Marx – Salario Prezzo Profitto

Compagni lavoratori! Entrate nelle fila del Partito Comunista, al fine di spezzare la catena del capitalismo mondiale.435-8
  1. Produzione e salari

Il ragionamento del cittadino Weston poggia di fatto su due premesse:

1) che l’ammontare della produzione nazionale è qualcosa di fisso , una quantità o grandezza costante, come direbbe il matematico;

2) che la somma dei salari reali , cioè dei salari calcolati secondo la quantità di merci che con essi si possono comperare, è un importo fisso , è una grandezza costante .

Ora, la sua prima asserzione è evidentemente errata. Voi troverete che il valore e la massa della produzione aumentano di anno in anno, che le forze produttive del lavoro nazionale aumentano, e che la quantità di denaro necessaria per la circolazione di questa produzione accresciuta cambia continuamente. Ciò che è vero alla fine dell’anno e per diversi anni confrontati fra di loro, è vero anche per ogni giorno medio dell’anno. La massa o grandezza della produzione nazionale cambia continuamente. Essa non è una grandezza costante , ma una grandezza variabile ; e, pur facendo astrazione dalle variazioni della popolazione, non potrebbe non essere così, grazie al mutamento continuo dell’accumulazione di capitale e delle forze produttive del lavoro . E’ assolutamente giusto che se oggi si verificasse un aumento del livello generale dei salari, questo solo fatto non muterebbe immediatamente la massa della produzione, qualunque potesse essere il suo effetto ulteriore. Essa partirebbe anzitutto dallo stato di cose esistente. Ma se la produzione nazionale era variabile e non costante prima dell’aumento dei salari, essa continuerà a essere variabile e non costante anche dopo l’aumento dei salari. Ammettiamo pure, però, che la massa della produzione nazionale sia costante e non variabile . Anche in questo caso quella che il nostro amico Weston considera come una conclusione logica rimarrebbe una affermazione infondata. Se ho un numero determinato, per esempio 8, i limiti assoluti di questo numero non impediscono alle sue parti di mutare i loro limiti relativi . Se i profitti sono eguali a 6 e i salari sono eguali a 2, i salari possono salire a 6 e i profitti scendere a 2; il totale rimane sempre 8. Dunque, l’invariabilità della massa della produzione non proverebbe affatto l’immutabilità dell’ammontare dei salari. In quale modo il nostro amico Weston dimostra questa immutabilità? Affermandola. Ma anche se si accetta come giusta la sua affermazione, essa dovrebbe agire in due direzioni, mentre egli la fa operare da un lato solo. Se l’importo dei salari è una grandezza costante, esso non può venire né aumentato né diminuito. Se gli operai agiscono dunque insensatamente imponendo un aumento passeggero dei salari, non meno insensatamente agirebbero i capitalisti imponendo loro una temporanea diminuzione. Il nostro amico Weston non nega che in determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario; ma, poichè l’importo dei salari è di sua natura fisso, all’aumento deve seguire una reazione. Egli sa però anche, d’altra parte, che i capitalisti possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario , perchè ogni reazione contro una diminuzione dei salari è un’azione per aumentarli. Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la teoria, cioè, dell’immutabilità dei salari , gli operai dovrebbero, in certe circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari. Se egli nega questa conclusione, egli deve rinunciare alla premessa da cui essa scaturisce. Egli non deve dire che l’ammontare dei salari è una grandezza costante , ma deve dire che esso, benchè non possa e non debba salire , può e deve cadere , ogni qualvolta piaccia al capitale di abbassarlo. Se al capitalista piace nutrirsi di patate anzichè di carne, di farina d’avena anzichè di grano, dovete accettare la sua volontà come una legge dell’economia politica, e sottomettervi ad essa. Se in un paese il livello dei salari è più elevato che in un altro, negli Stati Uniti, per esempio, più che in Inghilterra, dovete spiegarvi questa differenza del livello dei salari come una differenza tra la volontà del capitalista americano e quella del capitalista inglese, – metodo questo che semplificherebbe molto lo studio non solo dei fenomeni economici, ma di tutti gli altri fenomeni in generale. Ma anche in questo caso potremmo chiedere: perchè la volontà del capitalista americano è diversa da quella del capitalista inglese? E per rispondere a questa domanda dovete uscire dal campo della volontà . Un prete mi può raccontare che Dio vuole una cosa in Francia, un’altra in Inghilterra. Se insisto perchè mi spieghi la dualità di questa volontà, egli potrebbe avere la faccia tosta di rispondermi che Dio vuole avere una volontà in Francia e una diversa volontà in Inghilterra. Ma il nostro amico Weston è certamente l’ultimo a fare un argomento di una simile negazione completa di ogni ragionamento. La volontà del capitalista consiste certamente nel prendere quanto più è possibile. Ciò che noi dobbiamo fare non è di parlare della sua volontà , ma di indagare la sua forza, i limiti di questa forza e il carattere di questi limiti.

Valnestore: Prevenzione Precauzione Cautela

COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA

Sulle recenti problematiche ambientali e di salubrità.

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Rispetto ai fatti recenti legati allo smaltimento delle ceneri della centrale e ad altre problematiche ambientali che hanno visto arrivare agli onori delle cronache nazionali il nostro territorio, crediamo che si debba orientare l’agire politico secondo tre parole chiave – Cautela Prevenzione Precauzione, cosa che da più parti fino ad ora non è stata fatta. In gioco c’è la salute dell’ambiente, del territorio e dei cittadini che lo abitano in prima battuta, c’è il dolore delle famiglie di chi si è ammalato per questo crediamo sia indispensabile, in tempi il più brevi possibile, svolgere tutti gli esami necessari (e si sta già facendo) a stabilire quali siano le condizioni di salubrità ad oggi della Valnestore per poi immediatamente adottare, qualora dalle risultanze emergessero problemi, le precauzione minime necessarie a ristabilire le condizioni di vivibilità, di abitabilità, di coltivabilità. Dicevamo Cautela oltre che Precauzione perché non capiamo a cosa serva l’allarmismo messo in campo né tantomeno le processioni sull’area della centrale ex-enel, a meno che in una sorta di rilancio di pratiche medievali non riteniamo che i pellegrinaggi in luoghi santi magari effettuati in compagnia di eminenti porporati possa produrre una sorta di bonifica sovrannaturale e di riassestamento. Siccome noi non crediamo all’efficacia di questi metodi e viviamo quotidianamente il territorio confrontandoci coi cittadini e con l’Amministrazione, riteniamo utile in prima battuta che non si scomodino gli alti vertici istituzionale in inutili aspersioni, meglio collaborare per risolvere una serie di partite connesse appunto allo sviluppo di quell’area che risultano incompiute e che se portate a compimento, a buon fine permetterebbero di affrontare seriamente i problemi ambientali e di rilancio anche occupazionale dell’area. Alcuni sembrano scendere dal pero dimenticando la storia di quel posto, storia che chi ci vive tutti i giorni conosce. Questo non significa sottovalutare i problemi significa affrontarli con la volontà di risolverli: si faccia uno screening (come si sta già facendo seppur in maniera non troppo organica) e si stabiliscano con precisione le condizioni attuali ed i possibili scenari futuri, si mettano in campo pratiche che ripensino il modello di sviluppo di quell’area anche alla luce dei recenti fallimenti delle politiche regionali. Ci pare che la politica regionale, maggioranza e opposizione, si interessi a noi esclusivamente per queste pratiche dal sapore apotropaico e poco faccia per evitare i possibili scenari negativi. La pressione sui Comuni è diventata insostenibile, i prefigurati modelli amministrativi che prevedono macroregioni e macrocomuni per ora hanno l’effetto di lasciare isolati interi territori e le amministrazioni che quei territori tentano di amministrare e rilanciare. Più collaborazione quindi e meno pellegrinaggi, più progettualità e meno prebende, la vicenda dell’ITI parla di come appunto si pensi che con due spicci dedicati si possa uscire da una condizione produttiva ancora dentro la crisi partita nel 2008.

Consigliamo quindi cautela e precauzione per evitare danni permanenti alla salute appunto del territorio e dei suoi abitanti e per riparare ad eventuali danni fatti in passato, danni che toccherà ad altri e non alla politica collegare ai diretti responsabili e conseguentemente comminare pene e condanne.

Questa storia però ci parla delle necessità di lavorare per prevenire danni futuri, adottando politiche di sviluppo che tengano in debita considerazione il concetto di sostenibilità del modello, ad esempio questo polverone probabilmente avrà l’effetto di scongiurare definitivamente l’ipotesi di incenerimento dei rifiuti in valle che sembrava possibile fino a pochi mesi fa, contraddizioni e paradossi della modernità vedere chi si sbracciava minacciando i residenti di risolvere definitivamente la questione rifiuti con l’incenerimento, oggi impegnarsi appunto in sopralluoghi inutili se non per scrivere articoli sui giornali. Precauzione quindi e attenzione al modello di sviluppo. Le Amministrazioni di Piegaro e Panicale in questa difficile situazione ci pare si stiano muovendo seguendo queste tre parole chiave ed esprimiamo un giudizio positivo perché, come dicevamo, la partita non si limita all’analisi dello stato dell’arte, alle indagini, alla eventuale messa in sicurezza, alla salute dei cittadini e del territorio, ma esiste un contesto economico e produttivo difficile, i lasciti di un modello di gestione territoriale che sfasciandosi non prefigura nulla di buono, il mai partito “polo tecnologico”, quindi un contesto complesso in cui la politica regionale ci pare carente, in fondo servirebbe ascolto e collaborazione, per sterzare i fondi in maniera ottimale, ma ad oggi ci pare che come per l’area interessata dalle recenti vicende si preferisca non intervenire sulle debolezze di un territorio, ma anzi aggravarle per poi organizzare crociate senza la dovuta conoscenza dei fatti. La prevenzione si fa anche innalzando il livello di progettualità dei territori, in questa  brutta stagione in termini di prospettiva in cui unico volano economico pare essere l’imprenditore illuminato e mecenate affiancato in molti casi dalla schedatura di idee progettuali che hanno probabilità nulla di produrre sviluppo duraturo, consigliamo e come sopra oltre a consigliare ci impegniamo perché accada, di lavorare sull’innalzamento delle competenze territoriali, processioni e prolusioni servono a poco in questo caso, noi ci impegniamo a lavorare sul territorio, è sufficiente ascoltarci e darci corda in alcuni casi per avere effetti immediatamente positivi. Degli effetti delle azioni dei parolai e dei porporati rimangono solo le ceneri.

labour unrest – angolazioni – riletture

Perchè c’è anche chi studia la correlazione tra lavoro in una società capitalista avanzata e agitazione operaia.

fronte

“L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ottocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase L’analisi di Polanyi fornisce un’utile lente attraverso cui osservare il percorso dei movimenti operai del xx secolo, rilevandone la natura oscillatoria. Quando il pendolo oscilla verso la mercificazione del lavoro, esso provoca forti contromovimenti che richiedono più protezione. Così, tra il tardo Ottocento e l’inizio del Novecento, la globalizzazione dei mercati provocò un forte movimento di opposizione da parte dei lavoratori e di altri gruppi sociali (vedi il capitolo 4). Di fronte al maggior attivismo dei lavoratori – e all’indomani di due guerre mondiali e della depressione – il pendolo oscillò allora verso una demercificazione del lavoro nel secondo dopoguerra. I patti sociali che legavano lavoro, capitale e stati, stabiliti a livello nazionale e internazionale, protessero in parte i lavoratori dall’arbitrio di un mercato globale non regolamentato. Eppure, tali patti volti a garantire i mezzi di sussistenza venivano sempre più considerati come ceppi posti ai piedi del profitto, finché i ceppi si spezzarono con l’ondata di globalizzazione nel tardo Novecento (vedi il capitolo 4). Se si osservano i processi di globalizzazione attuali dal punto di vista proposto da Polanyi, dovremmo aspettarci una nuova oscillazione del pendolo. In effetti, molti studiosi contemporanei si rifanno all’analisi di Polanyi relativa all’Ottocento e al primo Novecento come base teorica sia per spiegare le reazioni collettive dei nostri giorni contro la globalizzazione sia per predire future, e crescenti, rivolte (o contromovimenti) (vedi Kapstein 1996, pp. 16-28 e 1999, pp. 38-39; Rodrik 1997; Mittleman 1996; Gill e Mittleman 1997; Block 2001; Stiglitz 2001; Smith e Korzeniewicz 1997). L’analisi di Polanyi si basa sull’idea che l’estensione del mercato autoregolato provoca un movimento di resistenza in parte perché stravolge i patti sociali largamente accettati e stabiliti che riguardano il diritto ai mezzi di sussistenza; in altre parole, la resistenza è in parte alimentata da un senso di “ingiustizia”. Ma in Polanyi manca troppo spesso il concetto di “potere”. Secondo la sua teoria, un mercato mondiale del tutto deregolamentato verrebbe comunque stravolto “dall’alto”, anche se i lavoratori soggetti a questo re gim e fossero privi di un potere contrattuale efficace. E questo perché il progetto di un mercato globale autoregolato è semplicemente “utopico” e insostenibile e quindi destinato al fallimento, tanto da venir sostituito “dall’alto”, indipendentemente dall’efficacia delle proteste “dal basso”. 11 Al contrario, l’analisi di Marx tendeva a incentrasi tanto sul potere quanto sull’ingiustizia nell’identificare i limiti del capitale. Il capitalismo viene visto come produttore simultaneamente di una crescente miseria di massa e di un crescente potere del proletariato. Secondo Marx il capitale non è nulla senza il lavoro, e lo sviluppo capitalistico stesso porta a un rafforzamento strutturale di lungo periodo di coloro che detengono la forza lavoro. Per esempio, verso la fine del primo volume del Capitale , Marx descrive come l’avanzamento del capitalismo porti non solo alla miseria, al degrado e allo sfruttamento della classe operaia, ma anche al rafforzarsi della sua capacità e volontà di resistere allo sfruttamento: è «una classe che cresce continuamente di numero ed [è] disciplinata, unita, organizzata proprio da quel meccanismo che è il processo della produzione capitalista stessa» (Marx 1959, p. 763, corsivo nostro). Questa posizione era già stata spiegata in termini ancor più chiari nel Manifesto : «Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, sostituisce all’isolamento degli operai, risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, mediante l’associazione. Lo sviluppo della grande industria toglie dunque di sotto ai piedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria dei prodotti» (Marx ed Engels 1967, pp. 93-94). La formulazione marxiana suggerisce che sebbene «il progresso dell’industria» possa indebolire i lavoratori e il loro potere di contrattazione nel mercato, esso tende ad accrescere il potere sia di contrattazione legato al luogo di lavoro sia associativo. Quest’affermazione di Marx è stata al centro di numerose critiche nell’ambito degli studi sul lavoro, specialmente nella misura in cui ha creato una traccia, un “filo narrativo” da seguire, una storia lineare generalizzata in cui la proletarizzazione conduce necessariamente alla coscienza di classe e all’azione rivoluzionaria efficace ( vedi Katznelson e Zolberg 1986, per l’approfondimento di questa critica). Eppure, leggendo il primo volume del Capitale nel suo insieme emerge una progressione assai meno lineare del potere della classe operaia, un’immagine che evoca fortemente le dinamiche contemporanee. Il nucleo centrale del primo volume può essere letto come la storia della dialettica tra la resistenza dei lavoratori allo sfruttamento e gli sforzi del capitale volti a superare questa resistenza cercando costantemente di trasformare la produzione e i rapporti sociali. In ciascun passaggio – dall’industria manifatturiera al sistema di fabbrica, fino alla “macchinofattura” -le forme precedenti di potere contrattuale dei lavoratori vengono erose e lasciano il posto a nuove forme su scala più ampia e più dirompente. Leggere Marx in questo senso ci porta ad attenderci una costante trasformazione della classe operaia e della forma del conflitto tra capitale e lavoro. I rivolgimenti nei processi di produzione e nei rapporti sociali possono disorganizzare alcuni elementi della classe operaia, fino a renderne qualcuno “una specie in via d’estinzione”, come hanno certamente fatto le trasformazioni legate alla globalizzazione (vedi il primo paragrafo di questo capitolo). Tuttavia, nuovi gruppi e arene emergono con nuove richieste e forme di lotta, che riflettono quel terreno in costante mutamento su cui si sviluppano i rapporti tra capitale e lavoro. Dunque, mentre la lettura di Polanyi qui proposta evoca un movimento oscillatorio (o una ripetizione), la nostra lettura di Marx suggerisce una successione di fasi in cui l’organizzazione della produzione si trasforma costantemente e in modo radicale (e, con essa, la classe operaia e l’arena in cui si svolgono i conflitti). L’osservazione che i lavoratori e i movimenti operai sono continuamente costituiti e ricostituiti fornisce un antidoto importante contro la tendenza comune a un’eccessiva rigidità nel definire la classe operaia (si tratti degli operai delle manifatture dell’Ot tocento o dei lavoratori impiegati nella produzione di massa del Novecento). Pertanto, piuttosto che considerare i movimenti «storicamente superati» (Castells 1997) o come «una specie residua in via d’estinzione» (Zolberg 1995), teniamo gli occhi bene aperti per cogliere i segni premonitori di una nuova classe operaia in fase.”

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La direttiva N.16 di Luigi Longo

La manutenzione della resistenza.

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http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295-popup.html

Il 10 aprile 1945 la Direzione del partito comunista italiano dell’Italia occupata, guidata da Luigi Longo, dirama la direttiva insurrezionale n. 16
con Alexander Hobel
Repertorio
– 2 frammenti di un’intervento di Luigi Longo in cui rievoca il ruolo del Partito Comunista Italiano durante la Resistenza, tratto da una registrazione del GR dell’8/09/1963 (Archivi Rai)
– un frammento del film Achtung Banditi, diretto da Carlo Lizzani, 1951
– un frammento del film Quaranta giorni di libertà, diretto da Leandro Castellani, 1974, Prodotto dalla RAI
– intervista a Luigi Longo tratta da I giorni dell’insurrezione  trasmessa dalla RAI il 25  aprile 1977
Brano musicale
-Bella Ciao, Tony Coe
-La Brigata Garibaldi, canta Giovanna Daffini accompagnandosi con la chitarra. Al violino: Vittorio Carpi. Reg. di Gianni Bosio e Roberto Leydi, Modena, 6 giugno 1963. – See more at: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295.html#sthash.mdlEduzi.dpuf

Per Marx – 1972 L. Althusser

Propongo di accettare le definizioni che seguono a titolo di approssimazioni preliminari. Per pratica intenderemo generalmente ogni processo di trasformazione di una determinata materia prima data in un determinato prodotto, trasformazione effettuata da un determinato lavoro umano facendo uso di determinati mezzi (di « produzione »). In ogni pratica così concepita, il momento (o l’elemento) determinante del processo non è né la materia prima né il prodotto, ma la pratica in senso stretto: il momento stesso del lavoro di trasformazione, che mette in opera, in una struttura specifica, uomini, mezzi e una data tecnica d’impiego dei mezzi. Questa definizione generale della pratica include in sé la possibilità della particolarità: esistono pratiche diverse, realmente distinte, benché appartenenti organicamente a una stessa totalità complessa. La « pratica sociale », unità complessa delle pratiche esistenti in una determinata società, comporta così un elevato numero di pratiche distinte. Questa unità complessa della « pratica sociale » è strutturata, vedremo come, in modo che la pratica determinante in ultima istanza è la pratica di trasformazione della natura (materia prima) data in prodotti d’uso mediante l’attività degli uomini esistenti che lavorano con l’impiego metodicamente regolato di determinati mezzi di produzione, nel quadro di determinati rapporti di produzione. Oltre la produzione, la pratica sociale comporta altri livelli essenziali: la pratica politica — che, nei partiti marxisti, non è piu spontanea ma organizzata sulla base della teoria scientifica del materialismo storico e trasforma la sua materia prima — i rapporti sociali — in un determinato prodotto (nuovi rapporti sociali); la pratica ideologica (l’ideologia, sia religiosa, politica, morale, giuridica o artistica, trasforma anch’essa il suo oggetto: la « coscienza » umana); e infine la pratica teorica. Non sempre viene presa sul serio l’esistenza dell’ideologia come pratica: eppure questo riconoscimento preliminare è la condizione indispensabile di ogni teoria dell’ideologia. Piu raramente ancora viene presa sul serio l’esistenza di una pratica teorica: eppure questa è una precondizione indispensabile alla comprensione di ciò che è, per il marxismo, la teoria stessa e i suoi rapporti con la « pratica sociale ». Qui una seconda definizione: per teoria intenderemo dunque, sotto questo aspetto, una forma specifica della pratica , appartenente anch’essa all’unità complessa della « pratica sociale » di una determinata società umana. La pratica teorica rientra nella definizione generale della pratica. Essa lavora su una materia prima (rappresentazioni, concetti, fatti) che le viene fornita da altre pratiche, sia « empiriche » sia « tecniche » sia « ideologiche ». Nella forma più generale, la pratica teorica non comprende soltanto la pratica teorica scientifica, ma anche la pratica teorica prescientifica, ossia « ideologica » (le forme di conoscenza costituenti la preistoria di una scienza e le loro « filosofie »). La pratica teorica di una scienza si distingue sempre nettamente dalla pratica teorica ideologica della sua preistoria: questa distinzione prende la forma di una discontinuità « qualitativa » teorica e storica, che possiamo designare assieme a Bachelard, con il termine di « taglio » o « rottura epistemologica ». Non è il caso di trattare qui della dialettica che è all’opera nell’avvento di questa « rottura »: ossia del lavoro specifico di trasformazione teorica che la instaura in ciascun caso, che fonda una scienza distaccandola dall’ideologia del suo passato e rivelando questo passato come ideologico. Per limitarci al punto che interessa la nostra analisi, ci porremo già al di là della « rottura », dentro la scienza costituita, e converremo allora le seguenti denominazioni: chiameremo teoria ogni pratica teorica di carattere scientifico. Chiameremo « teoria » (tra virgolette) il sistema teorico determinato di una scienza reale (i suoi concetti fondamentali, nella loro unità più o meno contraddittoria, in un determinato momento), per esempio: la teoria della gravitazione universale, la meccanica ondulatoria ecc. o anche la « teoria » del materialismo storico. Nella sua « teoria » ogni particolare scienza riflette nell’unità complessa dei concetti (unità d’altronde sempre più o meno problematica) i risultati, fattisi condizioni e mezzi, della propria pratica teorica. Chiameremo Teoria (con la maiuscola) la teoria generale, ossia la Teoria della pratica in generale, elaborata anch’essa a partire dalla Teoria delle pratiche teoriche esistenti (delle scienze) che trasformano in « conoscenze » (verità scientifiche) il prodotto ideologico delle pratiche « empiriche » (l’attività concreta degli uomini) esistenti. Questa Teoria è la dialettica materialista che è una cosa sola con il materialismo dialettico. Tutte queste definizioni sono necessarie per potere dare all’interrogativo: « a che cosa ci serve enunciare teoricamente una soluzione esistente già allo stato pratico? » una risposta teoricamente fondata. Quando Lenin dice « senza teoria, niente azione rivoluzionaria », parla di una data « teoria », quella della scienza marxista dello sviluppo delle formazioni sociali (materialismo storico). Questa frase si trova in Che farei, dove Lenin prende in esame i provvedimenti organizzativi e gli obiettivi del partito socialdemocratico russo nel 1902. Egli lotta allora contro la politica opportunista a rimorchio della « spontaneità » delle masse, che egli vuole invece trasformare in una pratica rivoluzionaria basata sulla « teoria » ossia sulla scienza (marxista) dello sviluppo della formazione sociale considerata (la società russa del tempo). Ma formulando questa tesi, Lenin fa di piu di quel che non dice: ricordando alla pratica politica marxista la necessità della « teoria » che la fonda, enuncia in realtà una tesi che interessa la Teoria, ossia la Teoria della pratica in generale: la dialettica materialista. In questo doppio senso la teoria è necessaria alla pratica. La « teoria » è necessaria alla propria pratica direttamente; inoltre il rapporto esistente tra una « teoria » e la propria pratica interessa anche, nella misura in cui si stabilisce e a condizione di essere pensato e formulato, la Teoria generale stessa (la dialettica) in cui viene espressa teoricamente l’essenza della pratica teorica in generale, e attraverso questa l’essenza della pratica in generale, e attraverso questa l’essenza delle trasformazioni, del « divenire » delle cose in generale. Se ritorniamo al nostro problema: l’enunciazione teorica di una soluzione pratica, noteremo che concerne la Teoria, ossia la dialettica. L’enunciazione teorica esatta della dialettica interessa prima di tutto le pratiche stesse in cui la dialettica materialista è operante: infatti queste pratiche (« teoria » e politica marxiste) hanno bisogno, nel loro sviluppo, del concetto della loro pratica (ossia della dialettica) per non trovarsi disarmate di fronte alle forme qualitativamente nuove di questo sviluppo (situazioni nuove, nuovi « problemi »), o per evitare possibili cadute o ricadute nelle varie forme d’opportunismo, teorico e pratico. Queste « sorprese » e queste deviazioni, imputabili in ultima analisi a « errori ideologici », ossia a una « defaillance » teorica, costano sempre care, se non carissime. Ma la Teoria è essenziale anche alla trasformazione di quelle discipline in cui non esiste ancora una vera pratica teorica marxista. Nella maggior parte di esse, il problema non è « stato regolato » come lo è nel Capitale. La pratica teorica marxista dell’epistemologia, della storia delle scienze, della storia delle ideologie, della storia della filosofia, della storia dell’arte, deve ancora in gran parte essere elaborata. Non che in questi campi non vi siano marxisti che lavorano e che hanno acquisita una grande esperienza reale, ma essi non hanno alle spalle l’equivalente del Capitale e della pratica rivoluzionaria marxista di tutto un secolo. La loro pratica è in gran parte davanti a loro , ancora da elaborare, se non da creare, ossia da impostare su basi teoricamente giuste, affinché corrisponda a un oggetto reale, e non a un oggetto presunto o ideologico, e sia davvero una pratica teorica e non una pratica tecnica. Appunto per questo hanno bisogno della Teoria, ossia della dialettica materialista, come del solo metodo che possa anticipare la loro pratica teorica delineandone le condizioni formali. In questo caso, utilizzare la Teoria non vuole dire applicarne le formule (quelle del materialismo, della dialettica) a un contenuto preesistente. Lenin stesso rimproverava a Engels e a Plekhanov d’avere applicato la dialettica agli « esempi » delle scienze naturali dal di fuori 6 . L’applicazione esterna di un concetto non è mai l’equivalente di una pratica teorica. Questa applicazione non cambia nulla alla verità ricevuta dal di fuori, tranne il suo nome, battesimo incapace di produrre una trasformazione reale nelle verità che Io ricevono. L’applicazione delle « leggi » della dialettica a un dato risultato della fisica, per esempio, non è una vera pratica teorica, se questa applicazione non cambia di una virgola la struttura e lo sviluppo della pratica teorica nella fisica: peggio, può mutarsi in pastoia ideologica. Tuttavia, e questa è una tesi essenziale al marxismo, non basta respingere il dogmatismo dell’ applicazione delle forme della dialettica e fidarsi della spontaneità delle pratiche teoriche esistenti, giacché sappiamo che non esiste pratica teorica pura, scienza nuda, preservata per sempre nella sua storia di scienza, per non so qual miracolo, dalle minacce e dagli assalti dell’idealismo, ossia delle ideologie che la stringono d’assedio: sappiamo che non esiste scienza « pura » se non a condizione di purificarla continuamente, che non esiste scienza libera nella necessità della sua storia se non a condizione di liberarla continuamente dal l’ideologia che la permea, la pungola o la spia. Questa purificazione, questa liberazione non sono ottenute che a prezzo di una incessante lotta contro l’ideologia stessa, ossia contro l’idealismo, una lotta che la Teoria (il materialismo dialettico) può illuminare nelle sue ragioni e nei suoi obiettivi e che può guidare come nessun altro metodo al mondo può fare, Che dire allora della spontaneità di certe discipline d’avanguardia in piena espansione? Discipline che perseguono interessi pragmatici precisi, discipline che non sono a rigore scienze ma pretendono di esserlo perché usano metodi « scientifici » (ma definiti così indipendentemente dalla specificità del loro presunto oggetto); che pensano di avere, come ogni vera scienza, un oggetto proprio mentre hanno a che fare solo con una certa realtà data che d’altronde viene contesa tra parecchie « scienze » concorrenti: un certo campo di fenomeni non costituiti in fatti scientifici e quindi non unificato; discipline che non possono, nella forma attuale, costituire vere e proprie pratiche teoriche, perché il più delle volte non hanno che l’unità di pratiche tecniche (esempi: la psicosociologia, la sociologia e la psicologia stessa in molti dei loro rami) 7 . La sola Teoria capace di sollevare se non di porre la questione preliminare della validità di queste discipline, di criticare l’ideologia comunque sia travestita, ivi compreso il travestimento delle pratiche tecniche in scienze, è la Teoria della pratica teorica (nella sua distinzione dalla pratica ideologica): la dialettica materialista, o materialismo dialettico, ossia la concezione della dialettica marxista nella sua specificità. Giacché, su questo siamo tutti d’accordo, se si tratta di difendere una scienza realmente esistente contro l’ideologia che le sta alle costole, di distinguere ciò che è davvero scienza da ciò che è ideologia, senza prendere, come pure succede a volte, un elemento realmente scientifico per ideologia, o come succede spesso, un elemento realmente ideologico per un elemento scientifico…; se si tratta anche (il che è politicamente molto importante) di criticare le pretese delle pratiche tecniche oggi dominanti e di gettare le basi delle vere pratiche teoriche di cui il nostro tempo, ossia il socialismo e il comunismo, hanno e avranno sempre piu bisogno; se si tratta di proporsi questi compiti che richiedono tutti l’intervento della dialettica marxista , non ci si può evidentemente accontentare di una formulazione della Teoria, ossia della dialettica materialista, che presenti l’inconveniente di non essere esatta, d’essere anzi ben lungi dall’essere esatta, come la teoria hegeliana della dialettica. So bene che anche in questo caso l’approssimazione può corrispondere a un certo grado di realtà ed essere quindi dotata di un certo significato pratico, che serve di riferimento o di indicazione (« è ciò che fa anche Engels», dice Lenin. Ma solo «per far capire meglio », Quaderni, p. 279) non soltanto nella pedagogia, ma anche nella lotta. Ma perché una pratica possa servirsi di formule approssimate, bisogna per forza che questa pratica sia almeno « vera », in modo che possa al caso abbandonare le enunciazioni della Teoria e riconoscersi globalmente in una Teoria approssimativa. Ma quando una pratica non esiste realmente, quando bisogna cominciare col costituirla, l’approssimazione diventa un ostacolo. I ricercatori marxisti che indagano su questi regni d’avanguardia che sono la teoria delle ideologie (diritto, morale, religione, arte, filosofia), la teoria della storia delle scienze e della loro preistoria ideologica, l’epistemologia (teoria della pratica teorica delle matematiche e altre scienze naturali), ecc…. tutti questi pericolosi ma appassionanti regni d’avanguardia…; quelli che si pongono difficili problemi nel campo stesso della pratica teorica marxista (quella della storia), senza parlare di quegli altri « ricercatori » rivoluzionari che affrontano difficoltà politiche di forma radicalmente nuova (Africa, America latina, passaggio al comunismo, ecc.); tutti costoro se non avessero come dialettica materialista che la dialettica… hegeliana, anche se sbarazzata del sistema ideologico di Hegel, anche se dichiarata « rovesciata » (se questo rovescia mento consiste nell’applicare la dialettica hegeliana al reale invece che all’idea), non andrebbero certamente molto lontano in sua compagnia! Tutti quindi, sia che si tratti di affrontare qualcosa di nuovo nel campo di una pratica reale sia di gettare le basi di una pratica reale, tutti hanno bisogno della dialettica materialista vera e propria.animanifesti1

interpretazioni

Contravveniamo per una volta le nostre regole e tra revisionisti, interpreti, attualizzatori, storicisti, filosofi, seguaci, modernisti, ortodossi, capiscioni e linotipisti andiamo a scegliere quello che a nostro parere ha meglio letto e capito Carlo Marx.

DELEUZE

Deleuze e Guattari L’anti-Edipo Capitalismo e schizofrenia

da cap. 1 psicologia materialista (da usarsi a piccole dosi)

“La mancanza è disposta, organizzata, nella produzione sociale. Essa è controprodotta dall’istanza d’antipro-duzione che si piega sulle forze produttive e se le appropria. Non viene mai prima; la produzione non è mai organizzata in funzione di una mancanza anteriore, è la mancanza che viene a situarsi, a vacuolizzarsi, a propagarsi secondo l’organizzazione d’una produzione preliminare Questa pratica del vuoto come economia di mercato, è l’arte di una classe dominante: organizzare la mancanza nell’abbondanza di produzione, far spostare tutto il desiderio verso la grande paura di mancare, far dipendere l’oggetto da una produzione reale che si suppone esterna al desiderio (le esigenze della ra-zionalità), mentre la produzione del desiderio passa nel fantasma (nient’altro che il fantasma). Non c’è da una parte una produzione sociale di realtà, e dall’altra una produzione desiderante di fantasma. Tra queste due produzioni non si stabilirebbero che legami secondari d’introiezione e di proiezione, come se alle pratiche sociali si abbinassero pratiche mentali interiorizzate, oppure come se le pratiche mentali si proiettassero nei sistemi sociali, senza che le une intacchino mai le altre. Sintantoché ci accontentiamo di stabilire un parallelo tra il danaro, l’oro, il capitale e il triangolo capitalistico da una parte e la libido, l’ano, il fallo e il triangolo familiare dall’altra, ci abbandoniamo a un piacevole passatempo; ma i meccanismi del danaro restano del tutto indifferenti alle proiezioni anali di co-loro che lo maneggiano. Il parallelismo Marx-Freud resta del tutto sterile ed indifferente, mettendo in scena termini che si interiorizzano o si proiettano l’uno nell’altro senza cessare d’essere estranei, come nella famosa equazione da oro=merda. In verità, la produzione sociale è unicamente la produzione desiderante stessa in condizioni determinate. Noi diciamo che il campo sociale è immediatamente percorso dal desiderio, che ne è il prodotto storicamente determinato e che la libido non ha bisogno di alcuna mediazione o sublimazione, di alcuna operazione psichica, di alcuna trasformazione, per investire le forze produttive e i rapporti di produzione. Non c’è che desiderio e socialità, e nient’altro. Anche le forze più mortifere e repressive della riproduzione sociale sono prodot-te dal desiderio, nell’organizzazione che ne deriva in tale o tal’altra condizione che dovremo analizzare. Per questo il problema fondamentale della filosofìa politica resta quello che Spinoza seppe porre (e che Reich ha riscoperto): «perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza? » Come si arriva a gridare: «ancor più imposte, meno pane! » Come dice Reich, il sorprendente non è che della gente rubi, che altri facciano sciopero, ma piuttosto che gli affamati non rubino sempre e che gli sfruttati non facciano sempre sciopero: perché degli uomini sopportano da secoli lo sfruttamento, l’umiliazione, la schiavitù, al punto di volerle non solo per gli altri, ma anche per se stessi? Mai Reich è pen-satore così grande come quando rifiuta di invocare un misconoscimento o un’illusione delle masse per spiegare il fascismo, e reclama una spiegazione tramite il desiderio, in termini di desiderio: no, le masse non sono state ingannate, hanno desiderato il fascismo in tal momento, in tali circostanze, ed è questo che occorre spiegare, la perversione del desiderio, gregario ‘. Reich tuttavia non riesce a dare una risposta sufficiente, perché a sua volta ripristina quel che stava abbattendo, distinguendo la razionalità così com’è o dovrebbe es-sere nel processo della produzione sociale, e l’irrazionale nel desiderio, il secondo soltanto essendo di competenza della psicanalisi. Riserva allora alla psicanalisi la spiegazione del «negativo», del «soggettivo», e dell’«inibito» nel campo sociale. Si riconduce necessariamente a un dualismo tra l’oggetto reale razionalmente prodotto, e la produzione fanta-smatica irrazionale. Rinuncia a scoprire la comune misura o la coestensività del campo sociale e del desiderio. Il fatto è che, per fondare veramente una psichiatria materialistica, gli mancava la categoria di produzione desiderante, cui il rea-le fosse sottoposto tanto nelle forme dette razionali che in quelle irrazionali. L’esistenza massiccia di una repressione sociale relativa alla produzione desiderante non intacca per nulla il nostro prin-ipio: il desiderio produce del reale, o anche: la produzione desiderante non è altro che la produzione sociale. Non si trat-ta di riservare al desiderio una forma particolare d’esistenza, una realtà mentale o psichica che si opporrebbe alla realtà materiale della produzione sociale. Le macchine desideranti non sono macchine fantasmatiche o oniriche, che si distin-guerebbero dalle macchine tecniche e sociali, e che si affian-cherebbero ad esse. I fantasmi sono piuttosto espressioni secondarie, che derivano dall’identità di due sorte di macchine in un ambiente dato. Così il fantasma non è mai individuale; è fantasma di gruppo, come ha saputo mostrare l’analisi isti-tuzionale. E ci sono due sorte di fantasmi di gruppo, perché l’identità può essere letta nei due sensi, a seconda che le mac-chine desideranti siano prese nelle grandi masse gregarie ch’esse formano, o a seconda che le macchine sociali siano ricondotte alle forze elementari del desiderio che le formano.”

409-8

Marx – Gundrisse – 2.14 Il denaro come rapporto sociale

La mutua e generale dipendenza degli individui reciprocamente indifferenti costituisce il
loro nesso sociale. Questo nesso sociale è espresso nel valore di scambio, e solo in esso,
per ogni individuo, la propria attività o il proprio prodotto diventano un’attività o un prodotto fine a se stessi; egli deve produrre un prodotto generico — il valore di scambio o — considerato questo per sé isolatamente e individualizzato, — denaro. D’altra parte il potere che ogni individuo esercita sulla attività degli altri o sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di valori di scambio, di denaro. Il suo potere sociale, così come il suo nesso con la società, egli lo porta con sè nella tasca. L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale, e il prodotto dell’attività, quale che sia il suo carattere particolare, è il valore di scambio, vale adire qualcosa di generico in cui ogni individualità, proprietà è negata e cancellata. In realtà questa è una situazione molto diversa da quella in cui l’individuo, o l’individuo naturalmente o storicamente allargatosi a famiglia e a tribù (e poi a comunità), si riproduce su basi direttamente naturali, o in cui la sua attività produttiva e la sua partecipazione alla produzione è indirizzata ad una determinata forma di lavoro e di prodotto, e il suo rapporto con gli altri è altrettanto determinato.Il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si  presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono  indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una capacità delle cose. Quanto minore è la forza sociale del mezzo di scambio, quanto più esso è ancora legato alla natura dei prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati di coloro che scambiano, tanto, maggiore deve essere la forza della comunità che lega insieme gli individui, il rapporto patriarcale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione. (Vedi il mio quaderno, XII 34 b) 21 . Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla  cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone 22 . I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su una base del tutto naturale) sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito ristretto e in punti isolati.
L’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. La libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio. Il secondo crea le condizioni del terzo. Sia le condizioni patriarcali che quelle antiche (ed anche feudali) crollano perciò con lo sviluppo del commercio, del lusso, del denaro, del valore di scambio, nella stessa misura in cui di pari passo con essi si innalza la società moderna.

21Il rinvio si riferisce ad un manoscritto perduto di Marx, probabilmente anteriore ad un altro intitolato Das vollendete Geldsystem (su cui v. nota 2), giacché anche in quest’ultimo si rinvia ad una p. 34. La Redazione. IMEL avanza l’ipotesi che la pag. 34b possa essere la pagina successiva, mancante, del quaderno redatto a Parigi nell’estate 1844 e contenente lunghi estratti commentati su J. Mill (cfr. MEGA 1/3, p. 547).
22 Queste tesi sono formulate per la prima volta in un manoscritto inedito di Marx del 1851, Das vollendete Geldsystem (Il sistema monetario perfetto), a p. 41 del quale si legge questa conclusione di un precedente testo andato perduto: «Ciò che ogni singolo individuo possiede nel denaro, è una generica possibilità di scambio, mediante la quale egli può stabilire a suo piacimento e in piena diritto la sua partecipazione ai prodotti sociali, Ciascun individuo possiede il potere sociale nella sua tasca sotto forma di una cosa. Togliete alla cosa questo potere sociale, e dovrete dare questo potere immediatamente alla persona sulla persona. Senza il denaro dunque non è possibile sviluppo industriale alcuno. I legami devono essere organizzati su base politica, religiosa ecc., fin quando il potere del denaro non è diventato il nexus rerum et hominum (p. 34)».

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COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA -La terra pubblica non va svenduta!

La terra pubblica non va svenduta!

Ci risiamo! Per la terza volta in due anni si ripropone la vendita da parte della Comunità Montana del Trasimeno, con asta pubblica, dei beni del complesso La Lupaia spacchettati in 5 lotti. La prima asta era andata deserta, la seconda non si era neanche tenuta, non abbiamo visto alcun piano del commissario liquidatore approvato dal Consiglio o dalla Giunta Regionale eppure non c’è due senza tre e per questa terza asta c’è un ribasso del 10% dei prezzi di vendita. O meglio la stessa Regione non ha approvato il piano (presentato in ritardo) e ha chiesto alle strutture competenti ulteriori approfondimenti con Deliberazione n. 872 del 29.07.2013. Un Ente associativo di Comuni in liquidazione permanente, ma non ancora liquidato, con il beneplacito della Regione riprova a mettere all’asta beni pubblici, lo fa per appianare i propri debiti di bilancio, lo fa senza neanche convocare una riunione con i Sindaci dei Comuni associati e senza nemmeno convocare il Sindaco del Comune sul territorio del quale quei lotti insistono. Non abbiamo il piano di liquidazione, ma abbiamo l’urgenza di vendere senza concertazione con gli Enti Locali!

C’è da chiedersi quale legittimità possa avere una simile azione, non siamo di fronte ad una azienda privata in fallimento, siamo di fronte ancora una volta al tentativo di privatizzare un patrimonio pubblico, privatizzazione dal cui ipotetico incasso non si ricava neanche un ottavo del debito complessivo di questo Lo si fa ignorando qualunque forma di partecipazione territoriale, lo si fa ignorando probabilmente il contesto socioeconomico in cui questa svendita avviene.

Lo si fa trasformando i beni pubblici in una sorta di bene immobiliare quando al contrario è evidente che siamo in presenza di un patrimonio ben più ricco e complesso non riconducibile a semplice immobile da capitalizzare attraverso un’asta pubblica.

Questo processo di svendita inutile ai fini anche del ripianamento dei bilanci non sta avvenendo solo nel nostro Comune. Su tutto il territorio nazionale è iniziata questa svendita peraltro mascherata da “possibilità per i giovani”. Ci viene da chiedere quali sono quei giovani che ad oggi possono investire cifre così importanti su beni evidentemente difficili da portare a reddito (altrimenti non si capirebbe come si sono generate le perdite o forse si capisce benissimo). Quale banca potrebbe finanziare simili operazioni, in quanti anni e con quali reali possibilità sarebbe prevedibile di rientrare dell’investimento? Ci pare quindi che dopo l’orgia e lo sbandamento degli investimenti in titoli si voglia consentire a qualcuno di poter investire i propri denari in patrimoni acquistati molto al di sotto del loro valore senza alcuna clausola ne occupazionale, ne reddituale, ne di utilizzo per finalità pubbliche e sociali di un bene attualmente pubblico. Si è ancora in tempo per fermare questo tentativo figlio appunto della incapacità di pensare ad una fuoriuscita dalle attuali condizioni di crisi in termini di programmazione. Si continua a ragionare per emergenze ed urgenze accumulando errori che aggravano gli effetti della crisi. Abbiamo una possibilità però di mantenere il carattere pubblico dei beni della Lupaia, ma anche di altri beni in situazioni similari in Umbria e sul territorio nazionale. L’Umbria ha approvato quest’anno una legge (LR n3 del 2 aprile 2014) che consente di utilizzare le terre demaniali e non solo, per mettere in campo imprese agricole ad alto contenuto sociale che si occupino della gestione di questi patrimoni, facilitando l’accesso alla terra tramite bandi e tramite una politica delle assegnazioni non guidata semplicemente dalle logiche del mercato, mercato peraltro distorto dagli effetti della crisi a favore di chi già possiede capitali. Si approvi dunque rapidamente il regolamento attuativo e si mettano questi beni nel nascente Banco della Terra per consentire un uso plurimo, pubblico e con finalità sociali impedendo questa privatizzazione delle campagne che ha già prodotto effetti devastanti sia economici, che sociali, che di conflittualità territoriale, evitando anche pericolosi indebitamenti da parte dei soggetti che andranno a gestirla. Si consenta la creazione di reddito e occupazione e si eviti queste svendite che servono a pochi, si assegni la terra con bandi pubblici a progetti con finalità sociali, si eviti la trasformazione di terre potenzialmente produttive in terre utili solo per investimenti finanziari, spesso influenzati da infiltrazioni mafiose e da tentativi di riciclaggio.

Le terre pubbliche sono beni comuni, facciamo in modo che rimangano a beneficio delle comunità.

Marcuse

Herbert Marcuse – Critica della Tolleranza

Questo saggio esamina l’idea di tolleranza nella nostra società industriale avanzata. La conclusione raggiunta è che la relizzazione l’obiettivo della tolleranza richiederebbe l’intolleranza verso le politiche gli atteggiamenti le opinioni dominanti e l’estensione della tolleranza alle politiche, agli atteggiamenti e alle opinioni che sono banditi o soppressi. In altre parole oggi la tolleranza appare di nuovo ciò che era all’inizio dell’età moderna: un obiettivo di parte, un’idea e una pratica sovversiva e liberante. Viceversa, ciò che oggi si proclama e si pratica come tolleranza è in molte delle sue più effettive manifestazioni al servizio della causa dell’oppressione. L’autore è pienamente consapevole che, attualmente, non esiste alcun potere, alcuna autorità, alcun governo che voglia tradurre in pratica la tolleranza liberante, ma egli crede che sia compito e dovere dell’intellettuale richiamare e preservare le possibilità storiche che sembrano esser divenute possibilità utopistiche – che sia suo compito spezzare la concretezza dell’oppressione al fine di aprire lo spazio mentale in cui questa società può essere riconosciuta per ciò che è e fa.

La tolleranza è un fine in sé. L’eliminazione della violenza e la riduzione della soppressione al grado richiesto per proteggere uomini e animali dalla crudeltà e dall’aggressione sono condizioni preliminari per la creazione di una società umana. Una tale società non esiste ancora; il progresso verso di essa forse più di prima è arrestato dalla violenza e dalla repressione su scala mondiale. Come dissuasori contro la guerra nucleare, come azione di polizia contro la sovversione, come aiuto tecnico nella lotta contro l’imperialismo e il comunismo, come metodi di pacificazione dei massacri neocoloniali, la violenza e la riflessione sono diffusi, praticati e difesi dai governi democratici allo stesso grado di quelli autoritari, e gli individui sottoposti a questi governi sono educati a sostenere simili pratiche come necessari e per il mantenimento dello status quo. La tolleranza è estesa  alle politiche, alle condizioni e ai modi di comportamento che non dovrebbero essere tollerati perché impediscono, se non distruggono le probabilità di creare un esistenza senza paura e sofferenza. Questo tipo di tolleranza rinforza la tirannia della maggioranza contro ciò che affermavano gli autentici liberali. Il luogo politico della tolleranza è cambiato: mentre si è più o meno tranquillamente e costituzionalmente ritirato dall’opposizione, esso è diventato comportamento obbligatorio nei confronti delle politiche istituite. La tolleranza è passata da uno stato attivo ad uno passivo, dalla pratica alla non-pratica lasseiz faire le autorità costituite. E’ la gente che tollera il governo il quale a sua volta tollera l’opposizione entro la struttura determinata dalle autorità costituite.

La tolleranza verso ciò che è radicalmente un male ora appare come un bene perchè  serve alla coesione del tutto sulla strada dell’abbondanza o della maggiore abbondanza. Il tollerare l’incretinimento sistematico dei bambini come degli adulti, prodotto dalla pubblicità e dalla propaganda, lo sfogo della distruttività realizzato nella guida aggressiva, il reclutamento e l’istruzione di truppe speciali, l’imponente e benevola tolleranza verso l’inganno completo nel commercio, nello spreco e nell’inutilizzazione pianificata, non sono distorsioni e aberrazioni, sono l’essenza di un sistema che coltiva la tolleranza come un mezzo per perpetuare la lotta per l’esistenza sopprimendone le alternative. Le autorità nei campi dell’educazione, della morale e della psicologia sbraitano contro l’aumento della delinquenza giovanile; sbraitano di meno contro la presentazione superba, a parole e a fatti e al cinema, di missili razzi bombe sempre più potenti – la delinquenza matura di un’intera civiltà. Secondo una proposizione dialettica è il tutto che determina la verità – non nel senso che il tutto è precedente o superiore alle sue parti, ma nel senso che la sua struttura e la sua funzione determinano ogni particolare condizione e relazione. Così, all’interno di una società repressiva, anche i movimenti progressivi minacciano di volgersi nel loro opposto nella misura in cui essi accettano le regole del gioco.

Marcuse