civile. Abbiamo bisogno di reimmettere nella società il tema dei rapporti di produzione, della democrazia, della gerarchia, della supremazia o neutralità della scienza e della tecnica. La nascita di domande complesse ha bisogno di risposte all’altezza della complessità.

  2. Il partito ha bisogno di militanti meglio se anche fuori dalla militanza del social network, non ho velleità di ricostruire un fragile esercito di marionette, ma dobbiamo cercare di stare dappertutto vista la frammentazione, noi dobbiamo stare il più possibile dentro gli embrioni delle proteste anticapitalistiche per poter svolgere il compito di cui accennavo in precedenza. Questi sono i militanti in questo senso le rappresentanze istituzionali del partito possono militare oltre che nello svolgimento del loro ruolo nei termini previsti dal progetto. Attenzione alla militanza settoriale, se siamo in una fase fondativa del partito consiglierei di evitare il militante di settore (sindacato, studente, quartiere) che viene coordinato, ma punterei sulla visione generale comune, sulla disciplina, sulla elaborazione quotidiana, sulla fatica, sia per la propria crescita che per quella del proprio partito. Non ho intenzione di proporre un nuovo ordine sacerdotale, ma senza queste premesse difficile raggiungere gli obiettivi di cui parlavo. Il partito chiaramente è fatto di simpatizzanti, iscritti, interessati, compagni, ma deve contare in prima battuta sui militanti che ho descritto sopra.

  3. Si devono privilegiare i luoghi dello scontro al dibattito interno e anche rispetto al proprio rafforzamento nel tentativo di fondarlo il rafforzamento sulla presenza e sulla compattezza. Devo dire che fin’ora questa prerogativa la conserviamo e pur se con difficoltà è emersa anche dopo la manifestazione del 15 ottobre. A questo scopo non può sfuggire una discussione sulla organizzazione che spero faremo in future riunioni, ma che non tratto in questo intervento, ad esempio sono convinto che la nostra organizzazione debba essere territoriale, ma che si debba ripensare il circolo come unità di base nella sua articolazione attuale.

  4. Il nostro partito non può trasformarsi in nessuna delle sue manifestazioni locali e nazionali in apparato di potere, quella disciplina che dobbiamo chiedere ai militanti non può reggere la tendenza alla burocratizzazione. Ricerca dell’unità e della collegialità dunque, discussione franca e aperta, continuità storica. Quando non riusciamo a fare questo la ricerca del partito diventa sterile, domina l’individualismo e la ricerca del potere, che sono riflessi dei meccanismi e dell’ideologia dominante che come già visto favoriscono e determinano nostri indebolimenti. Ancora più grottesca questa situazione quando tocca una organizzazione piccola come la nostra. Può ambire un partito che non sia unito e collegiale a rappresentare altri strati e soggetti? Può ambire a rappresentare interessi e istanze un partito che non riesce ad attivare un confronto/dibattito allargato fra i militanti sulle questioni ad esempio legate alla riforma endoregionale o sulla riforma del sistema sanitario (qui non mi riferisco all’Umbria che pur fra mille difficoltà ci prova e fra alti e bassi assume questa come priorità, probabilmente da sempre, ma con maggior tenacia, pur in un contesto più difficile, nell’era Flamini)?

  5. Il nostro partito deve necessariamente capire come allargare la militanza e con chi. Va ricreato un legame forte e reso visibile tra lotta economica, lotta per il potere e lotta politica. Abbiamo bisogno almeno di un riflesso di massa, dobbiamo porci il problema (e lo stiamo facendo credo) dello spostamento del fronte anticapitalistico (la val di susa per capirci, la citano tutti ad esempio e lo faccio anch’io, ma se tutti citiamo solo questo esempio rinforziamo la mia analisi precedente sulla risposta alla crisi) su scala nazionale ed internazionale strappandolo all’orizzonte conservativo legaiolo o alle tendenze anarco-distruttive.

Anche le idee più avanzate, più concrete, più liberatrici rischiano di atrofizzarsi, è come se le legassero quando sono ancora in embrione, quando non si sono ancora sviluppate, ad un palo con grosse catene. Abituate ad essere legate quando crescendo si arricchiscono,  e riuscirebbero a rompere quelle catene, evitano di provarci. I padroni possono addirittura sostituire quelle grosse catene con fili sottili, ma quelle idee non hanno più la volontà di liberarsi. Se è vero che i padroni hanno fatto questo, è altrettanto vero che il primo compito di un Partito Comunista è rompere, adesso, quelle catene.

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