Lettere sulla Tattica – Vladimir Lenin (1917)

Prefazione

 Sul tema indicato nel titolo, ho dovuto tenere a Pietrogrado un rapporto, il 4 aprile 1917, dapprima in una riunione di bolscevichi, delegati alla Conferenza panrussa dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, che, dovendo ripartire, non potevano concedermi alcuna dilazione. Alla fine della riunione il compagno G. Zinov’ev, che presiedeva, mi ha proposto a nome dell’assemblea di ripetere subito il mio rapporto in una riunione di delegati bolscevichi e menscevichi che desideravano discutere la questione dell’unificazione del Partito operaio socialdemocratico di Russia.

Benché mi fosse difficile ripetere subito il mio rapporto, non ho ritenuto di avere il diritto di rifiutare ciò che mi chiedevano i miei compagni e i menscevichi che, a causa dell’imminente partenza, non potevano concedermi rinvii.

Nel corso della relazione ho riletto le mie tesi [1], pubblicate nel n° 26 della Pravda, il 17 aprile 1917 [*1].

Le tesi e il rapporto hanno suscitato dissensi tra gli stessi bolscevichi e persino nella redazione della Pravda. Dopo varie riunioni siamo pervenuti all’unanime conclusione che era più opportuno discutere apertamente questi dissensi, fornendo così elementi per la conferenza panrussa del nostro partito (Partito operaio socialdemocratico di Russia, unificato dal Comitato centrale), convocata per il 20 aprile 1917 a Pietrogrado.

In conformità con questa decisione pubblico le lettere che seguono, senza pretendere di esaminare la questione in tutti i suoi aspetti, ma segnalando unicamente gli argomenti principali, che hanno particolare importanza sotto il profilo dei compiti pratici del movimento della classe operaia.

Lettera Prima

Valutazione del momento attuale

 Il marxismo esige da noi una valutazione esatta e oggettivamente controllabile dei rapporti tra le classi e delle particolarità specifiche di ogni momento storico. Noi bolscevichi ci siamo sempre sforzati di rimanere fedeli a questa istanza che è assolutamente indispensabile per ogni politica scientificamente fondata.

“La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione” [2], hanno sempre sostenuto Marx ed Engels, burlandosi a ragione delle “formule” imparate a memoria e ripetute meccanicamente, le quali, nel migliore dei casi, possono tutt’al più indicare i compiti generali che vengono di necessità modificati dalla situazione economica e politica concreta di ciascuna fase particolare del processo storico.

Quali sono dunque i fatti oggettivi, rigorosamente accertati, sulla cui base il partito del proletariato rivoluzionario deve oggi orientarsi per determinare gli obiettivi e le forme della sua azione?

Nella mia prima Lettera da lontano (La prima fase della prima rivoluzione), pubblicata nella Pravda, nn. 14 e 15 del 21 e del 22 marzo 1917 e nelle mie tesi ho definito “L’originalità del momento attuale in Russia” come una fase di transizione dalla prima alla seconda tappa della rivoluzione. Ho ritenuto pertanto che la parola d’ordine fondamentale, il “compito del giorno”, dovesse essere così formulata in quel momento: “Operai, avete compiuto miracoli di eroismo proletario, popolare, nella guerra civile contro lo zarismo; dovete adesso compiere miracoli nell’organizzazione del proletariato e di tutto il popolo per preparare la vostra vittoria nella seconda fase della rivoluzione” (Pravda, n° 15)

In che cosa consiste la prima fase?

Nel passaggio del potere statale alla borghesia.

Prima della rivoluzione del febbraio-marzo 1917, il potere dello Stato apparteneva in Russia ad una vecchia classe, alla nobiltà terriera feudale capeggiata da Nicola Romanov.

Dopo questa rivoluzione il potere è passato ad un’altra classe, a una classe nuova, alla borghesia.

Il passaggio del potere statale, da una classe ad un’altra è il primo segno, il carattere principale, fondamentale, di una rivoluzione, sia nel senso rigorosamente scientifico che nel senso pratico-politico del termine.

Pertanto la rivoluzione borghese o democratico-borghese è già terminata in Russia.

Sentiamo levarsi qui la protesta dei contraddittori ai quali piace chiamarsi “vecchi bolscevichi”: non abbiamo sempre detto che la rivoluzione democratica borghese può essere portata a termine solo dalla “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini”? e la rivoluzione agraria, che è anch’essa democratica borghese, è forse terminata? non è invece un fatto che essa non è ancora cominciata?

Rispondo: le idee e le parole d’ordine dei bolscevichi sono state interamente confermate dalla storia nel loro insieme, ma in concreto le cose sono andate in maniera diversa da quanto io (o qualunque altro) potevo prevedere, si sono cioè svolte in modo più originale, peculiare e vario.

Ignorare, dimenticare questo fatto significherebbe porsi sul piano di quei “vecchi bolscevichi” che più d’una volta hanno avuto una triste funzione nella storia del nostro partito, ripetendo stolidamente una formula imparata a memoria invece di studiare quanto vi era di originale nella nuova e vivente realtà.

La “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” è già un fatto [*2] nella rivoluzione russa, poiché questa “formula” prevede soltanto un rapporto tra le classi, e non un’istituzione politica concreta che realizzi questo rapporto e questa collaborazione. Il “Soviet dei deputati degli operai e dei soldati” è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” già realizzata dalla vita.

Questa formula è ormai invecchiata. La vita l’ha trasferita dal regno delle formule in quello della realtà, le ha dato carne e sangue, l’ha concretata e per ciò stesso modificata.

All’ordine del giorno si pone adesso un compito diverso, un compito nuovo: la scissione, all’interno di questa dittatura, tra gli elementi proletari (antidifensisti, internazionalisti, “comunisti”, fautori del passaggio alla Comune) e gli elementi piccolo proletari o piccoloborghesi (Ckheidze, Tsereteli, Steklov, i socialisti-rivoluzionari e tutti gli altri difensisti rivoluzionari che avversano il movimento verso la Comune e propugnano l’ “appoggio” alla borghesia e al governo borghese).

Chi parla oggi soltanto della “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” è in ritardo sulla vita e di conseguenza è passato di fatto nel campo della piccola borghesia, contro la lotta di classe proletaria, e merita di essere relegato nell’archivio delle curiosità “bolsceviche” prerivoluzionarie (si potrebbe dire, nell’archivio dei “vecchi bolscevichi”).

La dittatura democratica del proletariato e dei contadini è già realizzata, ma in modo molto originale, con una serie di modificazioni della massima importanza. Ne parlerò specificamente in una delle mie prossime lettere. Per il momento basterà assimilare l’innegabile verità che il marxista deve tener conto della vita concreta, dei fatti precisi della realtà, e non abbarbicarsi alla teoria di ieri, che, come ogni teoria, indica nel migliore dei casi soltanto il fondamentale, il generale, si approssima soltanto a cogliere la complessità della vita.

“Grigia è la teoria, amico mio, ma verde è l’albero eterno della vita” [3].

Chi pone il problema del “compimento” della rivoluzione borghese alla vecchia maniera, sacrifica il marxismo vivente alla lettera morta.

La vecchia formula era: al dominio della borghesia può e deve seguire il dominio del proletariato e dei contadini, la loro dittatura.

Ma nella vita reale è già andata diversamente: si è avuto un intreccio estremamente originale, nuovo, senza precedenti dell’uno e dell’altro dominio. Infatti esistono, l’uno accanto all’altro, insieme, simulataneamente, e il dominio della borghesia (governo Lvov-Guckov) e la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, che cede volontariamente il potere alla borghesia e si trasforma volontariamente in una sua appendice.

Non bisogna infatti dimenticare che nella pratica a Pietrogrado il potere è nelle mani degli operai e dei soldati e che contro di essi il nuovo governo non ricorre e non può ricorrere alla violenza, perché non esistono né una polizia né un esercito distinti dal popolo e neanche una burocrazia onnipotente al di sopra del popolo. Questo è un fatto. Un fatto che caratterizza appunto uno Stato del tipo della Comune di Parigi. Un fatto che non s’inquadra nei vecchi schemi. Bisogna saper adattare gli schemi alla vita e non ripetere parole prive ormai di senso sulla “dittatura del proletariato e dei contadini” in generale.

Esaminiamo la questione da un altro lato, per chiarirla meglio.

Il marxista non deve mai abbandonare il solido terreno dell’analisi dei rapporti di classe. Al potere c’è la borghesia. Ma i contadini non sono anch’essi una borghesia d’un altro strato, d’un altro genere, d’un altro carattere? Da che cosa si deduce che questo strato non può arrivare al potere “portando a termine” la rivoluzione democratica borghese? Perché questo sarebbe impossibile?

Così ragionano spesso i vecchi bolscevichi.

Rispondo che questo è perfettamente possibile. Ma il marxista, per valutare una situazione, deve procedere dal reale e non dal possibile.

Ora, la realtà ci addita il fatto che i deputati dei contadini e dei soldati, liberamente eletti, entrano liberamente nel secondo governo, nel governo collaterale, lo integrano, lo sviluppano e lo perfezionano liberamente, e, non meno liberamente, cedono il potere alla borghesia: fatto che non “contrasta” in alcun modo con la teoria marxista, perché noi abbiamo sempre saputo e indicato più volte che la borghesia rimane al potere non soltanto con la violenza, ma anche in virtù dell’incoscienza, dell’abitudinarismo, della passività e della disorganizzazione delle masse.

Ed è davvero ridicolo, dinanzi alla realtà di oggi, lasciar da parte i fatti e parlare delle “possibilità”.

è possibile che i contadini prendano tutte le terre e tutto il potere. Non solo non dimentico questa eventualità e non circoscrivo all’oggi il mio orizzonte, ma formulo esattamente e con chiarezza il programma agrario, tenendo conto di un nuovo fenomeno: l’approfondirsi della scissione tra gli operai agricoli e i contadini poveri, da una parte, e i contadini-proprietari, dall’altra.

Ma esiste anche una diversa possibilità: i contadini possono dare ascolto ai consigli del partito socialista-rivoluzionario, partito piccolo-borghese soggetto all’influenza dei borghesi e schierato nel campo dei difensisti, il quale raccomanda ai contadini di aspettare fino all’Assemblea costituente, benché sino ad oggi non sia stata fissata ancora nemmeno la data della sua convocazione! [*3]

è possibile che i contadini mantengano e prolunghino il compromesso con la borghesia, compromesso che hanno ora concluso non solo formalmente, ma anche di fatto attraverso i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati.

Le possibilità sono diverse. Sarebbe un gravissimo errore dimenticare il movimento e il programma agrario. Ma sarebbe un errore non meno grave dimenticare la realtà, che ci addita l’esistenza di un accordo o, per usare un’espressione più esatta, meno giuridica, più economico-classista, l’esistenza di una collaborazione di classe tra la borghesia e i contadini.

Quando questo fatto cesserà di essere un fatto, quando i contadini si separeranno dalla borghesia, s’impadroniranno della terra contro di essa e prenderanno il potere contro di essa, allora avrà inizio una nuova fase della rivoluzione democratica borghese, della quale tratteremo a parte.

Il marxista che, di fronte all’eventualità di questa fase futura, dimentichi i suoi doveri di oggi, del momento in cui i contadini si accordano con la borghesia, diventerebbe un piccolo borghese. Di fatto predicherebbe al proletariato la fiducia nella piccola borghesia (“questa piccola borghesia, questa popolazione contadina, deve separarsi dalla borghesia nel quadro stesso della rivoluzione democratica borghese”). La “possibilità” di un avvenire dolce e gradevole, in cui i contadini non saranno più a rimorchio della borghesia e in cui i socialisti-rivoluzionari, Ckheidze, Tsereteli, Steklov, non saranno più un’appendice del governo borghese, la “possibilità” di questo gradevole avvenire gli farebbe dimenticare lo sgradevole presente, in cui i contadini sono ancora a rimorchio della borghesia e in cui i socialisti-rivoluzionari e i socialdemocratici sono ancora un’appendice del governo borghese, l’opposizione di “sua maestà” [4] Lvov.

Questo ipotetico personaggio rassomiglierebbe ad un mellifluo Louis Blanc, a un dolciastro kautskiano, ma in nessun caso ad un marxista rivoluzionario.

Non si rischia però di cadere nel soggettivismo quando si desidera “saltare” dalla rivoluzione democratica borghese ancora incompiuta – che non ha superato il movimento contadino – alla rivoluzione socialista?

Se dicessi: “Niente zar, ma un governo operaio[5], incorrerei in questo pericolo. Ma io non dico questo, dico tutt’altra cosa, dico che non vi può essere in Russia altro governo (escluso il governo borghese) se non i Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei soldati e dei contadini. Dico che oggi in Russia il potere può passare da Guckov e Lvov soltanto a questi Soviet, nei quali predominano appunto i contadini, i soldati, predomina la piccola borghesia, per usare un termine marxista, scientifico, per usare una definizione di classe e non un’espressione corrente, filistea e puramente professionale.

Nelle mie tesi mi sono ben premunito contro ogni tentativo di saltare al di sopra del movimento contadino o piccolo-borghese in generale, che non ha ancora esaurito tutte le sue possibilità, contro ogni tentativo di giocare alla “presa del potere” da parte di un governo operaio, contro ogni avventura blanquista, perché mi sono richiamato espressamente all’esperienza della Comune di Parigi. E quell’esperienza, come è noto e come Marx ha esaurientemente dimostrato nel 1871 e Engels nel 1891 [6], escluse del tutto il blanquismo, garantì il dominio diretto, immediato e incondizionato della maggioranza e l’iniziativa delle masse soltanto nella misura in cui questa massa intervenne coscientemente.

Nelle mie tesi ho ricondotto tutto, nel modo più esplicito, alla lotta per l’influenza all’interno dei Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei contadini e dei soldati. E, per non lasciare in proposito nemmeno l’ombra di un dubbio, nelle tesi ho sottolineato due volte la necessità di un lavoro di “spiegazione”, paziente e tenace, che “si conformi ai bisogni pratici delle masse“.

Gli ignoranti o i rinnegati del marxismo, come il signor Plekhanov e i suoi simili, possono gridare all’anarchia, al blanquismo, ecc. Chi vuole invece riflettere e imparare non può non capire che il blanquismo è la presa del potere da parte di una minoranza, mentre i Soviet dei deputati operai, ecc., sono notoriamente l’organizzazione diretta e immediata della maggioranza del popolo. Un’azione ricondotta alla lotta per assicurare la propria influenza all’interno dei Soviet non può, non può assolutamente, portare nel pantano del blanquismo. E non può condurre neanche sul pantano dell’anarchismo, poiché l’anarchismo è la negazione della necessità dello Stato e del potere statale nel periodo di transizione dal dominio della borghesia al dominio del proletariato. Io sostengo invece, con una chiarezza che esclude qualsiasi possibilità di malinteso, la necessità dello Stato in questo periodo, però, d’accordo con Marx e con l’esperienza della Comune di Parigi, non di uno Stato parlamentare borghese ordinario, ma di uno Stato senza esercito permanente, senza una polizia opposta al popolo, senza una burocrazia posta al di sopra del popolo.

Se il signor Plekhanov, nel suo Edinstvo, grida con tutte le sue forze all’anarchia, non fa che dare ancora una prova della sua rottura con il marxismo. Alla mia sfida, pubblicata nella Pravda, a dirci che cosa Marx ed Engels hanno insegnato riguardo allo Stato, nel 1871, nel 1872 e nel 1875, il signor Plekhanov è e sarà sempre costretto a replicare col silenzio sull’importanza della questione e con strepiti degni di un borghese esasperato.

L’ex marxista signor Plekhanov non ha compreso affatto la teoria marxista dello Stato. I germi di questa incomprensione sono visibili del resto nella sua incomprensione sono, del resto, visibili nel suo opuscolo in tedesco sull’anarchismo [7].

 

* * * * *

 

Vediamo ora come il compagno Iu. Kamenev, in una nota pubblicata nel n° 27 della Pravda, formuli i suoi dissensi dalle mie tesi e dalle opinioni espresse sopra. Questo ci aiuterà a chiarirle ulteriormente.

“Quanto allo schema generale del compagno Lenin – scrive il compagno Kamenev – lo riteniamo inaccettabile, perché muove dalle premesse che la rivoluzione democratica borghese è conclusa e fa assegnamento sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione in rivoluzione socialista…”

Vi sono qui due errori gravi.

Primo. Il problema della “conclusione” della rivoluzione democratica borghese è mal posto. Se ne dà infatti un’impostazione astratta, semplicistica e, se così si può dire, monocromatica, che non corrisponde alla realtà oggettiva. Chiunque imposti così la questione, chiunque si domandi oggi se la rivoluzione democratica borghese è “conclusa” e si limiti soltanto a questo, si priva della possibilità stessa di capire una realtà eccezionalmente complessa e, quanto meno, “bicromatica”. Questo nella teoria. Nella pratica, poi, egli capitola miserevolmente dinanzi al rivoluzionarismo piccolo-borghese.

In effetti, la realtà ci mostra tanto il passaggio del potere alla borghesia (“conclusione” di una rivoluzione democratica borghese di tipo abituale) quanto l’esistenza, accanto al governo effettivo, di un governo collaterale, che è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini”. Questo “secondo governo” ha ceduto esso stesso il potere alla borghesia e si è legato da sé al governo borghese.

La formula vetero-bolscevica del compagno Kamenev, “la rivoluzione democratica borghese non è conclusa”, abbraccia forse questa realtà?

No, questa formula è invecchiata. Non serve più a niente. è morta. E invano si cercherà di resuscitarla.

Secondo. Una questione pratica. Non sappiamo se oggi in Russia può ancora esistere una forma particolare di “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” distaccata dal governo borghese. Ma non si può fondare la tattica marxista sull’ignoto.

Del resto, se questa forma può ancora esistere, non c’è che una via, e una sola, per giungervi: gli elementi proletari, comunisti, devono separarsi, immediatamente, in modo risoluto e irrevocabile, dagli elementi piccolo-borghesi.

Perché?

Perché tutta la piccola borghesia si orienta necessariamente, e non per caso, verso lo sciovinismo (= difensismo), verso l’ “appoggio” alla borghesia, verso la sottomissione alla borghesia, per timore di smarrirsi senza di essa, ecc., ecc.

Come “spingere” la piccola borghesia al potere, se essa oggi, pur avendone la possibilità, non vuole prenderlo?

Soltanto con la separazione del partito proletario, comunista, soltanto con la lotta di classe proletaria, libera dalla timidezza di questi piccoli borghesi. Soltanto la coesione dei proletari, che sono liberi nei fatti e non a parole dall’influenza della piccola borghesia, potrà rendere così “scottante” il terreno sotto i piedi della piccola borghesia che essa, in date circostanze, sarà costretta a prendere il potere. Non è da escludere che Guckov e Miliukov – sia pure in date circostanze – siano favorevoli al potere totale e unico di Ckheidze, di Tsereteli, dei socialisti-rivoluzionari, di Steklov, poiché costoro sono, dopo tutto, dei “difensisti“!

Chi separa sin da oggi, in modo immediato e irrevocabile gli elementi proletari dei Soviet (cioè il partito proletario, comunista) dagli elementi piccolo-borghesi esprime giustamente gli interessi del movimento nei due casi possibili: cioè sia nel caso in cui la Russia giunga ancora ad una “dittatura del proletariato e dei contadini” peculiare, autonoma, non subordinata alla borghesia; sia nel caso in cui la piccola borghesia non riesca a staccarsi dalla borghesia e rimanga eternamente (cioè sino al socialismo) esitante tra essa e noi.

Chiunque si ispiri nella sua azione alla semplice formula secondo cui “la rivoluzione democratica borghese non è conclusa” si rende in qualche modo garante che la piccola borghesia è forse capace di rendersi indipendente dalla borghesia. E per ciò stesso capitola miserevolmente, nel momento attuale, dinanzi alla piccola borghesia.

A tal proposito, non sarà inutile ricordare che, riguardo alla “formula” della dittatura del proletariato e dei contadini, già nelle Due tattiche (1905) sottolineavo specificatamente (cfr. p. 435 di Dodici anni):

“La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, come tutto ciò che esiste nel mondo, ha un passato ed un avvenire. Il suo passato è l’autocrazia, la servitù della gleba, la monarchia, il privilegio […] Il suo avvenire è la lotta contro la proprietà privata, è la lotta del salariato contro il padrone, è la lotta per il socialismo”.

Il compagno Kamenev commette l’errore di considerare, ancora nel 1917, soltanto il passato della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Ma, in realtà, per essa è già cominciato l’avvenire, perché gli interessi e la politica dell’operaio salariato e del piccolo proprietario sono di fatto divergenti e divergono, per giunta, su una questione capitale come quella del “difensismo” e dell’atteggiamento verso la guerra imperialistica.

Vengo così al secondo errore contenuto nella citata argomentazione del compagno Kamenev. Egli mi rimprovera di “far assegnamento” nel mio schema “sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione (democratica borghese) in rivoluzione socialista”.

è falso. Non solo non “faccio assegnamento” sulla “immediata trasformazione” della nostra rivoluzione in rivoluzione socialista, ma, anzi, metto in guardia esplicitamente contro di essa e nella tesi n° 8 affermo espressamente: “… il nostro compito immediato non è l’ “instaurazione” del socialismo…”

Non è forse evidente che chi faccia assegnamento sulla trasformazione immediata della nostra rivoluzione in rivoluzione socialista non potrebbe insorgere contro il compito immediato dell’instaurazione del socialismo?

Ma non è tutto. In Russia è impossibile instaurare “immediatamente” anche uno “Stato-Comune” (cioè uno Stato organizzato secondo il tipo della Comune di Parigi), perché a tal fine è necessario che la maggioranza dei deputati di tutti i Soviet (o della maggior parte di essi) prenda chiara coscienza del carattere profondamente erroneo e dannoso della politica e della tattica dei socialisti-rivoluzionari, di Ckheidze, Tsereteli, Steklov, ecc.. E io ho dichiarato nel modo più preciso che in questo campo “faccio assegnamento” soltanto su un lavoro “paziente” (ma bisogna essere pazienti per giungere ad un mutamento che si può realizzare “immediatamente”?) di chiarificazione!

Il compagno Kamenev si è agitato con una certa “impazienza” e ha ripetuto il pregiudizio borghese che la Comune di Parigi intendeva instaurare “immediatamente” il socialismo. No, non è così. Purtroppo, la Comune è stata troppo lenta nell’instaurare il socialismo. La reale sostanza della Comune non è là dove la cercano di solito i borghesi, ma è nella creazione di un tipo speciale di Stato. Uno Stato di questo tipo è già nato in Russia ed è nato con i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati!

Il compagno Kamenev non ha riflettuto sul fatto che i Soviet esistono, sul loro significato, sulla loro identità, per tipo e carattere politico-sociale, con lo Stato della Comune, e, invece di studiare questo fatto, si è messo a parlare di ciò su cui io farei “assegnamento” come sull’avvenire “immediato”. Così, sfortunatamente, ha finito per riprendere un metodo usato da molti borghesi invece di domandarsi che cosa sono i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, se sono un tipo superiore rispetto alla repubblica parlamentare, se sono più utili al popolo, più democratici, più adatti alla lotta, per esempio, contro la carestia, ecc., invece di porsi questa questione essenziale, reale, che la vita mette all’ordine del giorno, ha deviato l’attenzione su una questione vuota, pseudoscientifica, senza un contenuto concreto, aridamente professorale, sulla questione del “fare assegnamento sulla trasformazione immediata”.

Questione vuota e mal posta. Io faccio “assegnamento” solo ed esclusivamente sul fatto che gli operai, i soldati e i contadini risolveranno meglio dei funzionari e della polizia i difficili problemi pratici dell’aumento della produzione del grano, della sua migliore ripartizione, del migliore approvvigionamento dei soldati, ecc., ecc.

Sono profondamente convinto che i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati meglio e più rapidamente della repubblica parlamentare (ad una prossima lettera un confronto più minuzioso tra questi due tipi di Stato) applicheranno nella vita l’iniziativa autonoma delle masse popolari. Essi decideranno meglio, in modo più pratico e giusto, come e quali passi si possono compiere verso il socialismo. Il controllo delle banche, la fusione di tutte le banche in una banca unica non sono ancora il socialismo, ma un passo verso il socialismo. Gli junker e i borghesi stanno oggi compiendo in Germania passi di questo genere contro il popolo. Li farà molto meglio domani, in favore del popolo, il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, se avrà nelle sue mani tutto il potere dello Stato.

Che cosa costringe a compiere questi passi?

La fame. Il dissesto dell’economia. La catastrofe imminente. Gli orrori della guerra. Le terribili ferite inferte dalla guerra all’umanità.

Il compagno Kamenev conclude la sua nota affermando che “spera di far prevalere in un’ampia discussione il suo punto di vista come il solo accettabile per la socialdemocrazia rivoluzionaria, se essa vuole e deve restare sino in fondo il partito delle masse rivoluzionarie del proletariato e non trasformarsi in un gruppo di propagandisti comunisti”.

Mi sembra che queste parole rivelino una valutazione profondamente sbagliata della situazione attuale. Il compagno Kamenev oppone il “partito delle masse” al “gruppo dei propagandisti”. Ma proprio oggi le “masse” sono intossicate dal difensismo “rivoluzionario”. Non sarebbe allora meglio per gli internazionalisti sapersi opporre in questo momento all’intossicazione “di massa” invece di “voler restare” con le masse, cedendo al contagio generale? Non abbiamo visto gli sciovinisti, in tutti i paesi belligeranti d’Europa, giustificarsi con il desiderio di “restare con le masse”? Non è nostro dovere saper rimanere per un certo tempo in minoranza contro l’intossicazione “di massa”? E il lavoro di propaganda non è proprio nel momento attuale il fattore più importante per depurare la linea proletaria dall’intossicazione difensistica e piccolo-borghese delle “masse”? Proprio la fusione delle masse proletarie e non proletarie, senza distinzione di classe nel loro seno, è stata una delle condizioni dell’epidemia del difensismo. Parlare con disprezzo del “gruppo di propagandisti” della linea proletaria è, forse, poco opportuno.

 

Note

1. Le Tesi d’Aprile.

*1. Ripubblico queste tesi, con brevi note esplicative, dal n° 26 della Pravda in appendice alla presente lettera.

2. Si veda la lettera di F. Engels a F. Sorge del 29 novembre 1886.

*2. In una certa forma e fino ad un certo punto.

3. Sono parole di Mefistofele dal Faust di Goethe.

*3. Per evitare che le mie parole siano fraintese, dirò subito, anticipando un po’, che sono senza riserve favorevole che i Soviet dei salariati agricoli e dei contadini si impadroniscano immediatamente di tutta la terra, mantenendo però rigorosamente essi stessi l’ordine e la disciplina, impedendo il benché minimo deterioramento delle macchine, degli stabili, del bestiame, senza disorganizzare in nessun caso la coltivazione e produzione dei cereali, che devono essere intensificate, perché ai soldati occorre il doppio di pane e la popolazione non deve soffrire la fame.

4. L’espressione “l’opposizione di sua maestà” appartiene a P. Miliukov, capo del partito cadetto, il quale dichiarò il 9 giungo (2 luglio) 1909 a colazione dal sindaco di Londra: “… finché in Russia esiste la camera legislativa che controlla il bilancio, l’opposizione russa rimarrà un’opposizione di sua maestà e non a sua maestà”.

5.Niente zar, ma un governo operaio“, una parola d’ordine antibolscevica lanciata per la prima volta dal Parvus nel 1905. Questa parola d’ordine era una delle tesi principali della “teoria” della rivoluzione permanente di Trotsky: rivoluzione senza contadini. La teoria di Trotsky si contrapponeva alla teoria leninista della trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista con il proletariato quale egemone del movimento di tutto il popolo.

6. Si veda K. Marx, La guerra civile in Francia. Indirizzo del Consiglio generale dell’associazione Internazionale degli operai e F. Engels, Introduzione all’opera di K. Marx La guerra civile in Francia.

7. Lenin fa allusione allo scritto di G. Plekhanov Anarchismus und Sozialismus, pubblicato per la prima volta a Berlino nel 1894.

Scritta tra l'8 e il 13 (21 e 26) aprile 1917
 Pubblicata in opuscolo per le edizioni "Pribol", Pietrogrado, nell'aprile 1917
 Trascritta da mishu, Dicembre 1999 

Ideologia Tedesca – K. Marx F. Engels

Dal secondo capitolo:

112-8

“… e inoltre che ogni classe la quale aspiri al dominio, anche quando, come nel caso del proletariato, il suo dominio implica il superamento di tutta la vecchia forma della società e del dominio in genere, deve dapprima conquistarsi il potere politico per rappresentare a sua volta il suo interesse come l’universale, essendovi costretta in un primo momento. Appunto perché gli individui cercano soltanto il loro particolare interesse, che per loro non coincide col loro interesse collettivo, questo viene imposto come un interesse « generale», anch’esso a sua volta particolare e specifico, ad essi « estraneo » e da essi« indipendente», o gli stessi individui devono muoversi in questo dissidio, come nella democrazia. Giacché d’altra parte anche la lotta pratica di questi interessi particolari che sempre si oppongono realmente agli interessi collettivi e illusoriamente collettivi rende necessario l’intervento pratico e l’imbrigliamento da parte dell’interesse «generale» illusorio sotto forma di Stato. Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale essi non sanno donde viene e dove va, che quindi non possono più dominare e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di gradi di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e anzi dirige questo volere e agire.

Questa « estraniazione »; per usare un termine comprensibile ai filosofi, naturalmente può essere superata soltanto sotto due condizioni pratiche. Affinché essa diventi un potere «insostenibile», cioè un potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria, occorre che essa abbia reso la massa dell’umanità affatto « priva di proprietà » e l’abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, due condizioni che presuppongono un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sui piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa « priva di proprietà » contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali. Senza di che

1) il comunismo potrebbe esistere solo come fenomeno locale,

2) le stesse potenze dello scambio non si sarebbero potute sviluppare come potenze universali, e quindi insostenibili, e sarebbero rimaste « circostanze » relegate nella superstizione domestica,

3) ogni allargamento delle relazioni sopprimerebbe il comunismo locale.

Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in «una volta » e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Altrimenti, per esempio, come avrebbe potuto la proprietà avere una storia qualsiasi, assumere forme diverse, e la proprietà fondiaria, a seconda dei diversi presupposti esistenti, spingere in Francia dalla suddivisione parcellare alla concentrazione in poche mani, e in Inghilterra dalla concentrazione in poche mani alla suddivisione parcellare, come oggi accade realmente? Ovvero come avviene che il commercio, il quale pur non è altro che lo scambio dei prodotti di individui e paesi diversi, attraverso il rapporto di domanda e di offerta domina il mondo intero — un rapporto che, come dice un economista inglese, simile all’antico fato sovrasta la terra e con mano invisibile ripartisce fortuna e disgrazia fra gli uomini, edifica e distrugge regni, fa sorgere e scomparire popoli — mentre con l’abolizione della base, la proprietà privata, con l’ordinamento comunistico della produzione e con la conseguente eliminazione di quell’estraneità che impronta le relazioni degli uomini con il loro proprio prodotto, la potenza del rapporto di domanda e di offerta si dilegua e gli uomini riprendono in loro potere lo scambio, la produzione, il modo del loro reciproco comportarsi?

Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente.

D’altronde la massa di semplici operai — forza lavorativa privata in massa del capitale o di qualsiasi limitato soddisfacimento — e quindi anche la perdita non più temporanea di questo stesso lavoro come fonte di esistenza assicurata, presuppone, attraverso la concorrenza, il mercato mondiale. Il proletariato può dunque esistere soltanto sul piano della storia universale, così come il comunismo, che è la sua azione, non può affatto esistere se non come esistenza « storica universale ». Esistenza storica universale degli individui, cioè esistenza degli individui che è legata direttamente alla storia universale.

La forma di relazioni determinata dalle forze produttive esistenti in tutti gli stadi storici finora succedutisi, e che a sua volta le determina, è la società civile, la quale, come già risulta da quanto precede, ha come presupposto e fondamento la famiglia semplice e la famiglia composta, il cosiddetto ordinamento tribale, e nei suoi particolari è stata definita più sopra. Qui già si vede che questa società civile è il vero focolare, il teatro di ogni storia, e si vede quanto sia assurda la concezione della storia finora corrente, che si limita alle azioni di capi e di Stati e trascura i rapporti reali. La società civile comprende tutto il complesso delle relazioni materiali fra gli individui all’interno di un determinato grado di sviluppo delle forze produttive. Essa comprende tutto il complesso della vita commerciale e industriale di un grado di sviluppo e trascende quindi lo stato e la nazione, benchè, d’altra parte debba nuovamente affermarsi verso l’esterno come nazionalità e organizzarsi verso l’interno come Stato. Il termine società civile sorse nel secolo diciottesimo quando i rapporti di proprietà si erano già fatti strada fuori dal tipo di comunità antico medievale. La società civile come tale comincia a svilupparsi con la borghesia; tuttavia l’organizzazione sociale sviluppatasi immediatamente dalla produzione e dagli scambi, la quale forma in tutti i tempi la base dello stato e di ogni sovrastruttura idealistica, continua ad essere chiamata con lo stesso nome.”

Le terre pubbliche non si svendono!

Ospitiamo il comunicato del Comitato “Umbria Terra Sociale” a proposito della prossima asta pubblica per la vendita di 11 lotti di terreno.

977423_140999826089618_524552588_oTre anni or sono di fronte alla paventata possibilità, seguita al disastroso riordino delle Comunità Montane, di svendita del patrimonio regionale umbro (fatto principalmente di casali e terreni boscati) per fare cassa, su iniziativa di diversi soggetti si è costituito il Comitato “Umbria Terra Sociale” (https://www.facebook.com/UmbriaTerraSociale/?fref=ts) che aveva come obiettivi il blocco della vendita e la costruzione di un percorso, seppur parziale, anticrisi, che consentisse l’utilizzo di quelle terre per un agricoltura di qualità e per la creazione di posti di lavoro. Si tentò di ragionare attorno alla possibilità di costruire un “Banco della Terra”, cui far conferire tutti i beni per poi assegnarli tramite bandi di evidenza pubblica diminuendo il carico degli investimenti per questi progetti di nuovi insediamenti. La proprietà dei beni avrebbe dovuto rimanere pubblica ed i progetti avrebbero dovuto contenere elementi di restituzione di valore sociale al pubblico visto le possibilità di utilizzo dei beni. Si discuteva di accesso alla terra per giovani e disoccupati.

Altro presupposto importante era la possibilità per i piccoli produttori, ovviamente non soltanto per chi avesse avuto accesso alle terre pubbliche, di non dover sottostare a regolamentazioni adatte per i grandi produttori, prima per un problema di costi e poi per una questione di tipicità dei prodotti, si può produrre in modo salubre senza che questo impedisca di ricavare un minimo reddito dal proprio lavoro.

Con queste premesse abbiamo organizzato una serie di incontri territoriali e di scambi tra i diversi soggetti partecipanti e i nostri rappresentanti in Regione che hanno visto il Consiglio Regionale dell’Umbria approvare la legge 37/2014 (a firma Oliviero Dottorini (Idv), Damiano Stufara (Prc), Fausto Galanello e Luca Barberini (Pd)) in data 25 marzo 2014. Da quel dì è iniziata un’altra partita per l’approvazione del regolamento. La partita era, oggi come allora, tra chi riteneva utile destinare in prima battuta e sottolineo in prima battuta le terre pubbliche a questo scopo, e chi preferiva contabilizzarle ed inserirle a bilancio ed a quel punto venderle. Esperti e tecnici hanno provato a spiegarci che quel che volevamo non si poteva fare tecnicamente, ma siamo andati avanti con tenacia e in data 18 marzo 2015 (sì, un anno dopo) il regolamento è stato approvato in Commissione e predisposto per l’approvazione da parte della Giunta Regionale.

Ci sono state le elezioni regionali e abbiamo avuto in dote una giunta monocolore del PD, scopriamo dai giornali che in data 29 settembre invece che l’approvazione del regolamento si terrà un’asta pubblica per la vendita di 11 lotti. Pur essendo una Giunta in continuità con la precedente nessuno ha pensato di convocare il Comitato ancora attivo per discutere delle intenzioni della Regione che fa della semplificazione e della trasparenza, della partecipazione dei cittadini le proprie bandiere.

Augurandoci che l’asta vada deserta (c’è anche il forte rischio di svendita del patrimonio), invitiamo la Regione a riconvocarci ed approvare il regolamento attuativo della legge 37/2014 in tutte le sue parti e cioè sia quella relativo all’accesso alla terra, sia quello relativo alla commercializzazione.

Ho l’impressione che ci sia più impegno da parte della Regione nel perseguire chi non commette reato ed ha diritto a costruirsi un reddito dal proprio lavoro coltivando, trasformando e commercializzando prodotti ad alto valore di tipicità, che nel non svendere il patrimonio pubblico a chi ha sufficiente capitale per comprare e non deve rendere conto a nessuno di come quei terreni pubblici verranno utilizzati.

Le terre pubbliche sono un bene comune, impediamone la vendita!

EPIGRAFE – GENOVA 2001

Requiescat In Pacem

Gli anniversari danno da pensare, io non credo fu uno spartiacque ne che quella tre giorni, con gli episodi che la caratterizzarono siano stati la causa degli avvenimenti successivi. Penso però che già da prima e soprattutto successivamente ci siamo arresi. Non di botto, ma progressivamente abbiamo rinunciato all’idea di sovvertire la società, già allora parlavamo di mondi possibili più che di rivoluzione, i germi della resa erano in noi prima che ci arrendessimo si potrebbe dire: quelle contaminazioni che alcuni videro con favore contenevano in realtà alcuni elementi strutturali di rinuncia. Non c’era forse allora, ma si è sviluppata negli anni successivi invece l’accettazione di un nuovo ruolo, abbiamo imparato a svolgere un nuovo compito da quel dì, siamo diventati i nuovi cani da guardia del sistema, sempre pronti ad analizzare, contestualizzare, sottolineare, approfondire, ragionare, ribadire, puntualizzare, precisare, stigmatizzare e questo nuovo compito lo svolgiamo benissimo.

Sanni Mezzasoma – Comunista

Enrico Berlingur – Lettere agli eretici – Pierfranco Ghisleni

slide_17Caro Angelo, ( Angelo Pezzana, libraio, radicale, membro fondatore del FUORI, è specialista in autocoscienza, presa di coscienza e trapasso dall’individuale al collettivo. ) il contenuto ed il tono della mia lettera sicuramente ti stupiranno; abituato come sei ad avere del mio partito e di me stesso un immagine austera, un pò codina e non sempre sensibile per i problemi che oggi va di moda incasellare entro il concetto di «personale», resterai forse sbigottito dalle mie affermazioni che a prima vista ti potranno parere estranee alla mentalità del partito e stridenti rispetto alle problematiche che siamo soliti affrontare. Ma se mi risolvo a scriverti ciò che segue è perché tu possa apprezzare il nostro lavorio intellettuale nell’affrontare, in modo pacato e senza inutili schiamazzi, gli stessi temi che voi invece avete sollevato in modo provocatorio e un pò confuso. Voglio riferirmi alla cosiddetta liberazione sessuale di cui tanto si blatera sulla stampa di ogni bandiera, senza mai tenere conto che essa progredisce non già in ragione dello schiamazzo e della problematizzazione che se ne fa al riguardo, ma come effetto inevitabile dello sviluppo del capitale. Voi – radicali, omosessuali, femministe, sociologi dei comportamenti devianti – avete creato sull’argomento un intero ramo di saggistica, avete analizzato i comportamenti più particolari, avete tolto il velo ad attitudini un tempo clandestine, in nome della sensibilizzazione delle masse senza accorgervi che, così operando, eludevate il cuore del problema e vi allontanavate dalla sua corretta soluzione politica. Ora, a me pare che la questione, sfrondata del troppo e del vano, si riduca al mesto ed accorato compianto che il povero Franco Antonicelli spesso mi manifestava negli ultimi anni della sua vita. Egli, grande estimatore di grazie femminili qual’era, si doleva che l’epoca avesse imbruttito senza scampo la corporeità degli uomini (ma era quella delle donne che in realtà gli premeva), irrigidendo la leggiadria delle movenze ed involgarendo la squisitezza delle maniere. Nessuno, specie fra quei giovani cui è stato fino all’ultimo vicino, gli pareva più degno di innamoramento, nessuno più capace di affascinare chicchessia. E tali riflessioni tanto più lo avvilivano in quanto non vedeva nessuna uscita a questo stato di cose. Le donne insomma gli parevano divenute irrimediabilmente brutte, insipide ed assolutamente prive di quella malia tentatrice che aveva contribuito a rendergli dolci gli anni giovanili. Antonicelli non sapeva spiegare questo imbruttimento generale, nè porvi rimedio. Ma la sua lagnanza ci permette tuttavia di formulare la questione nei suoi giusti termini, e precisamente: che ne è oggi dei corpi umani ovvero, detto altrimenti, dove sono finiti i cosiddetti «pezzi di figa»? La domanda ti parrà forse volgare ma la sua trivialità non può esimerci dal darle risposta. Gli è che la nostra epoca, nella quale si è copulato come mai prima era avvenuto nella storia umana, ha però procurato una distrazione dal sé che non ha precedenti, mettendo in opera la frode rea dell’imbruttimento generale. Quale questo inganno? La creazione di una molteplicità di interessi extraumani – non ultimo l’interesse per il corpo che voi designate con il sostantivato «il personale» – a mò di distrazione da quelle naturali attenzioni che ciascuno presterebbe a sé. Questi interessi esteriori all’essere umano vengono spacciati di norma come un arricchimento dello stesso, come sua ascesa verso un più alto grado di compiutezza. Essi vanno dall’impegno politico a quello culturale, dall’attività lavorativa alla tossicomania e via discorrendo: attitudini che possono essere bene espresse dalla parola «partecipazione», oggi tanto ripetuta. Partecipare ad altro significa sopprimere l’attenzione per sè, anche quando si partecipa ad un’attività politica imperniata sul «personale», come voi dite: donde l’inevitabile imbruttimento del corpo. Non so dire se ne consegua anche una vera e propria degenerazione cellulare ma certo è che, sperperando ognuno le proprie energie nella partecipazione, non gliene restano poi molte per il proprio sensuale abbellimento. E’ tutto ciò un bene per la società e gli individui? Una risposta valida in assoluto forse non esiste ma va notato che, essendosi tutti ormai livellati nella condizione di mediamente brutti, certi stridori che sarebbero potuti scaturire dagli eccessi di beltà o di bruttezza (i troppo belli e i troppo brutti su cui tornerò fra breve) ne risultano attenuati ed il conflitto degli individui su questo piano, la loro invidia, la loro emulazione, si stemperano in una generale mediocrità carnale. E poi resta ancora da chiedersi: a che prò abbellire se stessi? La risposta non può che essere scoraggiante poichè, ove l’incontro d’amore sia, come oggi è, un avvenimento equiparabile ad ogni altra quotidiana incombenza, ne deriva che il corpo non può che attenderlo nella sua normale ottusità dei sensi. Amare è diventato oggi una funzione, non dissimile da ogni altro atto che permette di portare a termine una giornata qualsiasi. Quante volte mi è toccato vedere giovani di ambo i sessi recarsi ad un incontro amoroso con la stessa allure nel corpo e nell’emozione con cui si sarebbero recati dal giornalaio o, diciamo, ad una riunione politica con l’unica differenza di un bidet in più o, a seconda dei gusti, in meno! Perché abbellirsi quindi se la funzione sessuale trova modo di espletarsi anche in una coltivata mediocrità ? Perché, giusto appunto, si tratta di una funzione e viene vissuta come tale. Esseri dalla carnalità sbiadita si incontrano, si accoppiano, non chiedono nulla al partuer se non un pò di igiene, di proprietà nel vestire, di tecnica erotica, di comunanza di idee e, quel che più conta, non chiedono nulla a sè stessi, si tollerano in quanto sensualmente mediocri. L’analisi apparentemente termina, ma purtroppo c’è di peggio. Ho in mente la terribile tribolazione sociale che tocca a due categorie apparentemente antitetiche ma molto vicine nella iattura: i troppo brutti e i troppo belli. Che ne è di costoro? I primi devono sottoporsi in solitudine, pena l’esclusione dalla copulazione generale, ad un procedimento di valorizzazione di sé che ha dell’innaturale; brutti come sono devono dotarsi di qualche pregio succedaneo, valorizzarsi insomma; se taciturni dovranno sforzarsi di diventare garruli, se ombrosi brillanti, se ignoranti istruiti, se spiantati facoltosi, se grossolani raffinati, e via dicendo. La condanna sociale che la natura ha loro inflitto è a ben vedere la molla che li costringe a cercare un tramite sociale diverso dal corpo, obbligandoli a costruire in sé qualche valore di scambio. La sventura dei troppo belli invece sta nel fatto che la natura, bizzarra com’è, li ha talora favoriti di altre propensioni ed attitudini, di cui la beltà non facilita certo lo sviluppo. Abbacinati come sono dalle basse profferte che ricevono in continuazione, vezzeggiati senza tregua in ragione della loro appetibilità, a costoro nessuno chiede altro se non iniezioni di carne umana. Questi disgraziati devono faticosamente lottare se vogliono crearsi una credibilità in settori diversi dal giaciglio. Devono in primo luogo imbruttirsi quel tanto che basta; la beltà di regola si accompagna alla vacuità intellettuale o almeno è questo un diffuso pregiudizio. E il nostro bello per intellettualizzarsi dovrà quindi imbruttirsi. Un eccesso di doti desta sospetto nella nostra società e l’una deve escludere le altre o, quanto meno, tutte possono essere simultaneamente presenti nello stesso individuo, ma in piccole dosi, nella mediocrità dell’uomo comune. La morale della favola, caro amico, sta in questo: che nessuno possa vivere in pace, che ogni cosa vada invece faticosamente guadagnata, anche il proprio essere! Che un individuo sia come è va vietato (ecco per inciso un lavoro per i nostri futuri legislatori penali: esprimere in norma giuridica il «divieto di essere»), pena l’esclusione dai benefici della società. Ed ecco che il bello dovrà rendersi sciatto, il brutto darsi una beltà intellettuale e la palude dei mediocri dovrà stare ben attenta a non uscire dalla invidiabile situazione in cui vive. Forse uomini di altre epoche non si sono curati di questo ordine di problemi; ereditavano dal passato un dato soma e non avevano necessità di costruirlo ex novo, di attribuirgli valore; le vesti, anch’esse ricevute dalla tradizione, esprimevano l’armonia dell’uomo con l’universo naturale. In altre civiltà, o quanto meno in certi ceti, si cercò invece di accentuare all’eccesso lo stridore fra la presenza – per qualche verso oscena – dell’uomo e il regno delle cose ricorrendo ad estrosi abbigliamenti; era un simbolo, spesso inconsapevole, della padronanza dell’uomo sul mondo. Oggi invece assistiamo per la prima volta allo spettacolo di un’umanità che nasce e vive corpore vacans e che deve quindi faticosamente guadagnarselo. Quante volte ho distolto lo sguardo dal triste spettacolo che offrivano di sé giovani operai vestiti da disc-jockey, signore benestanti cammuffate da prostitute, hippies e femministe travestiti dell’immagine di sé: tutti alla ricerca di un’identità qualsiasi, di una confezione entro cui vedere parvo pretio la propria carne cruda, mercanzia deperibile più di ogni altra! Distolti, come sono, da sé stessi in nome dell’idea forza della partecipazione non importa a cosa, si confezionano un’immagine accettabile (intendi sufficientemente creditizia) per la società in cui vivono ed adeguata ai ruoli che volta a volta si trovano ad interpretare. Non amando più sé medesimi diventando pessimi amanti in assoluto e l’assenza di lubricità e di lussuria si ripercuote fin nell’incarnato. La lubricità e la lussuria sono passioni troppo forti per il nostro tempo. Meglio impedirne il sorgere oppure lasciare che si dispieghino soltanto attraverso la mediazione politica: il risultato è identico. Il fatto è, mio ottimo amico, che oggi certi desideri sono assolutamente inconfessabili senza una debita mediazione. Nessuno – dico a puro titolo di esempio – osa ammettere di essere un porco, ovvero, se lo confessa, lo fa per celare qualche vizietto ben più turpe. E non è questo il caso degli oltranzisti avvocati del basso ventre, fra i quali prosperi? Voi infatti avete reso pubbliche certe pratiche quali la sodomia e il lesbismo, un tempo considerate riservate o addirittura da relegare nel postribolo: avete per così dire rivelato la vostra indole, il vostro vizietto poc’anzi segreto. Ma non avete per caso inteso nobilitare qualche lieve sconcezza al solo scopo di celarne una più grave, stante nella creazione di cànoni di sregolatezza nel cui ambito ogni deviante possa operare in santa pace ed in accordo con la società? Se così è non posso che ammirarvi. In tal caso il vostro operato sarebbe conforme alle parole di Sade che ti riporto per memoria: «Il n’est, en un mot, aucune sorte de danger dans toutes ces manies: se portassent-elles méme plus loin, allassent-elles jusqu’à caresser des monstres et des animaux, ainsi que nous l’apprend l’exemple de plusieurs peuples, il n’y aurait pas dans toutes ces fadaises le plus petit inconvénie nt, parce que la corruption des moeurs, souvent très utile dans un gouvernement, ne saurait y nuire sous aucun rapport, et nous devons attendre de nos législateurs assez de sagesse, assez de prudence pour ètre bien surs qu’aucune loi n’émanera d’eux pour la répression de ces misères qui, tenant absolument à l’organisation, ne sauraient jamais rendre plus coupable celui qui y est enclin que ne l’est l’individu que la nature créa contrefait». Se il vostro scopo è quello di rinvigorire i governi non posso che complimentarmi con voi, ma ditelo alfine, affinché ci si possa intendere! Io credo ed auspico infatti che l’accordo fra le grandi masse popolari e le minoranze dei devianti sia oggi possibile. Sta a voi percorrere ancora un passo; la devianza non contrasta il modello di sviluppo che noi comunisti perseguiamo, anzi gli è assolutamente necessaria. Ma tocca a voi capire che la difesa del «sessualmente diverso» per garantirgli l’esercizio sereno della sua devianza non è, a ben vedere, lo scopo ultimo; quel che più conta è la costituzione di minuscoli centri sociali (altra parola non saprei trovare visto che il termine anglosassone racket mi è molesto) nel cui ambito l’aspirante deviante attui il suo tirocinio e si guadagni il diritto di prendere i suoi sfoghi alla luce del sole, col placet della società. Guai se la diversità sessuale fosse un dato di partenza! Essa deve essere invece uno stato di imperfezione che accede alla sua compiutezza solo se l’individuo sa guadagnarsela, solo qualora venga conseguita dopo una dura lotta. Un amico giornalista mi ha riferito un vostro slogan scherzoso e provocatorio che così suona: «Lotta dura, contro natura». Ebbene, dovete prenderlo sul serio, dovete lottare e specialmente fare lottare per costruire una vostra dignitosa diversità nella società; i vostri circoli, le vostre pubblicazioni, i vostri gruppi siano i luoghi in cui la devianza viene guadagnata! Tu, caro amico, sei troppo abituato a riflettere perché debba ricordarti che il capitale non è un’entità statica, bensì un processo di valorizzazione. E che un uomo eterosessuale diventi sodomita è del pari un processo. Ma è anche un processo di valorizzazione? Posso a cuor leggero rispondere affermativamente a condizione beninteso che la devianza sessuale venga in qualche modo politicamente nobilitata. Un pederasta che accede al suo status pubblico mercé la politica vale qualcosa, può avere un suo credito; un uomo che, fra le altre cose, è anche un pederasta, non val nulla e deve averlo presente in ogni momento. Continui pure a frequentare vespasiani!

Perché mai dovremmo opporci alla devianza considerato che la capitalizzazione dei pianeta non è stata altro che una colossale devianza da modi di produzione e di vita talmente radicati da essere considerati «leggi di natura»? Ma c’è di meglio. Nella dura lotta verso la costruzione della diversità sessuale alfine consentita non è forse possibile celare la generale mediocrità carnale che caratterizza l’epoca sì da renderla accetta? Il deviante che insegue e conquista il suo vizietto particolare non si convince forse di essere pervenuto ad un grado passionale più alto rispetto alla norma, di godere di più rispetto all’uomo comune (se mi consenti l’espressione sguaiata) al punto di non avvedersi più dell’insipidità del suo germe passionale, in tutto e per tutto simile a quella dell’eterosessuale, a dispetto della bizzarria delle pratiche intime? Una devianza qualsivoglia, se faticosamente conquistata, sembra già molto, dà al perverso il gusto della diversità, lo fa sentire eroico, celandogli per converso la mediocrità corporea che si porta addosso. Per nostra buona sorte non si parla spesso di questo grigiore corporeo che dà la sua impronta all’epoca né nelle formazioni politiche, né nei cenacoli di amici. Si divaga invece, spesso e volentieri, sulle varie pratiche sessuali, sui vantaggi e gli svantaggi di ognuna, sui modi idonei a sperimentarle, sulla necessità di renderle accette alla società ed in questo calderone la fantasia e la logorrea di ognuno trova modo di sbizzarrirsi un poco. Tutto ciò premesso, non posso che valutare con favore la vostra lotta per la diversità sessuale, la quale asseconda l’ordinato movimento di antropomorfizzazione del capitale. Esso, come ben sai, ha avuto bisogno di mercanzie sempre diverse e sempre rinnovate. E la sua voracità continua, richiedendo ora una merce umana à la page, ciò che significa, nell’ambito che abbiamo indagato, l’immissione di nuovi modelli di mercanzia sessuale nel mercato dei comportamenti.

Sì alla valorizzazione della devianza, di ogni devianza.

Sì alla creazione indefessa di nuove devianze.

Continuate compagni, ma con rigore.

Marx – Salario Prezzo Profitto

Compagni lavoratori! Entrate nelle fila del Partito Comunista, al fine di spezzare la catena del capitalismo mondiale.435-8
  1. Produzione e salari

Il ragionamento del cittadino Weston poggia di fatto su due premesse:

1) che l’ammontare della produzione nazionale è qualcosa di fisso , una quantità o grandezza costante, come direbbe il matematico;

2) che la somma dei salari reali , cioè dei salari calcolati secondo la quantità di merci che con essi si possono comperare, è un importo fisso , è una grandezza costante .

Ora, la sua prima asserzione è evidentemente errata. Voi troverete che il valore e la massa della produzione aumentano di anno in anno, che le forze produttive del lavoro nazionale aumentano, e che la quantità di denaro necessaria per la circolazione di questa produzione accresciuta cambia continuamente. Ciò che è vero alla fine dell’anno e per diversi anni confrontati fra di loro, è vero anche per ogni giorno medio dell’anno. La massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non è una grandezza costante , ma una grandezza variabile ; e, pur facendo astrazione dalle variazioni della popolazione, non potrebbe non essere così, grazie al mutamento continuo dell’accumulazione di capitale e delle forze produttive del lavoro . E’ assolutamente giusto che se oggi si verificasse un aumento del livello generale dei salari, questo solo fatto non muterebbe immediatamente la massa della produzione, qualunque potesse essere il suo effetto ulteriore. Essa partirebbe anzitutto dallo stato di cose esistente. Ma se la produzione nazionale era variabile e non costante prima dell’aumento dei salari, essa continuerà a essere variabile e non costante anche dopo l’aumento dei salari. Ammettiamo pure, però, che la massa della produzione nazionale sia costante e non variabile . Anche in questo caso quella che il nostro amico Weston considera come una conclusione logica rimarrebbe una affermazione infondata. Se ho un numero determinato, per esempio 8, i limiti assoluti di questo numero non impediscono alle sue parti di mutare i loro limiti relativi . Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8. Dunque, l’invariabilità della massa della produzione non proverebbe affatto l’immutabilità dell’ammontare dei salari. In quale modo il nostro amico Weston dimostra questa immutabilità? Affermandola. Ma anche se si accetta come giusta la sua affermazione, essa dovrebbe agire in due direzioni, mentre egli la fa operare da un lato solo. Se l’importo dei salari è una grandezza costante, esso non può venire né aumentato né diminuito. Se gli operai agiscono dunque insensatamente imponendo un aumento passeggero dei salari, non meno insensatamente agirebbero i capitalisti imponendo loro una temporanea diminuzione. Il nostro amico Weston non nega che in determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario; ma, poichè l’importo dei salari è di sua natura fisso, all’aumento deve seguire una reazione. Egli sa però anche, d’altra parte, che i capitalisti possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario , perchè ogni reazione contro una diminuzione dei salari è un’azione per aumentarli. Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la teoria, cioè, dell’immutabilità dei salari , gli operai dovrebbero, in certe circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari. Se egli nega questa conclusione, egli deve rinunciare alla premessa da cui essa scaturisce. Egli non deve dire che l’ammontare dei salari è una grandezza costante , ma deve dire che esso, benchè non possa e non debba salire , può e deve cadere , ogni qualvolta piaccia al capitale di abbassarlo. Se al capitalista piace nutrirsi di patate anzichè di carne, di farina d’avena anzichè di grano, dovete accettare la sua volontà come una legge dell’economia politica, e sottomettervi ad essa. Se in un paese il livello dei salari è più elevato che in un altro, negli Stati Uniti, per esempio, più che in Inghilterra, dovete spiegarvi questa differenza del livello dei salari come una differenza tra la volontà del capitalista americano e quella del capitalista inglese, – metodo questo che semplificherebbe molto lo studio non solo dei fenomeni economici, ma di tutti gli altri fenomeni in generale. Ma anche in questo caso potremmo chiedere: perchè la volontà del capitalista americano è diversa da quella del capitalista inglese? E per rispondere a questa domanda dovete uscire dal campo della volontà . Un prete mi può raccontare che Dio vuole una cosa in Francia, un’altra in Inghilterra. Se insisto perchè mi spieghi la dualità di questa volontà, egli potrebbe avere la faccia tosta di rispondermi che Dio vuole avere una volontà in Francia e una diversa volontà in Inghilterra. Ma il nostro amico Weston è certamente l’ultimo a fare un argomento di una simile negazione completa di ogni ragionamento. La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà , ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti.

Valnestore: Prevenzione Precauzione Cautela

COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA

Sulle recenti problematiche ambientali e di salubrità.

prc2004_50014

Rispetto ai fatti recenti legati allo smaltimento delle ceneri della centrale e ad altre problematiche ambientali che hanno visto arrivare agli onori delle cronache nazionali il nostro territorio, crediamo che si debba orientare l’agire politico secondo tre parole chiave – Cautela Prevenzione Precauzione, cosa che da più parti fino ad ora non è stata fatta. In gioco c’è la salute dell’ambiente, del territorio e dei cittadini che lo abitano in prima battuta, c’è il dolore delle famiglie di chi si è ammalato per questo crediamo sia indispensabile, in tempi il più brevi possibile, svolgere tutti gli esami necessari (e si sta già facendo) a stabilire quali siano le condizioni di salubrità ad oggi della Valnestore per poi immediatamente adottare, qualora dalle risultanze emergessero problemi, le precauzione minime necessarie a ristabilire le condizioni di vivibilità, di abitabilità, di coltivabilità. Dicevamo Cautela oltre che Precauzione perché non capiamo a cosa serva l’allarmismo messo in campo né tantomeno le processioni sull’area della centrale ex-enel, a meno che in una sorta di rilancio di pratiche medievali non riteniamo che i pellegrinaggi in luoghi santi magari effettuati in compagnia di eminenti porporati possa produrre una sorta di bonifica sovrannaturale e di riassestamento. Siccome noi non crediamo all’efficacia di questi metodi e viviamo quotidianamente il territorio confrontandoci coi cittadini e con l’Amministrazione, riteniamo utile in prima battuta che non si scomodino gli alti vertici istituzionale in inutili aspersioni, meglio collaborare per risolvere una serie di partite connesse appunto allo sviluppo di quell’area che risultano incompiute e che se portate a compimento, a buon fine permetterebbero di affrontare seriamente i problemi ambientali e di rilancio anche occupazionale dell’area. Alcuni sembrano scendere dal pero dimenticando la storia di quel posto, storia che chi ci vive tutti i giorni conosce. Questo non significa sottovalutare i problemi significa affrontarli con la volontà di risolverli: si faccia uno screening (come si sta già facendo seppur in maniera non troppo organica) e si stabiliscano con precisione le condizioni attuali ed i possibili scenari futuri, si mettano in campo pratiche che ripensino il modello di sviluppo di quell’area anche alla luce dei recenti fallimenti delle politiche regionali. Ci pare che la politica regionale, maggioranza e opposizione, si interessi a noi esclusivamente per queste pratiche dal sapore apotropaico e poco faccia per evitare i possibili scenari negativi. La pressione sui Comuni è diventata insostenibile, i prefigurati modelli amministrativi che prevedono macroregioni e macrocomuni per ora hanno l’effetto di lasciare isolati interi territori e le amministrazioni che quei territori tentano di amministrare e rilanciare. Più collaborazione quindi e meno pellegrinaggi, più progettualità e meno prebende, la vicenda dell’ITI parla di come appunto si pensi che con due spicci dedicati si possa uscire da una condizione produttiva ancora dentro la crisi partita nel 2008.

Consigliamo quindi cautela e precauzione per evitare danni permanenti alla salute appunto del territorio e dei suoi abitanti e per riparare ad eventuali danni fatti in passato, danni che toccherà ad altri e non alla politica collegare ai diretti responsabili e conseguentemente comminare pene e condanne.

Questa storia però ci parla delle necessità di lavorare per prevenire danni futuri, adottando politiche di sviluppo che tengano in debita considerazione il concetto di sostenibilità del modello, ad esempio questo polverone probabilmente avrà l’effetto di scongiurare definitivamente l’ipotesi di incenerimento dei rifiuti in valle che sembrava possibile fino a pochi mesi fa, contraddizioni e paradossi della modernità vedere chi si sbracciava minacciando i residenti di risolvere definitivamente la questione rifiuti con l’incenerimento, oggi impegnarsi appunto in sopralluoghi inutili se non per scrivere articoli sui giornali. Precauzione quindi e attenzione al modello di sviluppo. Le Amministrazioni di Piegaro e Panicale in questa difficile situazione ci pare si stiano muovendo seguendo queste tre parole chiave ed esprimiamo un giudizio positivo perché, come dicevamo, la partita non si limita all’analisi dello stato dell’arte, alle indagini, alla eventuale messa in sicurezza, alla salute dei cittadini e del territorio, ma esiste un contesto economico e produttivo difficile, i lasciti di un modello di gestione territoriale che sfasciandosi non prefigura nulla di buono, il mai partito “polo tecnologico”, quindi un contesto complesso in cui la politica regionale ci pare carente, in fondo servirebbe ascolto e collaborazione, per sterzare i fondi in maniera ottimale, ma ad oggi ci pare che come per l’area interessata dalle recenti vicende si preferisca non intervenire sulle debolezze di un territorio, ma anzi aggravarle per poi organizzare crociate senza la dovuta conoscenza dei fatti. La prevenzione si fa anche innalzando il livello di progettualità dei territori, in questa  brutta stagione in termini di prospettiva in cui unico volano economico pare essere l’imprenditore illuminato e mecenate affiancato in molti casi dalla schedatura di idee progettuali che hanno probabilità nulla di produrre sviluppo duraturo, consigliamo e come sopra oltre a consigliare ci impegniamo perché accada, di lavorare sull’innalzamento delle competenze territoriali, processioni e prolusioni servono a poco in questo caso, noi ci impegniamo a lavorare sul territorio, è sufficiente ascoltarci e darci corda in alcuni casi per avere effetti immediatamente positivi. Degli effetti delle azioni dei parolai e dei porporati rimangono solo le ceneri.

labour unrest – angolazioni – riletture

Perchè c’è anche chi studia la correlazione tra lavoro in una società capitalista avanzata e agitazione operaia.

fronte

“L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ottocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ot tocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase.”

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La direttiva N.16 di Luigi Longo

La manutenzione della resistenza.

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http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295-popup.html

Il 10 aprile 1945 la Direzione del partito comunista italiano dell’Italia occupata, guidata da Luigi Longo, dirama la direttiva insurrezionale n. 16
con Alexander Hobel
Repertorio
– 2 frammenti di un’intervento di Luigi Longo in cui rievoca il ruolo del Partito Comunista Italiano durante la Resistenza, tratto da una registrazione del GR dell’8/09/1963 (Archivi Rai)
– un frammento del film Achtung Banditi, diretto da Carlo Lizzani, 1951
– un frammento del film Quaranta giorni di libertà, diretto da Leandro Castellani, 1974, Prodotto dalla RAI
– intervista a Luigi Longo tratta da I giorni dell’insurrezione  trasmessa dalla RAI il 25  aprile 1977
Brano musicale
-Bella Ciao, Tony Coe
-La Brigata Garibaldi, canta Giovanna Daffini accompagnandosi con la chitarra. Al violino: Vittorio Carpi. Reg. di Gianni Bosio e Roberto Leydi, Modena, 6 giugno 1963. – See more at: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295.html#sthash.mdlEduzi.dpuf

Per Marx – 1972 L. Althusser

Propongo di accettare le definizioni che seguono a titolo di approssimazioni preliminari. Per pratica intenderemo generalmente ogni processo di trasformazione di una determinata materia prima data in un determinato prodotto, trasformazione effettuata da un determinato lavoro umano facendo uso di determinati mezzi (di « produzione »). In ogni pratica così concepita, il momento (o l’elemento) determinante del processo non è né la materia prima né il prodotto, ma la pratica in senso stretto: il momento stesso del lavoro di trasformazione, che mette in opera, in una struttura specifica, uomini, mezzi e una data tecnica d’impiego dei mezzi. Questa definizione generale della pratica include in sé la possibilità della particolarità: esistono pratiche diverse, realmente distinte, benché appartenenti organicamente a una stessa totalità complessa. La « pratica sociale », unità complessa delle pratiche esistenti in una determinata società, comporta così un elevato numero di pratiche distinte. Questa unità complessa della « pratica sociale » è strutturata, vedremo come, in modo che la pratica determinante in ultima istanza è la pratica di trasformazione della natura (materia prima) data in prodotti d’uso mediante l’attività degli uomini esistenti che lavorano con l’impiego metodicamente regolato di determinati mezzi di produzione, nel quadro di determinati rapporti di produzione. Oltre la produzione, la pratica sociale comporta altri livelli essenziali: la pratica politica — che, nei partiti marxisti, non è piu spontanea ma organizzata sulla base della teoria scientifica del materialismo storico e trasforma la sua materia prima — i rapporti sociali — in un determinato prodotto (nuovi rapporti sociali); la pratica ideologica (l’ideologia, sia religiosa, politica, morale, giuridica o artistica, trasforma anch’essa il suo oggetto: la « coscienza » umana); e infine la pratica teorica. Non sempre viene presa sul serio l’esistenza dell’ideologia come pratica: eppure questo riconoscimento preliminare è la condizione indispensabile di ogni teoria dell’ideologia. Piu raramente ancora viene presa sul serio l’esistenza di una pratica teorica: eppure questa è una precondizione indispensabile alla comprensione di ciò che è, per il marxismo, la teoria stessa e i suoi rapporti con la « pratica sociale ». Qui una seconda definizione: per teoria intenderemo dunque, sotto questo aspetto, una forma specifica della pratica , appartenente anch’essa all’unità complessa della « pratica sociale » di una determinata società umana. La pratica teorica rientra nella definizione generale della pratica. Essa lavora su una materia prima (rappresentazioni, concetti, fatti) che le viene fornita da altre pratiche, sia « empiriche » sia « tecniche » sia « ideologiche ». Nella forma più generale, la pratica teorica non comprende soltanto la pratica teorica scientifica, ma anche la pratica teorica prescientifica, ossia « ideologica » (le forme di conoscenza costituenti la preistoria di una scienza e le loro « filosofie »). La pratica teorica di una scienza si distingue sempre nettamente dalla pratica teorica ideologica della sua preistoria: questa distinzione prende la forma di una discontinuità « qualitativa » teorica e storica, che possiamo designare assieme a Bachelard, con il termine di « taglio » o « rottura epistemologica ». Non è il caso di trattare qui della dialettica che è all’opera nell’avvento di questa « rottura »: ossia del lavoro specifico di trasformazione teorica che la instaura in ciascun caso, che fonda una scienza distaccandola dall’ideologia del suo passato e rivelando questo passato come ideologico. Per limitarci al punto che interessa la nostra analisi, ci porremo già al di là della « rottura », dentro la scienza costituita, e converremo allora le seguenti denominazioni: chiameremo teoria ogni pratica teorica di carattere scientifico. Chiameremo « teoria » (tra virgolette) il sistema teorico determinato di una scienza reale (i suoi concetti fondamentali, nella loro unità più o meno contraddittoria, in un determinato momento), per esempio: la teoria della gravitazione universale, la meccanica ondulatoria ecc. o anche la « teoria » del materialismo storico. Nella sua « teoria » ogni particolare scienza riflette nell’unità complessa dei concetti (unità d’altronde sempre più o meno problematica) i risultati, fattisi condizioni e mezzi, della propria pratica teorica. Chiameremo Teoria (con la maiuscola) la teoria generale, ossia la Teoria della pratica in generale, elaborata anch’essa a partire dalla Teoria delle pratiche teoriche esistenti (delle scienze) che trasformano in « conoscenze » (verità scientifiche) il prodotto ideologico delle pratiche « empiriche » (l’attività concreta degli uomini) esistenti. Questa Teoria è la dialettica materialista che è una cosa sola con il materialismo dialettico. Tutte queste definizioni sono necessarie per potere dare all’interrogativo: « a che cosa ci serve enunciare teoricamente una soluzione esistente già allo stato pratico? » una risposta teoricamente fondata. Quando Lenin dice « senza teoria, niente azione rivoluzionaria », parla di una data « teoria », quella della scienza marxista dello sviluppo delle formazioni sociali (materialismo storico). Questa frase si trova in Che farei, dove Lenin prende in esame i provvedimenti organizzativi e gli obiettivi del partito socialdemocratico russo nel 1902. Egli lotta allora contro la politica opportunista a rimorchio della « spontaneità » delle masse, che egli vuole invece trasformare in una pratica rivoluzionaria basata sulla « teoria » ossia sulla scienza (marxista) dello sviluppo della formazione sociale considerata (la società russa del tempo). Ma formulando questa tesi, Lenin fa di piu di quel che non dice: ricordando alla pratica politica marxista la necessità della « teoria » che la fonda, enuncia in realtà una tesi che interessa la Teoria, ossia la Teoria della pratica in generale: la dialettica materialista. In questo doppio senso la teoria è necessaria alla pratica. La « teoria » è necessaria alla propria pratica direttamente; inoltre il rapporto esistente tra una « teoria » e la propria pratica interessa anche, nella misura in cui si stabilisce e a condizione di essere pensato e formulato, la Teoria generale stessa (la dialettica) in cui viene espressa teoricamente l’essenza della pratica teorica in generale, e attraverso questa l’essenza della pratica in generale, e attraverso questa l’essenza delle trasformazioni, del « divenire » delle cose in generale. Se ritorniamo al nostro problema: l’enunciazione teorica di una soluzione pratica, noteremo che concerne la Teoria, ossia la dialettica. L’enunciazione teorica esatta della dialettica interessa prima di tutto le pratiche stesse in cui la dialettica materialista è operante: infatti queste pratiche (« teoria » e politica marxiste) hanno bisogno, nel loro sviluppo, del concetto della loro pratica (ossia della dialettica) per non trovarsi disarmate di fronte alle forme qualitativamente nuove di questo sviluppo (situazioni nuove, nuovi « problemi »), o per evitare possibili cadute o ricadute nelle varie forme d’opportunismo, teorico e pratico. Queste « sorprese » e queste deviazioni, imputabili in ultima analisi a « errori ideologici », ossia a una « defaillance » teorica, costano sempre care, se non carissime. Ma la Teoria è essenziale anche alla trasformazione di quelle discipline in cui non esiste ancora una vera pratica teorica marxista. Nella maggior parte di esse, il problema non è « stato regolato » come lo è nel Capitale. La pratica teorica marxista dell’epistemologia, della storia delle scienze, della storia delle ideologie, della storia della filosofia, della storia dell’arte, deve ancora in gran parte essere elaborata. Non che in questi campi non vi siano marxisti che lavorano e che hanno acquisita una grande esperienza reale, ma essi non hanno alle spalle l’equivalente del Capitale e della pratica rivoluzionaria marxista di tutto un secolo. La loro pratica è in gran parte davanti a loro , ancora da elaborare, se non da creare, ossia da impostare su basi teoricamente giuste, affinché corrisponda a un oggetto reale, e non a un oggetto presunto o ideologico, e sia davvero una pratica teorica e non una pratica tecnica. Appunto per questo hanno bisogno della Teoria, ossia della dialettica materialista, come del solo metodo che possa anticipare la loro pratica teorica delineandone le condizioni formali. In questo caso, utilizzare la Teoria non vuole dire applicarne le formule (quelle del materialismo, della dialettica) a un contenuto preesistente. Lenin stesso rimproverava a Engels e a Plekhanov d’avere applicato la dialettica agli « esempi » delle scienze naturali dal di fuori 6 . L’applicazione esterna di un concetto non è mai l’equivalente di una pratica teorica. Questa applicazione non cambia nulla alla verità ricevuta dal di fuori, tranne il suo nome, battesimo incapace di produrre una trasformazione reale nelle verità che Io ricevono. L’applicazione delle « leggi » della dialettica a un dato risultato della fisica, per esempio, non è una vera pratica teorica, se questa applicazione non cambia di una virgola la struttura e lo sviluppo della pratica teorica nella fisica: peggio, può mutarsi in pastoia ideologica. Tuttavia, e questa è una tesi essenziale al marxismo, non basta respingere il dogmatismo dell’ applicazione delle forme della dialettica e fidarsi della spontaneità delle pratiche teoriche esistenti, giacché sappiamo che non esiste pratica teorica pura, scienza nuda, preservata per sempre nella sua storia di scienza, per non so qual miracolo, dalle minacce e dagli assalti dell’idealismo, ossia delle ideologie che la stringono d’assedio: sappiamo che non esiste scienza « pura » se non a condizione di purificarla continuamente, che non esiste scienza libera nella necessità della sua storia se non a condizione di liberarla continuamente dal l’ideologia che la permea, la pungola o la spia. Questa purificazione, questa liberazione non sono ottenute che a prezzo di una incessante lotta contro l’ideologia stessa, ossia contro l’idealismo, una lotta che la Teoria (il materialismo dialettico) può illuminare nelle sue ragioni e nei suoi obiettivi e che può guidare come nessun altro metodo al mondo può fare, Che dire allora della spontaneità di certe discipline d’avanguardia in piena espansione? Discipline che perseguono interessi pragmatici precisi, discipline che non sono a rigore scienze ma pretendono di esserlo perché usano metodi « scientifici » (ma definiti così indipendentemente dalla specificità del loro presunto oggetto); che pensano di avere, come ogni vera scienza, un oggetto proprio mentre hanno a che fare solo con una certa realtà data che d’altronde viene contesa tra parecchie « scienze » concorrenti: un certo campo di fenomeni non costituiti in fatti scientifici e quindi non unificato; discipline che non possono, nella forma attuale, costituire vere e proprie pratiche teoriche, perché il più delle volte non hanno che l’unità di pratiche tecniche (esempi: la psicosociologia, la sociologia e la psicologia stessa in molti dei loro rami) 7 . La sola Teoria capace di sollevare se non di porre la questione preliminare della validità di queste discipline, di criticare l’ideologia comunque sia travestita, ivi compreso il travestimento delle pratiche tecniche in scienze, è la Teoria della pratica teorica (nella sua distinzione dalla pratica ideologica): la dialettica materialista, o materialismo dialettico, ossia la concezione della dialettica marxista nella sua specificità. Giacché, su questo siamo tutti d’accordo, se si tratta di difendere una scienza realmente esistente contro l’ideologia che le sta alle costole, di distinguere ciò che è davvero scienza da ciò che è ideologia, senza prendere, come pure succede a volte, un elemento realmente scientifico per ideologia, o come succede spesso, un elemento realmente ideologico per un elemento scientifico…; se si tratta anche (il che è politicamente molto importante) di criticare le pretese delle pratiche tecniche oggi dominanti e di gettare le basi delle vere pratiche teoriche di cui il nostro tempo, ossia il socialismo e il comunismo, hanno e avranno sempre piu bisogno; se si tratta di proporsi questi compiti che richiedono tutti l’intervento della dialettica marxista , non ci si può evidentemente accontentare di una formulazione della Teoria, ossia della dialettica materialista, che presenti l’inconveniente di non essere esatta, d’essere anzi ben lungi dall’essere esatta, come la teoria hegeliana della dialettica. So bene che anche in questo caso l’approssimazione può corrispondere a un certo grado di realtà ed essere quindi dotata di un certo significato pratico, che serve di riferimento o di indicazione (« è ciò che fa anche Engels», dice Lenin. Ma solo «per far capire meglio », Quaderni, p. 279) non soltanto nella pedagogia, ma anche nella lotta. Ma perché una pratica possa servirsi di formule approssimate, bisogna per forza che questa pratica sia almeno « vera », in modo che possa al caso abbandonare le enunciazioni della Teoria e riconoscersi globalmente in una Teoria approssimativa. Ma quando una pratica non esiste realmente, quando bisogna cominciare col costituirla, l’approssimazione diventa un ostacolo. I ricercatori marxisti che indagano su questi regni d’avanguardia che sono la teoria delle ideologie (diritto, morale, religione, arte, filosofia), la teoria della storia delle scienze e della loro preistoria ideologica, l’epistemologia (teoria della pratica teorica delle matematiche e altre scienze naturali), ecc…. tutti questi pericolosi ma appassionanti regni d’avanguardia…; quelli che si pongono difficili problemi nel campo stesso della pratica teorica marxista (quella della storia), senza parlare di quegli altri « ricercatori » rivoluzionari che affrontano difficoltà politiche di forma radicalmente nuova (Africa, America latina, passaggio al comunismo, ecc.); tutti costoro se non avessero come dialettica materialista che la dialettica… hegeliana, anche se sbarazzata del sistema ideologico di Hegel, anche se dichiarata « rovesciata » (se questo rovescia mento consiste nell’applicare la dialettica hegeliana al reale invece che all’idea), non andrebbero certamente molto lontano in sua compagnia! Tutti quindi, sia che si tratti di affrontare qualcosa di nuovo nel campo di una pratica reale sia di gettare le basi di una pratica reale, tutti hanno bisogno della dialettica materialista vera e propria.animanifesti1