EPIGRAFE – GENOVA 2001

Requiescat In Pacem

Gli anniversari danno da pensare, io non credo fu uno spartiacque ne che quella tre giorni, con gli episodi che la caratterizzarono siano stati la causa degli avvenimenti successivi. Penso però che già da prima e soprattutto successivamente ci siamo arresi. Non di botto, ma progressivamente abbiamo rinunciato all’idea di sovvertire la società, già allora parlavamo di mondi possibili più che di rivoluzione, i germi della resa erano in noi prima che ci arrendessimo si potrebbe dire: quelle contaminazioni che alcuni videro con favore contenevano in realtà alcuni elementi strutturali di rinuncia. Non c’era forse allora, ma si è sviluppata negli anni successivi invece l’accettazione di un nuovo ruolo, abbiamo imparato a svolgere un nuovo compito da quel dì, siamo diventati i nuovi cani da guardia del sistema, sempre pronti ad analizzare, contestualizzare, sottolineare, approfondire, ragionare, ribadire, puntualizzare, precisare, stigmatizzare e questo nuovo compito lo svolgiamo benissimo.

Sanni Mezzasoma – Comunista

Enrico Berlingur – Lettere agli eretici – Pierfranco Ghisleni

slide_17Caro Angelo, ( Angelo Pezzana, libraio, radicale, membro fondatore del FUORI, è specialista in autocoscienza, presa di coscienza e trapasso dall’individuale al collettivo. ) il contenuto ed il tono della mia lettera sicuramente ti stupiranno; abituato come sei ad avere del mio partito e di me stesso un immagine austera, un pò codina e non sempre sensibile per i problemi che oggi va di moda incasellare entro il concetto di «personale», resterai forse sbigottito dalle mie affermazioni che a prima vista ti potranno parere estranee alla mentalità del partito e stridenti rispetto alle problematiche che siamo soliti affrontare. Ma se mi risolvo a scriverti ciò che segue è perché tu possa apprezzare il nostro lavorio intellettuale nell’affrontare, in modo pacato e senza inutili schiamazzi, gli stessi temi che voi invece avete sollevato in modo provocatorio e un pò confuso. Voglio riferirmi alla cosiddetta liberazione sessuale di cui tanto si blatera sulla stampa di ogni bandiera, senza mai tenere conto che essa progredisce non già in ragione dello schiamazzo e della problematizzazione che se ne fa al riguardo, ma come effetto inevitabile dello sviluppo del capitale. Voi – radicali, omosessuali, femministe, sociologi dei comportamenti devianti – avete creato sull’argomento un intero ramo di saggistica, avete analizzato i comportamenti più particolari, avete tolto il velo ad attitudini un tempo clandestine, in nome della sensibilizzazione delle masse senza accorgervi che, così operando, eludevate il cuore del problema e vi allontanavate dalla sua corretta soluzione politica. Ora, a me pare che la questione, sfrondata del troppo e del vano, si riduca al mesto ed accorato compianto che il povero Franco Antonicelli spesso mi manifestava negli ultimi anni della sua vita. Egli, grande estimatore di grazie femminili qual’era, si doleva che l’epoca avesse imbruttito senza scampo la corporeità degli uomini (ma era quella delle donne che in realtà gli premeva), irrigidendo la leggiadria delle movenze ed involgarendo la squisitezza delle maniere. Nessuno, specie fra quei giovani cui è stato fino all’ultimo vicino, gli pareva più degno di innamoramento, nessuno più capace di affascinare chicchessia. E tali riflessioni tanto più lo avvilivano in quanto non vedeva nessuna uscita a questo stato di cose. Le donne insomma gli parevano divenute irrimediabilmente brutte, insipide ed assolutamente prive di quella malia tentatrice che aveva contribuito a rendergli dolci gli anni giovanili. Antonicelli non sapeva spiegare questo imbruttimento generale, nè porvi rimedio. Ma la sua lagnanza ci permette tuttavia di formulare la questione nei suoi giusti termini, e precisamente: che ne è oggi dei corpi umani ovvero, detto altrimenti, dove sono finiti i cosiddetti «pezzi di figa»? La domanda ti parrà forse volgare ma la sua trivialità non può esimerci dal darle risposta. Gli è che la nostra epoca, nella quale si è copulato come mai prima era avvenuto nella storia umana, ha però procurato una distrazione dal sé che non ha precedenti, mettendo in opera la frode rea dell’imbruttimento generale. Quale questo inganno? La creazione di una molteplicità di interessi extraumani – non ultimo l’interesse per il corpo che voi designate con il sostantivato «il personale» – a mò di distrazione da quelle naturali attenzioni che ciascuno presterebbe a sé. Questi interessi esteriori all’essere umano vengono spacciati di norma come un arricchimento dello stesso, come sua ascesa verso un più alto grado di compiutezza. Essi vanno dall’impegno politico a quello culturale, dall’attività lavorativa alla tossicomania e via discorrendo: attitudini che possono essere bene espresse dalla parola «partecipazione», oggi tanto ripetuta. Partecipare ad altro significa sopprimere l’attenzione per sè, anche quando si partecipa ad un’attività politica imperniata sul «personale», come voi dite: donde l’inevitabile imbruttimento del corpo. Non so dire se ne consegua anche una vera e propria degenerazione cellulare ma certo è che, sperperando ognuno le proprie energie nella partecipazione, non gliene restano poi molte per il proprio sensuale abbellimento. E’ tutto ciò un bene per la società e gli individui? Una risposta valida in assoluto forse non esiste ma va notato che, essendosi tutti ormai livellati nella condizione di mediamente brutti, certi stridori che sarebbero potuti scaturire dagli eccessi di beltà o di bruttezza (i troppo belli e i troppo brutti su cui tornerò fra breve) ne risultano attenuati ed il conflitto degli individui su questo piano, la loro invidia, la loro emulazione, si stemperano in una generale mediocrità carnale. E poi resta ancora da chiedersi: a che prò abbellire se stessi? La risposta non può che essere scoraggiante poichè, ove l’incontro d’amore sia, come oggi è, un avvenimento equiparabile ad ogni altra quotidiana incombenza, ne deriva che il corpo non può che attenderlo nella sua normale ottusità dei sensi. Amare è diventato oggi una funzione, non dissimile da ogni altro atto che permette di portare a termine una giornata qualsiasi. Quante volte mi è toccato vedere giovani di ambo i sessi recarsi ad un incontro amoroso con la stessa allure nel corpo e nell’emozione con cui si sarebbero recati dal giornalaio o, diciamo, ad una riunione politica con l’unica differenza di un bidet in più o, a seconda dei gusti, in meno! Perché abbellirsi quindi se la funzione sessuale trova modo di espletarsi anche in una coltivata mediocrità ? Perché, giusto appunto, si tratta di una funzione e viene vissuta come tale. Esseri dalla carnalità sbiadita si incontrano, si accoppiano, non chiedono nulla al partuer se non un pò di igiene, di proprietà nel vestire, di tecnica erotica, di comunanza di idee e, quel che più conta, non chiedono nulla a sè stessi, si tollerano in quanto sensualmente mediocri. L’analisi apparentemente termina, ma purtroppo c’è di peggio. Ho in mente la terribile tribolazione sociale che tocca a due categorie apparentemente antitetiche ma molto vicine nella iattura: i troppo brutti e i troppo belli. Che ne è di costoro? I primi devono sottoporsi in solitudine, pena l’esclusione dalla copulazione generale, ad un procedimento di valorizzazione di sé che ha dell’innaturale; brutti come sono devono dotarsi di qualche pregio succedaneo, valorizzarsi insomma; se taciturni dovranno sforzarsi di diventare garruli, se ombrosi brillanti, se ignoranti istruiti, se spiantati facoltosi, se grossolani raffinati, e via dicendo. La condanna sociale che la natura ha loro inflitto è a ben vedere la molla che li costringe a cercare un tramite sociale diverso dal corpo, obbligandoli a costruire in sé qualche valore di scambio. La sventura dei troppo belli invece sta nel fatto che la natura, bizzarra com’è, li ha talora favoriti di altre propensioni ed attitudini, di cui la beltà non facilita certo lo sviluppo. Abbacinati come sono dalle basse profferte che ricevono in continuazione, vezzeggiati senza tregua in ragione della loro appetibilità, a costoro nessuno chiede altro se non iniezioni di carne umana. Questi disgraziati devono faticosamente lottare se vogliono crearsi una credibilità in settori diversi dal giaciglio. Devono in primo luogo imbruttirsi quel tanto che basta; la beltà di regola si accompagna alla vacuità intellettuale o almeno è questo un diffuso pregiudizio. E il nostro bello per intellettualizzarsi dovrà quindi imbruttirsi. Un eccesso di doti desta sospetto nella nostra società e l’una deve escludere le altre o, quanto meno, tutte possono essere simultaneamente presenti nello stesso individuo, ma in piccole dosi, nella mediocrità dell’uomo comune. La morale della favola, caro amico, sta in questo: che nessuno possa vivere in pace, che ogni cosa vada invece faticosamente guadagnata, anche il proprio essere! Che un individuo sia come è va vietato (ecco per inciso un lavoro per i nostri futuri legislatori penali: esprimere in norma giuridica il «divieto di essere»), pena l’esclusione dai benefici della società. Ed ecco che il bello dovrà rendersi sciatto, il brutto darsi una beltà intellettuale e la palude dei mediocri dovrà stare ben attenta a non uscire dalla invidiabile situazione in cui vive. Forse uomini di altre epoche non si sono curati di questo ordine di problemi; ereditavano dal passato un dato soma e non avevano necessità di costruirlo ex novo, di attribuirgli valore; le vesti, anch’esse ricevute dalla tradizione, esprimevano l’armonia dell’uomo con l’universo naturale. In altre civiltà, o quanto meno in certi ceti, si cercò invece di accentuare all’eccesso lo stridore fra la presenza – per qualche verso oscena – dell’uomo e il regno delle cose ricorrendo ad estrosi abbigliamenti; era un simbolo, spesso inconsapevole, della padronanza dell’uomo sul mondo. Oggi invece assistiamo per la prima volta allo spettacolo di un’umanità che nasce e vive corpore vacans e che deve quindi faticosamente guadagnarselo. Quante volte ho distolto lo sguardo dal triste spettacolo che offrivano di sé giovani operai vestiti da disc-jockey, signore benestanti cammuffate da prostitute, hippies e femministe travestiti dell’immagine di sé: tutti alla ricerca di un’identità qualsiasi, di una confezione entro cui vedere parvo pretio la propria carne cruda, mercanzia deperibile più di ogni altra! Distolti, come sono, da sé stessi in nome dell’idea forza della partecipazione non importa a cosa, si confezionano un’immagine accettabile (intendi sufficientemente creditizia) per la società in cui vivono ed adeguata ai ruoli che volta a volta si trovano ad interpretare. Non amando più sé medesimi diventando pessimi amanti in assoluto e l’assenza di lubricità e di lussuria si ripercuote fin nell’incarnato. La lubricità e la lussuria sono passioni troppo forti per il nostro tempo. Meglio impedirne il sorgere oppure lasciare che si dispieghino soltanto attraverso la mediazione politica: il risultato è identico. Il fatto è, mio ottimo amico, che oggi certi desideri sono assolutamente inconfessabili senza una debita mediazione. Nessuno – dico a puro titolo di esempio – osa ammettere di essere un porco, ovvero, se lo confessa, lo fa per celare qualche vizietto ben più turpe. E non è questo il caso degli oltranzisti avvocati del basso ventre, fra i quali prosperi? Voi infatti avete reso pubbliche certe pratiche quali la sodomia e il lesbismo, un tempo considerate riservate o addirittura da relegare nel postribolo: avete per così dire rivelato la vostra indole, il vostro vizietto poc’anzi segreto. Ma non avete per caso inteso nobilitare qualche lieve sconcezza al solo scopo di celarne una più grave, stante nella creazione di cànoni di sregolatezza nel cui ambito ogni deviante possa operare in santa pace ed in accordo con la società? Se così è non posso che ammirarvi. In tal caso il vostro operato sarebbe conforme alle parole di Sade che ti riporto per memoria: «Il n’est, en un mot, aucune sorte de danger dans toutes ces manies: se portassent-elles méme plus loin, allassent-elles jusqu’à caresser des monstres et des animaux, ainsi que nous l’apprend l’exemple de plusieurs peuples, il n’y aurait pas dans toutes ces fadaises le plus petit inconvénie nt, parce que la corruption des moeurs, souvent très utile dans un gouvernement, ne saurait y nuire sous aucun rapport, et nous devons attendre de nos législateurs assez de sagesse, assez de prudence pour ètre bien surs qu’aucune loi n’émanera d’eux pour la répression de ces misères qui, tenant absolument à l’organisation, ne sauraient jamais rendre plus coupable celui qui y est enclin que ne l’est l’individu que la nature créa contrefait». Se il vostro scopo è quello di rinvigorire i governi non posso che complimentarmi con voi, ma ditelo alfine, affinché ci si possa intendere! Io credo ed auspico infatti che l’accordo fra le grandi masse popolari e le minoranze dei devianti sia oggi possibile. Sta a voi percorrere ancora un passo; la devianza non contrasta il modello di sviluppo che noi comunisti perseguiamo, anzi gli è assolutamente necessaria. Ma tocca a voi capire che la difesa del «sessualmente diverso» per garantirgli l’esercizio sereno della sua devianza non è, a ben vedere, lo scopo ultimo; quel che più conta è la costituzione di minuscoli centri sociali (altra parola non saprei trovare visto che il termine anglosassone racket mi è molesto) nel cui ambito l’aspirante deviante attui il suo tirocinio e si guadagni il diritto di prendere i suoi sfoghi alla luce del sole, col placet della società. Guai se la diversità sessuale fosse un dato di partenza! Essa deve essere invece uno stato di imperfezione che accede alla sua compiutezza solo se l’individuo sa guadagnarsela, solo qualora venga conseguita dopo una dura lotta. Un amico giornalista mi ha riferito un vostro slogan scherzoso e provocatorio che così suona: «Lotta dura, contro natura». Ebbene, dovete prenderlo sul serio, dovete lottare e specialmente fare lottare per costruire una vostra dignitosa diversità nella società; i vostri circoli, le vostre pubblicazioni, i vostri gruppi siano i luoghi in cui la devianza viene guadagnata! Tu, caro amico, sei troppo abituato a riflettere perché debba ricordarti che il capitale non è un’entità statica, bensì un processo di valorizzazione. E che un uomo eterosessuale diventi sodomita è del pari un processo. Ma è anche un processo di valorizzazione? Posso a cuor leggero rispondere affermativamente a condizione beninteso che la devianza sessuale venga in qualche modo politicamente nobilitata. Un pederasta che accede al suo status pubblico mercé la politica vale qualcosa, può avere un suo credito; un uomo che, fra le altre cose, è anche un pederasta, non val nulla e deve averlo presente in ogni momento. Continui pure a frequentare vespasiani!

Perché mai dovremmo opporci alla devianza considerato che la capitalizzazione dei pianeta non è stata altro che una colossale devianza da modi di produzione e di vita talmente radicati da essere considerati «leggi di natura»? Ma c’è di meglio. Nella dura lotta verso la costruzione della diversità sessuale alfine consentita non è forse possibile celare la generale mediocrità carnale che caratterizza l’epoca sì da renderla accetta? Il deviante che insegue e conquista il suo vizietto particolare non si convince forse di essere pervenuto ad un grado passionale più alto rispetto alla norma, di godere di più rispetto all’uomo comune (se mi consenti l’espressione sguaiata) al punto di non avvedersi più dell’insipidità del suo germe passionale, in tutto e per tutto simile a quella dell’eterosessuale, a dispetto della bizzarria delle pratiche intime? Una devianza qualsivoglia, se faticosamente conquistata, sembra già molto, dà al perverso il gusto della diversità, lo fa sentire eroico, celandogli per converso la mediocrità corporea che si porta addosso. Per nostra buona sorte non si parla spesso di questo grigiore corporeo che dà la sua impronta all’epoca né nelle formazioni politiche, né nei cenacoli di amici. Si divaga invece, spesso e volentieri, sulle varie pratiche sessuali, sui vantaggi e gli svantaggi di ognuna, sui modi idonei a sperimentarle, sulla necessità di renderle accette alla società ed in questo calderone la fantasia e la logorrea di ognuno trova modo di sbizzarrirsi un poco. Tutto ciò premesso, non posso che valutare con favore la vostra lotta per la diversità sessuale, la quale asseconda l’ordinato movimento di antropomorfizzazione del capitale. Esso, come ben sai, ha avuto bisogno di mercanzie sempre diverse e sempre rinnovate. E la sua voracità continua, richiedendo ora una merce umana à la page, ciò che significa, nell’ambito che abbiamo indagato, l’immissione di nuovi modelli di mercanzia sessuale nel mercato dei comportamenti.

Sì alla valorizzazione della devianza, di ogni devianza.

Sì alla creazione indefessa di nuove devianze.

Continuate compagni, ma con rigore.

Marx – Salario Prezzo Profitto

Compagni lavoratori! Entrate nelle fila del Partito Comunista, al fine di spezzare la catena del capitalismo mondiale.435-8
  1. Produzione e salari

Il ragionamento del cittadino Weston poggia di fatto su due premesse:

1) che l’ammontare della produzione nazionale è qualcosa di fisso , una quantità o grandezza costante, come direbbe il matematico;

2) che la somma dei salari reali , cioè dei salari calcolati secondo la quantità di merci che con essi si possono comperare, è un importo fisso , è una grandezza costante .

Ora, la sua prima asserzione è evidentemente errata. Voi troverete che il valore e la massa della produzione aumentano di anno in anno, che le forze produttive del lavoro nazionale aumentano, e che la quantità di denaro necessaria per la circolazione di questa produzione accresciuta cambia continuamente. Ciò che è vero alla fine dell’anno e per diversi anni confrontati fra di loro, è vero anche per ogni giorno medio dell’anno. La massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non è una grandezza costante , ma una grandezza variabile ; e, pur facendo astrazione dalle variazioni della popolazione, non potrebbe non essere così, grazie al mutamento continuo dell’accumulazione di capitale e delle forze produttive del lavoro . E’ assolutamente giusto che se oggi si verificasse un aumento del livello generale dei salari, questo solo fatto non muterebbe immediatamente la massa della produzione, qualunque potesse essere il suo effetto ulteriore. Essa partirebbe anzitutto dallo stato di cose esistente. Ma se la produzione nazionale era variabile e non costante prima dell’aumento dei salari, essa continuerà a essere variabile e non costante anche dopo l’aumento dei salari. Ammettiamo pure, però, che la massa della produzione nazionale sia costante e non variabile . Anche in questo caso quella che il nostro amico Weston considera come una conclusione logica rimarrebbe una affermazione infondata. Se ho un numero determinato, per esempio 8, i limiti assoluti di questo numero non impediscono alle sue parti di mutare i loro limiti relativi . Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8. Dunque, l’invariabilità della massa della produzione non proverebbe affatto l’immutabilità dell’ammontare dei salari. In quale modo il nostro amico Weston dimostra questa immutabilità? Affermandola. Ma anche se si accetta come giusta la sua affermazione, essa dovrebbe agire in due direzioni, mentre egli la fa operare da un lato solo. Se l’importo dei salari è una grandezza costante, esso non può venire né aumentato né diminuito. Se gli operai agiscono dunque insensatamente imponendo un aumento passeggero dei salari, non meno insensatamente agirebbero i capitalisti imponendo loro una temporanea diminuzione. Il nostro amico Weston non nega che in determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario; ma, poichè l’importo dei salari è di sua natura fisso, all’aumento deve seguire una reazione. Egli sa però anche, d’altra parte, che i capitalisti possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario , perchè ogni reazione contro una diminuzione dei salari è un’azione per aumentarli. Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la teoria, cioè, dell’immutabilità dei salari , gli operai dovrebbero, in certe circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari. Se egli nega questa conclusione, egli deve rinunciare alla premessa da cui essa scaturisce. Egli non deve dire che l’ammontare dei salari è una grandezza costante , ma deve dire che esso, benchè non possa e non debba salire , può e deve cadere , ogni qualvolta piaccia al capitale di abbassarlo. Se al capitalista piace nutrirsi di patate anzichè di carne, di farina d’avena anzichè di grano, dovete accettare la sua volontà come una legge dell’economia politica, e sottomettervi ad essa. Se in un paese il livello dei salari è più elevato che in un altro, negli Stati Uniti, per esempio, più che in Inghilterra, dovete spiegarvi questa differenza del livello dei salari come una differenza tra la volontà del capitalista americano e quella del capitalista inglese, – metodo questo che semplificherebbe molto lo studio non solo dei fenomeni economici, ma di tutti gli altri fenomeni in generale. Ma anche in questo caso potremmo chiedere: perchè la volontà del capitalista americano è diversa da quella del capitalista inglese? E per rispondere a questa domanda dovete uscire dal campo della volontà . Un prete mi può raccontare che Dio vuole una cosa in Francia, un’altra in Inghilterra. Se insisto perchè mi spieghi la dualità di questa volontà, egli potrebbe avere la faccia tosta di rispondermi che Dio vuole avere una volontà in Francia e una diversa volontà in Inghilterra. Ma il nostro amico Weston è certamente l’ultimo a fare un argomento di una simile negazione completa di ogni ragionamento. La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà , ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti.

Valnestore: Prevenzione Precauzione Cautela

COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA

Sulle recenti problematiche ambientali e di salubrità.

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Rispetto ai fatti recenti legati allo smaltimento delle ceneri della centrale e ad altre problematiche ambientali che hanno visto arrivare agli onori delle cronache nazionali il nostro territorio, crediamo che si debba orientare l’agire politico secondo tre parole chiave – Cautela Prevenzione Precauzione, cosa che da più parti fino ad ora non è stata fatta. In gioco c’è la salute dell’ambiente, del territorio e dei cittadini che lo abitano in prima battuta, c’è il dolore delle famiglie di chi si è ammalato per questo crediamo sia indispensabile, in tempi il più brevi possibile, svolgere tutti gli esami necessari (e si sta già facendo) a stabilire quali siano le condizioni di salubrità ad oggi della Valnestore per poi immediatamente adottare, qualora dalle risultanze emergessero problemi, le precauzione minime necessarie a ristabilire le condizioni di vivibilità, di abitabilità, di coltivabilità. Dicevamo Cautela oltre che Precauzione perché non capiamo a cosa serva l’allarmismo messo in campo né tantomeno le processioni sull’area della centrale ex-enel, a meno che in una sorta di rilancio di pratiche medievali non riteniamo che i pellegrinaggi in luoghi santi magari effettuati in compagnia di eminenti porporati possa produrre una sorta di bonifica sovrannaturale e di riassestamento. Siccome noi non crediamo all’efficacia di questi metodi e viviamo quotidianamente il territorio confrontandoci coi cittadini e con l’Amministrazione, riteniamo utile in prima battuta che non si scomodino gli alti vertici istituzionale in inutili aspersioni, meglio collaborare per risolvere una serie di partite connesse appunto allo sviluppo di quell’area che risultano incompiute e che se portate a compimento, a buon fine permetterebbero di affrontare seriamente i problemi ambientali e di rilancio anche occupazionale dell’area. Alcuni sembrano scendere dal pero dimenticando la storia di quel posto, storia che chi ci vive tutti i giorni conosce. Questo non significa sottovalutare i problemi significa affrontarli con la volontà di risolverli: si faccia uno screening (come si sta già facendo seppur in maniera non troppo organica) e si stabiliscano con precisione le condizioni attuali ed i possibili scenari futuri, si mettano in campo pratiche che ripensino il modello di sviluppo di quell’area anche alla luce dei recenti fallimenti delle politiche regionali. Ci pare che la politica regionale, maggioranza e opposizione, si interessi a noi esclusivamente per queste pratiche dal sapore apotropaico e poco faccia per evitare i possibili scenari negativi. La pressione sui Comuni è diventata insostenibile, i prefigurati modelli amministrativi che prevedono macroregioni e macrocomuni per ora hanno l’effetto di lasciare isolati interi territori e le amministrazioni che quei territori tentano di amministrare e rilanciare. Più collaborazione quindi e meno pellegrinaggi, più progettualità e meno prebende, la vicenda dell’ITI parla di come appunto si pensi che con due spicci dedicati si possa uscire da una condizione produttiva ancora dentro la crisi partita nel 2008.

Consigliamo quindi cautela e precauzione per evitare danni permanenti alla salute appunto del territorio e dei suoi abitanti e per riparare ad eventuali danni fatti in passato, danni che toccherà ad altri e non alla politica collegare ai diretti responsabili e conseguentemente comminare pene e condanne.

Questa storia però ci parla delle necessità di lavorare per prevenire danni futuri, adottando politiche di sviluppo che tengano in debita considerazione il concetto di sostenibilità del modello, ad esempio questo polverone probabilmente avrà l’effetto di scongiurare definitivamente l’ipotesi di incenerimento dei rifiuti in valle che sembrava possibile fino a pochi mesi fa, contraddizioni e paradossi della modernità vedere chi si sbracciava minacciando i residenti di risolvere definitivamente la questione rifiuti con l’incenerimento, oggi impegnarsi appunto in sopralluoghi inutili se non per scrivere articoli sui giornali. Precauzione quindi e attenzione al modello di sviluppo. Le Amministrazioni di Piegaro e Panicale in questa difficile situazione ci pare si stiano muovendo seguendo queste tre parole chiave ed esprimiamo un giudizio positivo perché, come dicevamo, la partita non si limita all’analisi dello stato dell’arte, alle indagini, alla eventuale messa in sicurezza, alla salute dei cittadini e del territorio, ma esiste un contesto economico e produttivo difficile, i lasciti di un modello di gestione territoriale che sfasciandosi non prefigura nulla di buono, il mai partito “polo tecnologico”, quindi un contesto complesso in cui la politica regionale ci pare carente, in fondo servirebbe ascolto e collaborazione, per sterzare i fondi in maniera ottimale, ma ad oggi ci pare che come per l’area interessata dalle recenti vicende si preferisca non intervenire sulle debolezze di un territorio, ma anzi aggravarle per poi organizzare crociate senza la dovuta conoscenza dei fatti. La prevenzione si fa anche innalzando il livello di progettualità dei territori, in questa  brutta stagione in termini di prospettiva in cui unico volano economico pare essere l’imprenditore illuminato e mecenate affiancato in molti casi dalla schedatura di idee progettuali che hanno probabilità nulla di produrre sviluppo duraturo, consigliamo e come sopra oltre a consigliare ci impegniamo perché accada, di lavorare sull’innalzamento delle competenze territoriali, processioni e prolusioni servono a poco in questo caso, noi ci impegniamo a lavorare sul territorio, è sufficiente ascoltarci e darci corda in alcuni casi per avere effetti immediatamente positivi. Degli effetti delle azioni dei parolai e dei porporati rimangono solo le ceneri.

labour unrest – angolazioni – riletture

Perchè c’è anche chi studia la correlazione tra lavoro in una società capitalista avanzata e agitazione operaia.

fronte

“L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ottocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ot tocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase.”

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La direttiva N.16 di Luigi Longo

La manutenzione della resistenza.

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Il 10 aprile 1945 la Direzione del partito comunista italiano dell’Italia occupata, guidata da Luigi Longo, dirama la direttiva insurrezionale n. 16
con Alexander Hobel
Repertorio
– 2 frammenti di un’intervento di Luigi Longo in cui rievoca il ruolo del Partito Comunista Italiano durante la Resistenza, tratto da una registrazione del GR dell’8/09/1963 (Archivi Rai)
– un frammento del film Achtung Banditi, diretto da Carlo Lizzani, 1951
– un frammento del film Quaranta giorni di libertà, diretto da Leandro Castellani, 1974, Prodotto dalla RAI
– intervista a Luigi Longo tratta da I giorni dell’insurrezione  trasmessa dalla RAI il 25  aprile 1977
Brano musicale
-Bella Ciao, Tony Coe
-La Brigata Garibaldi, canta Giovanna Daffini accompagnandosi con la chitarra. Al violino: Vittorio Carpi. Reg. di Gianni Bosio e Roberto Leydi, Modena, 6 giugno 1963. – See more at: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295.html#sthash.mdlEduzi.dpuf

Per Marx – 1972 L. Althusser

Propongo di accettare le definizioni che seguono a titolo di approssimazioni preliminari. Per pratica intenderemo generalmente ogni processo di trasformazione di una determinata materia prima data in un determinato prodotto, trasformazione effettuata da un determinato lavoro umano facendo uso di determinati mezzi (di « produzione »). In ogni pratica così concepita, il momento (o l’elemento) determinante del processo non è né la materia prima né il prodotto, ma la pratica in senso stretto: il momento stesso del lavoro di trasformazione, che mette in opera, in una struttura specifica, uomini, mezzi e una data tecnica d’impiego dei mezzi. Questa definizione generale della pratica include in sé la possibilità della particolarità: esistono pratiche diverse, realmente distinte, benché appartenenti organicamente a una stessa totalità complessa. La « pratica sociale », unità complessa delle pratiche esistenti in una determinata società, comporta così un elevato numero di pratiche distinte. Questa unità complessa della « pratica sociale » è strutturata, vedremo come, in modo che la pratica determinante in ultima istanza è la pratica di trasformazione della natura (materia prima) data in prodotti d’uso mediante l’attività degli uomini esistenti che lavorano con l’impiego metodicamente regolato di determinati mezzi di produzione, nel quadro di determinati rapporti di produzione. Oltre la produzione, la pratica sociale comporta altri livelli essenziali: la pratica politica — che, nei partiti marxisti, non è piu spontanea ma organizzata sulla base della teoria scientifica del materialismo storico e trasforma la sua materia prima — i rapporti sociali — in un determinato prodotto (nuovi rapporti sociali); la pratica ideologica (l’ideologia, sia religiosa, politica, morale, giuridica o artistica, trasforma anch’essa il suo oggetto: la « coscienza » umana); e infine la pratica teorica. Non sempre viene presa sul serio l’esistenza dell’ideologia come pratica: eppure questo riconoscimento preliminare è la condizione indispensabile di ogni teoria dell’ideologia. Piu raramente ancora viene presa sul serio l’esistenza di una pratica teorica: eppure questa è una precondizione indispensabile alla comprensione di ciò che è, per il marxismo, la teoria stessa e i suoi rapporti con la « pratica sociale ». Qui una seconda definizione: per teoria intenderemo dunque, sotto questo aspetto, una forma specifica della pratica , appartenente anch’essa all’unità complessa della « pratica sociale » di una determinata società umana. La pratica teorica rientra nella definizione generale della pratica. Essa lavora su una materia prima (rappresentazioni, concetti, fatti) che le viene fornita da altre pratiche, sia « empiriche » sia « tecniche » sia « ideologiche ». Nella forma più generale, la pratica teorica non comprende soltanto la pratica teorica scientifica, ma anche la pratica teorica prescientifica, ossia « ideologica » (le forme di conoscenza costituenti la preistoria di una scienza e le loro « filosofie »). La pratica teorica di una scienza si distingue sempre nettamente dalla pratica teorica ideologica della sua preistoria: questa distinzione prende la forma di una discontinuità « qualitativa » teorica e storica, che possiamo designare assieme a Bachelard, con il termine di « taglio » o « rottura epistemologica ». Non è il caso di trattare qui della dialettica che è all’opera nell’avvento di questa « rottura »: ossia del lavoro specifico di trasformazione teorica che la instaura in ciascun caso, che fonda una scienza distaccandola dall’ideologia del suo passato e rivelando questo passato come ideologico. Per limitarci al punto che interessa la nostra analisi, ci porremo già al di là della « rottura », dentro la scienza costituita, e converremo allora le seguenti denominazioni: chiameremo teoria ogni pratica teorica di carattere scientifico. Chiameremo « teoria » (tra virgolette) il sistema teorico determinato di una scienza reale (i suoi concetti fondamentali, nella loro unità più o meno contraddittoria, in un determinato momento), per esempio: la teoria della gravitazione universale, la meccanica ondulatoria ecc. o anche la « teoria » del materialismo storico. Nella sua « teoria » ogni particolare scienza riflette nell’unità complessa dei concetti (unità d’altronde sempre più o meno problematica) i risultati, fattisi condizioni e mezzi, della propria pratica teorica. Chiameremo Teoria (con la maiuscola) la teoria generale, ossia la Teoria della pratica in generale, elaborata anch’essa a partire dalla Teoria delle pratiche teoriche esistenti (delle scienze) che trasformano in « conoscenze » (verità scientifiche) il prodotto ideologico delle pratiche « empiriche » (l’attività concreta degli uomini) esistenti. Questa Teoria è la dialettica materialista che è una cosa sola con il materialismo dialettico. Tutte queste definizioni sono necessarie per potere dare all’interrogativo: « a che cosa ci serve enunciare teoricamente una soluzione esistente già allo stato pratico? » una risposta teoricamente fondata. Quando Lenin dice « senza teoria, niente azione rivoluzionaria », parla di una data « teoria », quella della scienza marxista dello sviluppo delle formazioni sociali (materialismo storico). Questa frase si trova in Che farei, dove Lenin prende in esame i provvedimenti organizzativi e gli obiettivi del partito socialdemocratico russo nel 1902. Egli lotta allora contro la politica opportunista a rimorchio della « spontaneità » delle masse, che egli vuole invece trasformare in una pratica rivoluzionaria basata sulla « teoria » ossia sulla scienza (marxista) dello sviluppo della formazione sociale considerata (la società russa del tempo). Ma formulando questa tesi, Lenin fa di piu di quel che non dice: ricordando alla pratica politica marxista la necessità della « teoria » che la fonda, enuncia in realtà una tesi che interessa la Teoria, ossia la Teoria della pratica in generale: la dialettica materialista. In questo doppio senso la teoria è necessaria alla pratica. La « teoria » è necessaria alla propria pratica direttamente; inoltre il rapporto esistente tra una « teoria » e la propria pratica interessa anche, nella misura in cui si stabilisce e a condizione di essere pensato e formulato, la Teoria generale stessa (la dialettica) in cui viene espressa teoricamente l’essenza della pratica teorica in generale, e attraverso questa l’essenza della pratica in generale, e attraverso questa l’essenza delle trasformazioni, del « divenire » delle cose in generale. Se ritorniamo al nostro problema: l’enunciazione teorica di una soluzione pratica, noteremo che concerne la Teoria, ossia la dialettica. L’enunciazione teorica esatta della dialettica interessa prima di tutto le pratiche stesse in cui la dialettica materialista è operante: infatti queste pratiche (« teoria » e politica marxiste) hanno bisogno, nel loro sviluppo, del concetto della loro pratica (ossia della dialettica) per non trovarsi disarmate di fronte alle forme qualitativamente nuove di questo sviluppo (situazioni nuove, nuovi « problemi »), o per evitare possibili cadute o ricadute nelle varie forme d’opportunismo, teorico e pratico. Queste « sorprese » e queste deviazioni, imputabili in ultima analisi a « errori ideologici », ossia a una « defaillance » teorica, costano sempre care, se non carissime. Ma la Teoria è essenziale anche alla trasformazione di quelle discipline in cui non esiste ancora una vera pratica teorica marxista. Nella maggior parte di esse, il problema non è « stato regolato » come lo è nel Capitale. La pratica teorica marxista dell’epistemologia, della storia delle scienze, della storia delle ideologie, della storia della filosofia, della storia dell’arte, deve ancora in gran parte essere elaborata. Non che in questi campi non vi siano marxisti che lavorano e che hanno acquisita una grande esperienza reale, ma essi non hanno alle spalle l’equivalente del Capitale e della pratica rivoluzionaria marxista di tutto un secolo. La loro pratica è in gran parte davanti a loro , ancora da elaborare, se non da creare, ossia da impostare su basi teoricamente giuste, affinché corrisponda a un oggetto reale, e non a un oggetto presunto o ideologico, e sia davvero una pratica teorica e non una pratica tecnica. Appunto per questo hanno bisogno della Teoria, ossia della dialettica materialista, come del solo metodo che possa anticipare la loro pratica teorica delineandone le condizioni formali. In questo caso, utilizzare la Teoria non vuole dire applicarne le formule (quelle del materialismo, della dialettica) a un contenuto preesistente. Lenin stesso rimproverava a Engels e a Plekhanov d’avere applicato la dialettica agli « esempi » delle scienze naturali dal di fuori 6 . L’applicazione esterna di un concetto non è mai l’equivalente di una pratica teorica. Questa applicazione non cambia nulla alla verità ricevuta dal di fuori, tranne il suo nome, battesimo incapace di produrre una trasformazione reale nelle verità che Io ricevono. L’applicazione delle « leggi » della dialettica a un dato risultato della fisica, per esempio, non è una vera pratica teorica, se questa applicazione non cambia di una virgola la struttura e lo sviluppo della pratica teorica nella fisica: peggio, può mutarsi in pastoia ideologica. Tuttavia, e questa è una tesi essenziale al marxismo, non basta respingere il dogmatismo dell’ applicazione delle forme della dialettica e fidarsi della spontaneità delle pratiche teoriche esistenti, giacché sappiamo che non esiste pratica teorica pura, scienza nuda, preservata per sempre nella sua storia di scienza, per non so qual miracolo, dalle minacce e dagli assalti dell’idealismo, ossia delle ideologie che la stringono d’assedio: sappiamo che non esiste scienza « pura » se non a condizione di purificarla continuamente, che non esiste scienza libera nella necessità della sua storia se non a condizione di liberarla continuamente dal l’ideologia che la permea, la pungola o la spia. Questa purificazione, questa liberazione non sono ottenute che a prezzo di una incessante lotta contro l’ideologia stessa, ossia contro l’idealismo, una lotta che la Teoria (il materialismo dialettico) può illuminare nelle sue ragioni e nei suoi obiettivi e che può guidare come nessun altro metodo al mondo può fare, Che dire allora della spontaneità di certe discipline d’avanguardia in piena espansione? Discipline che perseguono interessi pragmatici precisi, discipline che non sono a rigore scienze ma pretendono di esserlo perché usano metodi « scientifici » (ma definiti così indipendentemente dalla specificità del loro presunto oggetto); che pensano di avere, come ogni vera scienza, un oggetto proprio mentre hanno a che fare solo con una certa realtà data che d’altronde viene contesa tra parecchie « scienze » concorrenti: un certo campo di fenomeni non costituiti in fatti scientifici e quindi non unificato; discipline che non possono, nella forma attuale, costituire vere e proprie pratiche teoriche, perché il più delle volte non hanno che l’unità di pratiche tecniche (esempi: la psicosociologia, la sociologia e la psicologia stessa in molti dei loro rami) 7 . La sola Teoria capace di sollevare se non di porre la questione preliminare della validità di queste discipline, di criticare l’ideologia comunque sia travestita, ivi compreso il travestimento delle pratiche tecniche in scienze, è la Teoria della pratica teorica (nella sua distinzione dalla pratica ideologica): la dialettica materialista, o materialismo dialettico, ossia la concezione della dialettica marxista nella sua specificità. Giacché, su questo siamo tutti d’accordo, se si tratta di difendere una scienza realmente esistente contro l’ideologia che le sta alle costole, di distinguere ciò che è davvero scienza da ciò che è ideologia, senza prendere, come pure succede a volte, un elemento realmente scientifico per ideologia, o come succede spesso, un elemento realmente ideologico per un elemento scientifico…; se si tratta anche (il che è politicamente molto importante) di criticare le pretese delle pratiche tecniche oggi dominanti e di gettare le basi delle vere pratiche teoriche di cui il nostro tempo, ossia il socialismo e il comunismo, hanno e avranno sempre piu bisogno; se si tratta di proporsi questi compiti che richiedono tutti l’intervento della dialettica marxista , non ci si può evidentemente accontentare di una formulazione della Teoria, ossia della dialettica materialista, che presenti l’inconveniente di non essere esatta, d’essere anzi ben lungi dall’essere esatta, come la teoria hegeliana della dialettica. So bene che anche in questo caso l’approssimazione può corrispondere a un certo grado di realtà ed essere quindi dotata di un certo significato pratico, che serve di riferimento o di indicazione (« è ciò che fa anche Engels», dice Lenin. Ma solo «per far capire meglio », Quaderni, p. 279) non soltanto nella pedagogia, ma anche nella lotta. Ma perché una pratica possa servirsi di formule approssimate, bisogna per forza che questa pratica sia almeno « vera », in modo che possa al caso abbandonare le enunciazioni della Teoria e riconoscersi globalmente in una Teoria approssimativa. Ma quando una pratica non esiste realmente, quando bisogna cominciare col costituirla, l’approssimazione diventa un ostacolo. I ricercatori marxisti che indagano su questi regni d’avanguardia che sono la teoria delle ideologie (diritto, morale, religione, arte, filosofia), la teoria della storia delle scienze e della loro preistoria ideologica, l’epistemologia (teoria della pratica teorica delle matematiche e altre scienze naturali), ecc…. tutti questi pericolosi ma appassionanti regni d’avanguardia…; quelli che si pongono difficili problemi nel campo stesso della pratica teorica marxista (quella della storia), senza parlare di quegli altri « ricercatori » rivoluzionari che affrontano difficoltà politiche di forma radicalmente nuova (Africa, America latina, passaggio al comunismo, ecc.); tutti costoro se non avessero come dialettica materialista che la dialettica… hegeliana, anche se sbarazzata del sistema ideologico di Hegel, anche se dichiarata « rovesciata » (se questo rovescia mento consiste nell’applicare la dialettica hegeliana al reale invece che all’idea), non andrebbero certamente molto lontano in sua compagnia! Tutti quindi, sia che si tratti di affrontare qualcosa di nuovo nel campo di una pratica reale sia di gettare le basi di una pratica reale, tutti hanno bisogno della dialettica materialista vera e propria.animanifesti1

interpretazioni

Contravveniamo per una volta le nostre regole e tra revisionisti, interpreti, attualizzatori, storicisti, filosofi, seguaci, modernisti, ortodossi, capiscioni e linotipisti andiamo a scegliere quello che a nostro parere ha meglio letto e capito Carlo Marx.

DELEUZE

Deleuze e Guattari L’anti-Edipo Capitalismo e schizofrenia

da cap. 1 psicologia materialista (da usarsi a piccole dosi)

“La mancanza è disposta, organizzata, nella produzione sociale. Essa è controprodotta dall’istanza d’antipro-duzione che si piega sulle forze produttive e se le appropria. Non viene mai prima; la produzione non è mai organizzata in funzione di una mancanza anteriore, è la mancanza che viene a situarsi, a vacuolizzarsi, a propagarsi secondo l’organizzazione d’una produzione preliminare Questa pratica del vuoto come economia di mercato, è l’arte di una classe dominante: organizzare la mancanza nell’abbondanza di produzione, far spostare tutto il desiderio verso la grande paura di mancare, far dipendere l’oggetto da una produzione reale che si suppone esterna al desiderio (le esigenze della ra-zionalità), mentre la produzione del desiderio passa nel fantasma (nient’altro che il fantasma). Non c’è da una parte una produzione sociale di realtà, e dall’altra una produzione desiderante di fantasma. Tra queste due produzioni non si stabilirebbero che legami secondari d’introiezione e di proiezione, come se alle pratiche sociali si abbinassero pratiche mentali interiorizzate, oppure come se le pratiche mentali si proiettassero nei sistemi sociali, senza che le une intacchino mai le altre. Sintantoché ci accontentiamo di stabilire un parallelo tra il danaro, l’oro, il capitale e il triangolo capitalistico da una parte e la libido, l’ano, il fallo e il triangolo familiare dall’altra, ci abbandoniamo a un piacevole passatempo; ma i meccanismi del danaro restano del tutto indifferenti alle proiezioni anali di co-loro che lo maneggiano. Il parallelismo Marx-Freud resta del tutto sterile ed indifferente, mettendo in scena termini che si interiorizzano o si proiettano l’uno nell’altro senza cessare d’essere estranei, come nella famosa equazione da oro=merda. In verità, la produzione sociale è unicamente la produzione desiderante stessa in condizioni determinate. Noi diciamo che il campo sociale è immediatamente percorso dal desiderio, che ne è il prodotto storicamente determinato e che la libido non ha bisogno di alcuna mediazione o sublimazione, di alcuna operazione psichica, di alcuna trasformazione, per investire le forze produttive e i rapporti di produzione. Non c’è che desiderio e socialità, e nient’altro. Anche le forze più mortifere e repressive della riproduzione sociale sono prodot-te dal desiderio, nell’organizzazione che ne deriva in tale o tal’altra condizione che dovremo analizzare. Per questo il problema fondamentale della filosofìa politica resta quello che Spinoza seppe porre (e che Reich ha riscoperto): «perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza? » Come si arriva a gridare: «ancor più imposte, meno pane! » Come dice Reich, il sorprendente non è che della gente rubi, che altri facciano sciopero, ma piuttosto che gli affamati non rubino sempre e che gli sfruttati non facciano sempre sciopero: perché degli uomini sopportano da secoli lo sfruttamento, l’umiliazione, la schiavitù, al punto di volerle non solo per gli altri, ma anche per se stessi? Mai Reich è pen-satore così grande come quando rifiuta di invocare un misconoscimento o un’illusione delle masse per spiegare il fascismo, e reclama una spiegazione tramite il desiderio, in termini di desiderio: no, le masse non sono state ingannate, hanno desiderato il fascismo in tal momento, in tali circostanze, ed è questo che occorre spiegare, la perversione del desiderio, gregario ‘. Reich tuttavia non riesce a dare una risposta sufficiente, perché a sua volta ripristina quel che stava abbattendo, distinguendo la razionalità così com’è o dovrebbe es-sere nel processo della produzione sociale, e l’irrazionale nel desiderio, il secondo soltanto essendo di competenza della psicanalisi. Riserva allora alla psicanalisi la spiegazione del «negativo», del «soggettivo», e dell’«inibito» nel campo sociale. Si riconduce necessariamente a un dualismo tra l’oggetto reale razionalmente prodotto, e la produzione fanta-smatica irrazionale. Rinuncia a scoprire la comune misura o la coestensività del campo sociale e del desiderio. Il fatto è che, per fondare veramente una psichiatria materialistica, gli mancava la categoria di produzione desiderante, cui il rea-le fosse sottoposto tanto nelle forme dette razionali che in quelle irrazionali. L’esistenza massiccia di una repressione sociale relativa alla produzione desiderante non intacca per nulla il nostro prin-ipio: il desiderio produce del reale, o anche: la produzione desiderante non è altro che la produzione sociale. Non si trat-ta di riservare al desiderio una forma particolare d’esistenza, una realtà mentale o psichica che si opporrebbe alla realtà materiale della produzione sociale. Le macchine desideranti non sono macchine fantasmatiche o oniriche, che si distin-guerebbero dalle macchine tecniche e sociali, e che si affian-cherebbero ad esse. I fantasmi sono piuttosto espressioni secondarie, che derivano dall’identità di due sorte di macchine in un ambiente dato. Così il fantasma non è mai individuale; è fantasma di gruppo, come ha saputo mostrare l’analisi isti-tuzionale. E ci sono due sorte di fantasmi di gruppo, perché l’identità può essere letta nei due sensi, a seconda che le mac-chine desideranti siano prese nelle grandi masse gregarie ch’esse formano, o a seconda che le macchine sociali siano ricondotte alle forze elementari del desiderio che le formano.”

409-8

Marx – Gundrisse – 2.14 Il denaro come rapporto sociale

La mutua e generale dipendenza degli individui reciprocamente indifferenti costituisce il
loro nesso sociale. Questo nesso sociale è espresso nel valore di scambio, e solo in esso,
per ogni individuo, la propria attività o il proprio prodotto diventano un’attività o un prodotto fine a se stessi; egli deve produrre un prodotto generico — il valore di scambio o — considerato questo per sé isolatamente e individualizzato, — denaro. D’altra parte il potere che ogni individuo esercita sulla attività degli altri o sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di valori di scambio, di denaro. Il suo potere sociale, così come il suo nesso con la società, egli lo porta con sè nella tasca. L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale, e il prodotto dell’attività, quale che sia il suo carattere particolare, è il valore di scambio, vale adire qualcosa di generico in cui ogni individualità, proprietà è negata e cancellata. In realtà questa è una situazione molto diversa da quella in cui l’individuo, o l’individuo naturalmente o storicamente allargatosi a famiglia e a tribù (e poi a comunità), si riproduce su basi direttamente naturali, o in cui la sua attività produttiva e la sua partecipazione alla produzione è indirizzata ad una determinata forma di lavoro e di prodotto, e il suo rapporto con gli altri è altrettanto determinato.Il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si  presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono  indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una capacità delle cose. Quanto minore è la forza sociale del mezzo di scambio, quanto più esso è ancora legato alla natura dei prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati di coloro che scambiano, tanto, maggiore deve essere la forza della comunità che lega insieme gli individui, il rapporto patriarcale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione. (Vedi il mio quaderno, XII 34 b) 21 . Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla  cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone 22 . I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su una base del tutto naturale) sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito ristretto e in punti isolati.
L’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. La libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio. Il secondo crea le condizioni del terzo. Sia le condizioni patriarcali che quelle antiche (ed anche feudali) crollano perciò con lo sviluppo del commercio, del lusso, del denaro, del valore di scambio, nella stessa misura in cui di pari passo con essi si innalza la società moderna.

21Il rinvio si riferisce ad un manoscritto perduto di Marx, probabilmente anteriore ad un altro intitolato Das vollendete Geldsystem (su cui v. nota 2), giacché anche in quest’ultimo si rinvia ad una p. 34. La Redazione. IMEL avanza l’ipotesi che la pag. 34b possa essere la pagina successiva, mancante, del quaderno redatto a Parigi nell’estate 1844 e contenente lunghi estratti commentati su J. Mill (cfr. MEGA 1/3, p. 547).
22 Queste tesi sono formulate per la prima volta in un manoscritto inedito di Marx del 1851, Das vollendete Geldsystem (Il sistema monetario perfetto), a p. 41 del quale si legge questa conclusione di un precedente testo andato perduto: «Ciò che ogni singolo individuo possiede nel denaro, è una generica possibilità di scambio, mediante la quale egli può stabilire a suo piacimento e in piena diritto la sua partecipazione ai prodotti sociali, Ciascun individuo possiede il potere sociale nella sua tasca sotto forma di una cosa. Togliete alla cosa questo potere sociale, e dovrete dare questo potere immediatamente alla persona sulla persona. Senza il denaro dunque non è possibile sviluppo industriale alcuno. I legami devono essere organizzati su base politica, religiosa ecc., fin quando il potere del denaro non è diventato il nexus rerum et hominum (p. 34)».