Vladimir Ilic Ulianov Lenin, Scritti economici

È indubbio che, dal punto di vista del compito fondamentale d’ oggigiorno, noi avevamo ragione, poiché, senza la lotta di classe per il potere politico nello Stato, non si può realizzare il socialismo. Ma guardate come le cose sono mutate, o a che il potere dello Stato è nell e mani dell a classe operaia, che il potere politico degli sfruttatori è abbattuto e che tutti i mezzi di produzione (esclusi quelli che lo Stato operaio lascia volontariamente per un certo tempo e a certe condizioni di concessione agli sfruttatori ) si trovano nelle mani della classe operaia. Ora abbiamo il diritto di dire che il semplice sviluppo della cooperazione s’identifica per noi (salvo la «piccola» riserva sopra
indicata) con lo svil uppo del socialismo.
Contemporaneamente siamo obbligati a riconoscere che tutte le nostre opinioni sul socialismo hanno subíto un cambiamento radicale. Questo cambiamento radicale consiste nell’ aver dapprima posto il centro di gravità, e dovevamo porlo, sulla lotta politica, sulla rivoluzione, sulla conquista del potere, ecc. Ora invece il centro di gravità si sposta fino al punto di trasferirsi al pacifico lavoro organizzativo «culturale ». Sono pronto a dire che per noi il centro di gravità si trasporta sul lavoro culturale, se non fossimo impediti dai rapporti internazionali , dall’obbligo di lottare per la nostra posizione su scala  nternazionale. Ma se lasciamo questo da parte e ci limitiamo ai rapporti economici interni, allora oggi il centro di gravità del nostro lavoro si porta veramente sul lavoro culturale. Davanti a noi si pongono due compiti fondamentali, che
costituiscono un’epoca. Si tratta del compito di trasformare il nostro apparato statale, che proprio non vale nulla e che abbiamo ereditato al completo dall ’epoca precedente; in cinque anni di lotta non abbiamo , modificato nulla seriamente in questo campo perché non ne abbiamo avuto il tempo, e non lo potevamo avere. Il nostro secondo compito consiste nel lavoro cul turale per i contadini.
E questo lavoro culturale fra i contadini ha come scopo economico appunto la cooperazione. Se potessmo riuscire a organizzare tutta la popolazione nelle cooperative, noi staremmo già a piè fermo sul terreno socialista. Ma questa condizione implica un tale grado di cultura dei contadini ( precisamente dei contadini come una massa enorme) che è impossibil e organizzare tutta la popolazione in cooperative senza una vera rivoluzione
culturale. I nostri avversari ci hanno detto più vol te che noi intraprendiamo un’opera insensata, nel voler impiantare il socialismo in un paese che non è abbastanza colto. Ma si sono ingannati; noi abbiamo cominciato non da dove si doveva cominciare secondo la teoria (di ogni genere di pedanti), e da noi il rivolg mento politico e sociale ha preceduto il rivolgimento culturale, la rivoluzione culturale di fronte alla quale pur tuttavia oggi ci troviamo. Ora a noi basta di compiere questa rivoluzione culturale per diventare un paese completamente socialista; ma per noi questa rivoluzione culturale comporta delle difficoltà incredibili, sia di carattere puramente culturale (poiché siamo analfabeti), che
di carattere materiale (poiché per diventare colti è necessario un certo sviluppo dei mezzi materiali di produzione, è necessaria una certa base materiale).
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Lenin – Materialismo ed empiriocriticismo

In complesso i professori di economia politica non sono
altro che dotti commessi al servizio della classe capitalistica, e i professori di
filosofia non sono altro che dotti commessi al servizio dei teologi.
In ambedue i campi, il compito dei marxisti è di saper assimilare e rielaborare
le conquiste fatte da questi «commessi» (per esempio, voi non farete neppure
un passo nel campo dello studio dei nuovi fenomeni economici se non
utilizzerete le opere di questi commessi), e di sapere eliminare la loro tendenza
reazionaria, di saper applicare la propria linea e di sapere lottare contro
tutto lo schieramento delle forze e delle classi a noi ostili. Ed è questo che
non hanno saputo fare i nostri machisti, i quali seguono servilmente la filosofia
professorale reazionaria. «Può darsi che sbagliamo, ma noi cerchiamo»,
scriveva Lunaciarski a nome degli autori dei Saggi. Non siete voi che cercate,
ma sono gli altri che cercano voi ecco la disgrazia! Non siete voi che affrontate
dal vostro punto di vista, cioè dal punto di vista marxista (giacché volete
essere marxisti), ogni cambiamento della moda filosofica borghese, ma è
questa moda che affronta voi che vi impone le sue nuove classificazioni di
gusto idealistico, oggi alla Ostwald, domani alla Mach, dopodomani alla
Poincaré. I raggiri «teorici» piuttosto sciocchi (con «l’energetica», con «gli
elementi» con «l’introiezione», ecc.) nei quali voi credete ingenuamente, non
escono dai limiti di una scuola angusta, in miniatura, ma la tendenza sociale e
ideologica di questi raggiri è afferrata a volo dai Ward, dai neocriticisti, dagli
immanentisti, dai Lopatin, dai pragmatisti che se ne servono per i loro scopi.
anche soltanto la definizione della verità data da Bogdanov con quella data dal pragmatismo: «La verità per il pragmatista
è una nozione generale per ogni specie di valori operanti [working vaines) nell’esperienza» (ivi, p. 68).
La voga dell’empiriocriticismo e dell’idealismo «fisico» passa con la stessa
rapidità della voga del neokantismo e dell’idealismo «fisiologico»; ma ogni
volta che una di queste tendenze è in voga, il fideismo preleva sempre il suo
tributo, modificando in mille modi i suoi stratagemmi a vantaggio della filosofia
idealistica.
L’atteggiamento verso la religione e verso le scienze naturali illustra perfettamente
questo effettivo sfruttamento dell’empiriocriticismo da parte della
reazione borghese a favore della propria classe.

Da MINIMA MORALIA – di T. W. Adorno

«NON ESAGERIAMO».

Alla critica delle tendenze della società attuale si obbietta automaticamente, prima ancora che sia stata interamente formulata, che le cose sono sempre andate così. L’indignazione – che viene prontamente respinta – testimonierebbe solo di una scarsa penetrazione nell’invariabilità della storia, di un’irragionevolezza superbamente diagnosticata da tutti come isteria. Si rimprovera, inoltre, all’accusatore, di volersi mettere in mostra col suo attacco, di ambire al privilegio del particolare, mentre ciò che suscita il suo sdegno è triviale e noto a tutti, e non ha senso pretendere che gli altri perdano il tempo ad occuparsene. L’evidenza del male torna a vantaggio della sua apologia: poichè tutti lo sanno, nessuno ha più il diritto di dirlo, e il male, coperto dal silenzio, può continuare indisturbato. Si ottempera al precetto che la filosofia di tutte le tinte ha martellato nelle teste degli uomini: ciò che ha dalla sua parte il peso costante dell’esistenza, ha dimostrato con ciò il suo diritto. Basta che uno si mostri insoddisfatto, ed è già sospetto come riformatore del mondo. L’intesa si serve di questo trucco: attribuire all’oppositore una teoria reazionaria della decadenza, che non potrebbe sostenersi – forse che, di fatto, l’orrore non si perpetua eternamente? –, screditare, col suo presunto errore teorico, la concreta percezione del negativo, e calunniare come oscurantista chi si ribella contro l’oscurità. E anche ammesso che le cose siano sempre andate così (ma né Timur o Gengis Khan né l’amministrazione coloniale inglese hanno organizzato la gassificazione di milioni di persone), l’eternità dell’orrore si manifesta nel fatto che ognuna delle sue forme supera in orrore la precedente. Ciò che perdura, non è un quantum invariabile di sofferenza, ma il suo progresso infernale: è questo il senso della tesi dell’intensificazione degli antagonismi. Ogni altro significato sarebbe innocuo, e si risolverebbe in frasi accomodanti, nella rinuncia al salto qualitativo. Chi registra i campi di sterminio come «incidenti sul lavoro» della vittoriosa spedizione della civiltà, il martirio degli ebrei come un episodio irrilevante nel quadro della storia universale, non ricade soltanto al di qua della visione dialettica delle cose, ma perverte il senso della propria politica: che è quello di imporre un alt all’estremo del male. Non solo nello sviluppo delle forze produttive, anche nell’aumento della pressione del dominio, la quantità si capovolge in qualità. Quando gli ebrei vengono distrutti come gruppo, mentre la società continua a riprodurre la vita degli operai, il richiamo al fatto che quelli sono borghesi e che perciò il loro destino è irrilevante agli effetti della grande dinamica storica, non sarebbe che un cavillo economicistico, anche nella misura in cui l’eccidio si potesse effettivamente spiegare con la caduta del saggio di profitto. L’orrore consiste proprio in ciò, che, mentre resta sempre lo stesso – continuazione della «preistoria» 142 –, si realizza continuamente come un altro, insospettato, superiore ad ogni attesa, ombra fedele delle forze produttive in espansione.

È proprio anche della violenza il duplice carattere che la critica dell’economia politica ha messo in luce nella produzione materiale: «Esistono determinazioni comuni a tutte le fasi della produzione, determinazioni che vengono fissate dal pensiero come universali, ma le cosiddette condizioni universali di ogni produzione non sono che… momenti astratti, con cui non si comprende nessuna fase reale». In altre parole, l’astrazione dello storicamente immutato non è – in virtù di una presunta obbiettività scientifica verso la cosa – neutrale, ma serve anche – dove coglie nel segno – da nebbia in cui sparisce tutto ciò che si potrebbe toccare e attaccare. Questo è proprio ciò che gli apologeti non vogliono riconoscere. Essi corrono, da un lato, dietro all’ultima novità, e dall’altro negano la macchina infernale che è la storia. Non si può stabilire un’analogia tra Auschwitz e la distruzione delle città-stato greche, e interpretarla come un semplice aumento graduale dell’orrore, aumento di fronte al quale si potrebbe conservare la pace del proprio spirito. È vero, tuttavia, che dal martirio e dall’umiliazione senza precedenti dei prigionieri deportati nei carri bestiame cade una luce terribilmente cruda anche sul più remoto passato, nella cui violenza cieca e disordinata era già teleologicamente implicita la violenza scientificamente organizzata di oggi. L’identità è nella non-identità, nel non ancora stato, che denuncia ciò che è stato. L’affermazione «è sempre lo stesso» è falsa nella sua immediatezza, vera solo attraverso la dinamica della totalità. Chi si lascia sfuggire la conoscenza dell’aumento dell’orrore, non ricade soltanto nella gelida contemplazione, ma si vieta di cogliere, con la differenza specifica del nuovo rispetto al precedente, anche la vera identità del tutto, del terrore senza fine.

LIBRO I SEZIONE I MERCE E DENARO CAPITOLO 3 IL DENARO OSSIA LA CIRCOLAZIONE DELLE MERCI

  1. DENARO.

La merce che funziona come misura del valore e quindi anche, di persona o per rappresentante, come mezzo di circolazione, è denaro. L’oro (o l’argento) è quindi denaro. Come denaro esso funziona, da una parte, quando è costretto a presentarsi nella sua aurea (o argentea) corporeità personale, quindi come merce denaro: dunque né solo idealmente, come nella misura del valore, né capace di essere rappresentato, come nel mezzo di circolazione; dall’altra parte, quando la sua funzione, tanto se esso la compie in persona propria o per mezzo di rappresentante, lo fissa, di contro a tutte le altre merci come puri valori d’uso, quale unica figura di valore o unica esistenza adeguata del valore di scambio.

  1. a) Tesaurizzazione.

Il movimento ciclico continuativo delle due metamorfosi opposte delle merci, ossia il fluido capovolgersi di vendita in compra e di compra in vendita si presenta nell’incessante corso del denaro ossia nella funzione del denaro, di perpetuum mobile della circolazione. Esso viene immobilizzato; cioè, come dice il Boisguillebert, da meuble diventa immeuble, da moneta diventa denaro, appena la serie delle metamorfosi viene interrotta, e la vendita non è integrata da una compera successiva.

Col primo svilupparsi della stessa circolazione delle merci si sviluppa la necessità e la passione di fissare il prodotto della prima metamorfosi, la figura trasformata della merce, ossia la sua crisalide d’oro[86]. Si vende merce non per comprar merce, ma per sostituire forma di merce con forma di denaro. Questo cambiamento di forma diventa, da semplice intermediario del ricambio organico, fine a se stesso. Alla forma alienata della merce s’impedisce di funzionare come forma assolutamente alienabile della merce stessa, ossia come forma di denaro che non ha altro che da scomparire. Così il denaro si pietrifica in tesoro e il venditore di merci diventa tesaurizzatore.

Ai veri e propri inizi della circolazione delle merci soltanto l’eccedenza di valori d’uso si cambia in denaro. Oro e argento diventano così di per se stessi espressioni sociali della sovrabbondanza ossia della ricchezza. Questa forma ingenua di tesaurizzazione si perpetua fra i popoli presso i quali una cerchia saldamente conchiusa di esigenze corrisponde al modo di produzione tradizionale e diretto a soddisfare i bisogni personali. Così avviene fra i popoli asiatici, e in ispecie fra gli indiani. Il Vanderlint, il quale suppone che i prezzi delle merci vengano determinati dalla massa dell’oro o dell’argento che si trova in un paese, si chiede: perchè le merci indiane sono a così buon mercato? Risposta: perchè gli indiani seppelliscono il denaro. Ed osserva: dal 1602 al 1734 essi hanno seppellito centocinquanta milioni di sterline in argento, che originariamente erano venuti dall’America in Europa[87]. Dal 1856 al 1866, cioè in dieci anni, l’Inghilterra ha esportato in India e in Cina (il metallo esportato in Cina riaffluisce per la massima parte in India) centoventi milioni di lire sterline in argento, che era stato prima scambiato con oro australiano.

Con lo svilupparsi ulteriore della produzione di merci, nessun produttore di merci può fare a meno di assicurarsi il nervus rerum, il “pegno sociale”[88]. 1 suoi bisogni si rinnovano incessantemente e impongono un incessante acquisto di merce altrui, mentre invece la produzione e la vendita della sua merce costano tempo e dipendono da circostanze casuali. Per comprare senza vendere egli deve avere in precedenza venduto senza comprare. Questa operazione, eseguita su scala generale, sembra intrinsecamente contraddittoria. Tuttavia, i metalli nobili, alla loro fonte di produzione, vengono scambiati direttamente con altre merci. Qui ha luogo una vendita (da parte del possessore di merci) senza compra (da parte del possessore d’oro o di argento)[89]. E le ulteriori vendite senza compere che le seguono procurano semplicemente l’ulteriore distribuzione dei metalli nobili fra tutti possessori di merci. Così, su tutti i punti del traffico sorgono tesori d’oro e tesori d’argento, di volume differentissimo. Con la possibilità di tener ferma la merce come valore di scambio, o il valore di scambio come merce, si sveglia la brama dell’oro. Con l’estensione della circolazione delle merci cresce il potere del denaro, della forma sempre pronta, assolutamente sociale, della ricchezza. “Mirabile cosa è l’oro! Chi lo possiede, è padrone di tutto ciò che desidera. Con l’oro si possono perfino far pervenire le anime in paradiso!” (Colombo, Lettera dalla Giamaica, 1503). Poichè non si può vedere dall’aspetto del denaro che cosa sia trasformato in esso, tutto, merce o no. si trasforma in denaro. Tutto diventa vendibile o acquistabile. La circolazione diventa il grande alambicco sociale dove tutto affluisce per tornare a uscirne come cristallo di denaro. A questa alchimia non resistono neppure le ossa dei santi e meno ancora altre meno rozze res sacrosanctae, extra commercium hominuni[90]. Come nel denaro è cancellata ogni distinzione qualitativa delle merci, il denaro cancella per parte sua, leveller radicale, tutte le distinzioni[91]. Ma anche il denaro è merce, una cosa esterna, che può diventare proprietà privata di ognuno. Così la potenza sociale diventa potenza privata della persona privata. Perciò la società antica lo denuncia come moneta dissolvitrice del suo ordinamento economico e politico[92].

La società moderna che già dalla sua prima infanzia ha preso Plutone pei capelli, e lo va traendo fuori dalle viscere della terra[93], saluta nell’aureo Gral la splendente incarnazione del suo principio di vita più proprio.

La merce come valore d’uso soddisfa un bisogno particolare e costituisce un elemento particolare della ricchezza materiale. Ma il valore della merce misura il grado della sua forza d’attrazione su tutti gli elementi della ricchezza materiale, quindi sulla ricchezza sociale del suo possessore. Per il possessore di merci barbaro e semplice, o anche per un contadino dell’Europa occidentale, il valore è inseparabile dalla forma di valore, e quindi per lui l’accrescimento del tesoro aureo e argenteo è accrescimento di valore. E certo, il valore del denaro è variabile, sia in conseguenza delle proprie variazioni di valore, sia in conseguenza delle variazioni di valore delle merci: ma questo non impedisce, da una parte, che duecento grammi d’oro contengano, prima o poi, più valore di cento, trecento più di duecento, ecc., né, dall’altra parte, che la forma metallica naturale di questa cosa rimanga la forma generale di equivalente di tutte le merci, l’incarnazione, immediatamente sociale, di tutto il lavoro umano. L’impulso alla tesaurizzazione è per natura senza misura. Il denaro è, qualitativamente ossia secondo la sua forma senza limiti; cioè è rappresentante generale della ricchezza materiale, perchè è immediatamente convertibile in ogni merce. Ma allo stesso tempo ogni somma reale di denaro è limitata quantitativamente, e quindi è anche soltanto mezzo d’acquisto di efficacia limitata. Questa contraddizione fra il limite quantitativo e l’illimitatezza qualitativa del denaro risospinge sempre il tesaurizzatore al lavoro di Sisifo dell’accumulazione. Al tesaurizzatore succede come al conquistatore del mondo: la conquista di un nuovo paese è solo la conquista di un nuovo confine.

Per tener fermo l’oro come denaro e quindi come elemento della tesaurizzazione, gli si deve impedire di circolare, ossia di risolversi come mezzo di acquisto in mezzo di consumo. Quindi il tesaurizzatore sacrifica i suoi piaceri carnali al feticcio oro. Egli prende sul serio il vangelo della rinuncia. D’altra parte, egli può sottrarre in denaro alla circolazione solo quel che le dà in merci. Tanto più produce, tanto più può vendere. Quindi le sue virtù cardinali sono: laboriosità, risparmio e avarizia. poiché la somma della sua economia politica è: vender molto, comprar poco[94].

Accanto alla forma immediata della tesaurizzazione c’è quella estetica, il possesso di mercanzie d’oro e d’argento, che cresce con la ricchezza della società civile: Soyons riches ou paraissons riches (Diderot). Così si forma, in parte, un mercato sempre più esteso per l’oro e l’argento, indipendentemente dalle loro funzioni come denaro, in parte, una fonte latente d’afflusso del denaro, la quale scorre specialmente in periodi di tempeste sociali.

La tesaurizzazione adempie a diverse funzioni nell’economia della circolazione metallica. La prima sorge dalle condizioni del corso della moneta aurea o argentea. S’è visto come la massa del denaro in corso sia incessantemente in flusso e riflusso a seconda delle costanti oscillazioni di volume, di prezzi e di velocità della circolazione delle merci; essa dev’essere quindi suscettibile di contrazione e di espansione. Ora si deve attrarre nella circolazione denaro, nella sua qualità di moneta; ora se ne deve respingere moneta, nella sua qualità di denaro. Affinché la massa di denaro che è realmente in corso corrisponda sempre al grado di saturazione della sfera della circolazione, la quantità di oro o di argento presente in un paese deve essere maggiore di quella impegnata nella funzione di moneta. A questa condizione adempie la forma di tesoro del denaro. Le riserve dei tesori servono assieme come canali di deflusso e di afflusso del denaro circolante, il quale quindi non fa mai straboccare i suoi canali circolatori[95].

  1. b) Mezzo di pagamento.

Nella forma immediata della circolazione delle merci che finora abbiamo considerato, la medesima grandezza di valore è sempre stata presente due volte: merce a un polo, denaro al polo opposto. Quindi i possessori di merci entravano in contatto soltanto come rappresentanti di equivalenti già esistenti e reciproci. Però, con lo sviluppo della circolazione delle merci, si sviluppano situazioni per le quali la cessione della merce viene separata nel tempo dalla realizzazione del suo prezzo. Qui basta accennare le più semplici di tali situazioni. Un genere di merce esige per la sua produzione una durata maggiore, un altro una durata minore. La produzione di differenti merci è connessa a stagioni differenti. Una merce nasce sul suo mercato, l’altra deve viaggiare verso un mercato lontano. Quindi un possessore di merci può presentarsi come venditore, prima che l’altro possa presentarsi come compratore. Quando si abbia un continuo ritorno delle stesse transazioni fra le stesse persone, le condizioni di vendita delle merci si regolano secondo le loro condizioni di produzione. D’altra parte l’uso di alcuni generi di merci, per esempio d’una casa, viene venduto per un periodo di tempo determinato. Il compratore ha ricevuto realmente il valore d’uso della merce solo alla scadenza del periodo di affitto. Quindi la compra prima di pagarla. Un possessore di merci vende merce esistente, l’altro compra come puro e semplice rappresentante di denaro o come rappresentante di denaro futuro. Il venditore diventa creditore, il compratore diventa debitore. Poichè qui muta la metamorfosi della merce ossia lo sviluppo della sua forma di valore, anche al denaro è assegnata un’altra funzione. Esso diventa mezzo di pagamento[96].

Il carattere di creditore o quello di debitore sorge qui dalla circolazione semplice delle merci. La variazione delle forme di essa impone questa nuova impronta al venditore e al compratore. In un primo momento dunque si tratta di funzioni fugaci e alternativamente esercitate dagli stessi agenti della circolazione, altrettanto che quelle del venditore e del compratore. Però ora l’opposizione ha già per sua natura un aspetto meno alla buona, ed è capace di maggiore cristallizzazione[97]. Ma gli stessi caratteri possono presentarsi anche in maniera indipendente dalla circolazione delle merci. La lotta delle classi nel mondo antico, per esempio., si muove principalmente nella forma di una lotta fra creditore e debitore, e in Roma finisce con la disfatta del debitore plebeo, che viene sostituito dallo schiavo. Nel Medioevo la lotta finisce con la disfatta del debitore feudale, che ci rimette, con la base economica, la sua potenza politica. Tuttavia qui la forma di denaro – e il rapporto di creditore e debitore ha la forma d’un rapporto di denaro – rispecchia solo l’antagonismo di più profonde condizioni economiche di vita.

Ritorniamo alla sfera della circolazione delle merci. E’ cessata la comparsa simultanea degli equivalenti merce e denaro ai due poli del processo di vendita. Ora il denaro funziona, in primo luogo, come misura di valore nella determinazione del prezzo della merce venduta. Il prezzo di questa, come contrattualmente stabilito, misura l’obbligazione del compratore, cioè la somma di denaro ch’egli deve dare a una scadenza determinata. In secondo luogo funziona come mezzo ideale di compera. Benché esista solo nella promessa di denaro del compratore, ha per effetto il cambiamento di mano delle merci. Solo alla scadenza del termine di pagamento il mezzo di pagamento entra realmente in circolazione, cioè passa dalla mano del compratore in quella del venditore. Il mezzo di circolazione s’era trasformato in tesoro, perchè il processo di circolazione s’era interrotto con la prima fase, ossia perchè la figura trasformata della merce era stata sottratta alla circolazione. Il mezzo di pagamento entra nella circolazione, ma dopo che la merce ne è già uscita. Non è più il denaro a mediare il processo. Lo conclude, in maniera indipendente, come esistenza assoluta del valore di scambio o merce universale. Il venditore aveva trasformato merce in denaro per soddisfare mediante il denaro un bisogno; il tesaurizzatore, per conservare la merce in forma di denaro; il compratore debitore, per poter pagare. Se non paga, hanno luogo vendite forzate dei suoi averi. Quindi, la figura di valore della merce, il denaro. diventa ora fine a se stesso della vendita, per una necessità sociale che sgorga dalle condizioni stesse del processo di produzione.

Il compratore riconverte il denaro in merce prima di avere trasformato merce in denaro, cioè compie la seconda metamorfosi della merce anteriormente alla prima. La merce del venditore circola, ma realizza il suo prezzo soltanto in un titolo di diritto privato sul denaro. Si trasforma in valore d’uso, prima di essersi trasformata in denaro. La prima metamorfosi si compie solo più tardi[98].

In ogni periodo determinato del processo di circolazione le obbligazioni venute a scadenza rappresentano la somma dei prezzi delle merci, la vendita delle quali ha provocato quelle obbligazioni. La massa di denaro necessaria alla realizzazione di questa somma dei prezzi dipende, in primo luogo, dalla velocità del corso dei mezzi di pagamento. Essa risulta da due circostanze: la concatenazione dei rapporti fra creditore e debitore, cosicchè A, il quale riceve denaro dal suo debitore B, lo versa a sua volta al proprio creditore C; e l’intervallo di tempo fra i differenti termini di pagamento. Il processo a catena di pagamenti o prime metamorfosi ritardate si distingue in maniera essenziale dall’intreccio delle serie di metamorfosi sopra considerato. Nel corso del mezzo di circolazione la connessione fra venditori e compratori trova ben più che una semplice espressione. E’ proprio la connessione stessa che sorge nel corso del denaro e con esso. Invece, il movimento dei mezzi di pagamento esprime un nesso sociale già esistente e completo prima del movimento stesso.

La contemporaneità e la contiguità delle vendite limitano la sostituzione della massa di monete con la velocità della circolazione. Esse costituiscono d’altra parte una nuova leva nell’economia dei mezzi di pagamento. Con la concentrazione dei pagamenti nello stesso luogo si sviluppano per forza naturale istituzioni adatte e metodi per la compensazione dei pagamenti. Così, per esempio, i virements nella Lione medievale. Basta confrontare i crediti di A verso B, di B verso C, di C verso A, ecc. perché essi si eliminino reciprocamente come grandezze positive e grandezze negative, fino a un certo ammontare. Così rimane da saldare solo un bilancio di dare e avere. Quanto maggiore la massa concentrata dei pagamenti, tanto più piccolo, relativamente, il bilancio e quindi la massa dei mezzi di pagamento in circolazione.

La funzione del denaro come mezzo di pagamento implica una contraddizione immediata. Finché i pagamenti si compensano, il denaro funziona solo idealmente, come denaro di conto ossia misura dei valori. Appena si debbono compiere pagamenti reali, il denaro non si presenta come mezzo di circolazione, come forma del ricambio organico destinata solo a far da mediatrice e a scomparire, ma si presenta come incarnazione individuale del lavoro sociale, esistenza autonoma del valore di scambio, merce assoluta. Questa contraddizione erompe in quel momento delle crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria[99]. Essa avviene soltanto dove sono sviluppati pienamente il processo a catena continua dei pagamenti e un sistema artificiale per la loro compensazione. Quando si verificano turbamenti generali di questo meccanismo, e quale che sia l’origine di essi, il denaro si cambia improvvisamente e senza transizioni, e, da figura solo ideale della moneta di conto, eccolo denaro contante. Non è più sostituibile con merci profane. Il valore d’uso della merce è senza valore e il suo valore scompare dinanzi alla propria forma di valore. Il borghese aveva appena finito di dichiarare, con la presunzione illuministica derivata dall’ebbrezza della prosperità, che il denaro è vuota illusione. Solo la merce è denaro. E ora sul mercato mondiale rintrona il grido: ” Solo il denaro è merce! “. Come il cervo mugghia in cerca d’acqua corrente, così la sua anima invoca denaro, l’unica ricchezza[100]. Nella crisi, l’opposizione fra la merce e la sua figura di valore, il denaro, viene fatta salire fino alla contraddizione assoluta. Perciò qui è indifferente anche la forma fenomenica del denaro. La carestia di denaro rimane la stessa sia che i pagamenti debbano esser fatti in oro o moneta di credito, per esempio. banconote[101].

Consideriamo ora il totale complessivo del denaro circolante in un periodo determinato: data la velocità dei corso dei mezzi di circolazione e di pagamento, quel totale complessivo è eguale alla somma del totale dei prezzi delle merci che devono essere realizzati, e del totale dei pagamenti venuti a scadenza, detratti i pagamenti che si compensano reciprocamente, e detratto infine quel certo numero di circuiti nei quali la stessa moneta funziona ora come mezzo di circolazione ora come mezzo di pagamento. Per esempio. il contadino vende il suo grano per 10 Euro, che così servono come mezzo di circolazione. Il giorno della scadenza egli paga con esse la tela che gli ha fornito il tessitore. I medesimi  10 Euro funzionano ora come mezzo di pagamento. Ora il tessitore acquista, per contanti, una Bibbia – i 10 Euro funzionano di nuovo come mezzo di pagamento – e così via. Quindi anche essendo dati prezzi, velocità del corso del denaro ed economia dei pagamenti, la massa di denaro corrente durante un periodo, per esempio. un giorno, e la massa circolante delle merci, non coincidono più oltre. C’è in corso del denaro che rappresenta merci da tempo sottratte alla circolazione. Circolano merci, il cui equivalente in denaro apparirà solo in futuro. D’altra parte, i pagamenti contratti ogni giorno e quelli venuti a scadenza lo stesso giorno sono grandezze completamente incommensurabili[102].

La moneta di credito proviene immediatamente dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento, in quanto anche certificati di debito per le merci vendute riprendono a circolare, per la trasmissione dei crediti. D’altra parte, con l’estendersi del credito si estende la funzione del denaro come mezzo di pagamento. Come tale, esso riceve forme proprie di esistenza, con le quali si colloca nella sfera delle grandi transazioni commerciali; mentre la moneta d’oro o d’argento viene respinta soprattutto nella sfera del piccolo commercio[103].

A un certo grado di intensità e di ampiezza della produzione delle merci la funzione del denaro come mezzo di pagamento oltrepassa la sfera della circolazione delle merci. Il denaro diventa la merce generale dei contratti[104]. Rendite, imposte, ecc. si trasformano, da versamenti in natura, in pagamenti in denaro. Quanto tale trasformazione sia un portato della figura complessiva del processo di produzione, è dimostrato per esempio. dal tentativo dell’Impero romano, due volte fallito, di esigere tutti i tributi in denaro. L’enorme miseria della popolazione agricola francese sotto Luigi XIV, denunciata con tanta eloquenza dal Boisguillebert, dal maresciallo Vauban, ecc. non era dovuta soltanto all’altezza delle imposte, ma anche alla trasformazione dell’imposta in natura in imposta in denaro[105]. D’altra parte, se la forma naturale della rendita fondiaria, che in Asia costituisce anche l’elemento principale dell’imposta governativa, poggia colà su rapporti di produzione che si riproducono con la inalterabilità dei fenomeni naturali, questo modo di pagamento tende a conservare, a sua volta, per riflesso, l’antica forma di produzione; esso poi costituisce uno degli arcani dell’Impero turco per la propria conservazione. Se il commercio estero che l’Europa s’è degnata imporre al Giappone trarrà seco la trasformazione della rendita in natura in rendita in denaro, sarà finita per l’esemplare agricoltura di quel paese. Le ristrette condizioni economiche di esistenza che la rendono possibile si dissolveranno.

In ogni paese vengono stabiliti certi termini generali pei pagamenti; questi termini poggiano in parte, prescindendo da altri cicli della riproduzione, sulle condizioni naturali della produzione, vincolate alla vicenda delle stagioni; e regolano anche pagamenti che non sorgono direttamente dalla circolazione delle merci, come imposte, rendite, ecc. La massa di denaro richiesta in certi giorni dell’anno per questi pagamenti sparpagliati su tutta la superficie della società, provoca perturbazioni periodiche ma del tutto superficiali nell’economia dei mezzi di pagamento[106]. Dalla legge sulla velocità del corso dei mezzi di pagamento segue che per tutti i pagamenti periodici, qualunque ne sia la fonte, la massa necessaria dei mezzi di pagamento sta in rapporto diretto * con la lunghezza dei periodi fra i pagamenti[107].

Lo sviluppo del denaro come mezzo di pagamento rende necessarie accumulazioni di denaro per i termini di scadenza delle somme dovute. Mentre la tesaurizzazione come forma autonoma di arricchimento scompare col progredire della società civile, essa cresce, viceversa, di pari passo con esso, nella forma di fondi di riserva dei mezzi di pagamento.

  1. c) Moneta mondiale.

Con la sua uscita dalla sfera interna della circolazione, il denaro torna a spogliarsi delle forme locali, colà sbocciate, di scala di misura dei prezzi, moneta, moneta divisionale, e segno di valore, e ricade nella forma originaria di verghe di metalli nobili. Nel commercio mondiale le merci dispiegano universalmente il loro valore. Dunque, la loro forma autonoma di valore si presenta quivi di fronte ad esse, ovviamente, come moneta mondiale. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona in pieno come quella merce la cui forma naturale è allo stesso tempo forma immediatamente sociale di realizzazione del lavoro umano in abstracto. Il suo modo di esistenza diventa adeguato al suo concetto.

Nella sfera interna della circolazione solo una merce può servire come misura di valore e quindi come denaro. Sul mercato mondiale regna una doppia misura di valore, l’oro e l’argento[108].

La moneta mondiale funziona come mezzo generale di pagamento, mezzo generale d’acquisto e come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza in genere (universal wealth). Predomina la funzione di mezzo di pagamento, per la compensazione dei bilanci internazionali. Da ciò la parola d’ordine del sistema mercantilistico: bilancia commerciale![109]. L’oro e l’argento servono da mezzo di acquisto internazionale essenzialmente tutte le volte che viene perturbato all’improvviso l’equilibrio abituale del ricambio organico fra varie nazioni. Servono infine come materializzazione assolutamente sociale della ricchezza quando non si tratta né di compera né di vendita, ma di trasferimento della ricchezza da un paese all’altro, e quando tale trasferimento in forma di merci è escluso o dalla congiuntura del mercato delle merci, o dallo scopo stesso che si deve ottenere[110].

Come per la sua circolazione interna, ogni paese ha bisogno d’un fondo di riserva per la circolazione sul mercato mondiale. Le funzioni dei tesori sorgono dunque, in parte dalla funzione del denaro come mezzo interno di circolazione e di pagamento, in parte dalla sua funzione come moneta mondiale110a. Per questa ultima parte si esige sempre la merce denaro reale, oro e argento in persona, ragione per la quale James Steuart caratterizza espressamente l’oro e l’argento, a differenza dei loro luogotenenti puramente locali, come money of the world.

Il movimento della corrente dell’oro e dell’argento è duplice. Da una parte si riversa, partendo dalle sue fonti, per tutto il mercato mondiale, dove viene deviato, in volume differente, dalle varie sfere nazionali di circolazione, per penetrare nei loro canali interni di circolazione, sostituire monete d’oro e d’argento logorate, fornire il materiale per merci di lusso e irrigidirsi nei tesori[111]. Questo primo movimento è mediato dallo scambio diretto fra i lavori nazionali realizzati in merci, e il lavoro realizzato in metalli nobili dei paesi produttori d’oro e d’argento. Dall’altra parte, l’oro e l’argento scorrono continuamente qua e là fra le differenti sfere di circolazione nazionali, in un movimento che segue le incessanti oscillazioni del corso dei cambi[112].

I paesi a produzione borghese sviluppata limitano al minimo richiesto dalle loro specifiche funzioni i tesori concentrati in massa nei serbatoi delle banche[113]. Con qualche eccezione, il fatto che i serbatoi di tesori siano colmi in modo notevole al di sopra dei loro livello medio, indica un ristagno della circolazione delle merci o una interruzione nel flusso della metamorfosi delle merci[114].

Gramsci su Lenin

I massimalisti russi

I massimalisti russi  sono la stessa Rivoluzione russa. Kerensky, Zeretelli, Cernof  sono l’oggi della Rivoluzione, sono i realizzatori di un primo equilibrio sociale, la risultante di forze in cui i moderati hanno ancora molta importanza. I massimalisti sono la continuità della rivoluzione, sono il ritmo della rivoluzione: perciò sono la rivoluzione stessa. Essi incarnano l’idea-limite del socialismo: vogliono tutto il socialismo. E hanno questo compito: impedire che si addivenga a un compromesso definitivo tra il passato millenario e l’idea, essere il vivente simbolo della meta ultima cui si deve tendere; impedire che il problema immediato dell’oggi da risolvere si dilati fino a occupare tutta la coscienza, e diventi unica preoccupazione, diventi frenesia spasmodica che erige cancelli insormontabili a ulteriori possibilità di realizzazione. È questo il pericolo massimo di tutte le rivoluzioni: il formarsi della convinzione che un determinato momento della nuova vita sia definitivo, e che bisogni fermarsi per guardare indietro, per assodare il già fatto, per gioire finalmente del proprio successo. Per riposare. Una crisi rivoluzionaria logora rapidamente gli uomini. Stanca rapidamente. E si comprende un tale stato d’animo. La Russia ha avuto però questa fortuna: che ha ignorato il giacobinismo. È stata possibile perciò la propaganda fulminea di tutte le idee, si sono formati attraverso questa propaganda numerosi gruppi politici, ognuno dei quali è più audace, e non vuole fermarsi, ognuno dei quali crede che il momento definitivo che bisogna raggiungere sia più in là, sia ancora lontano. I massimalisti, gli estremisti sono l’ultimo anello logico di questo divenire rivoluzionario. Perciò si continua nella lotta, si va avanti; tutti vanno avanti perché c’è almeno un gruppo che vuole sempre andare avanti, e lavora nella massa, e suscita sempre nuove energie proletarie, e organizza nuove forze sociali che minacciano gli stanchi, che li controllano e si addimostrano capaci di sostituirli, di eliminarli se non si rinnovano, se non si rinfrancano per andare innanzi. Così la rivoluzione non si ferma, non chiude il suo ciclo. Divora i suoi uomini, sostituisce un gruppo con un altro più audace e per questa instabilità, per questa sua mai raggiunta perfezione è veramente e solamente rivoluzione. I massimalisti sono in Russia i nemici dei poltroni. Essi sono il pungolo per i pigri: hanno rovesciato finora tutti i tentativi di arginamento del torrente rivoluzionario, hanno impedito il formarsi delle paludi stagnanti, delle morte gore. Perciò sono odiati dalle borghesie occidentali, perciò i giornali d’Italia, di Francia e d’Inghilterra li diffamano, cercano di screditarli, di soffocarli sotto un cumulo enorme di calunnie. Le borghesie occidentali speravano che allo sforzo enorme di pensiero e di azione che è costato il venire alla luce della nuova vita succedesse una crisi di pigrizia mentale, un ripiegamento dell’attività dinamica dei rivoluzionari che fosse il principio di un assestamento definitivo del nuovo stato di cose. Ma in Russia non ci sono giacobini. Il gruppo dei socialisti moderati che ha avuto il potere in sue mani, non ha distrutto, non ha cercato di soffocare nel sangue gli avanguardisti. Lenin nella rivoluzione socialista non ha avuto il destino di Babeuf. Ha potuto il suo pensiero convertirlo in forza operante nella storia. Ha suscitato energie che più non morranno. Egli e i suoi compagni bolsceviki sono persuasi che sia possibile in ogni momento realizzare il socialismo. Sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti. E il pensiero rivoluzionario nega il tempo come fattore di progresso. Nega che tutte le esperienze intermedie tra la concezione del socialismo e la sua realizzazione debbano avere nel tempo e nello spazio una riprova assoluta e integrale. Queste esperienze basta che si attuino nel pensiero perché siano superate e si possa procedere oltre. È necessario invece spoltrire le coscienze, conquistare le coscienze. E Lenin coi suoi compagni ne hanno spoltrite di coscienze, ne hanno conquistate. La loro persuasione non è rimasta solo audacia di pensiero: si è incarnata in individui, in molti individui: è diventata fruttuosa di opere. Ha creato quel certo gruppo che era necessario per opporsi ai compromessi definitivi, a tutto ciò che potesse diventare definitivo. E la rivoluzione continua. Tutta la vita è diventata veramente rivoluzionaria: è un’attività sempre attuale, è un continuo scambio, una continua escavazione nel blocco amorfo del popolo. Nuove energie sono suscitate, nuove idee-forze propagate. Gli uomini sono finalmente così gli artefici del loro destino, tutti gli uomini. È impossibile che si formino minoranze dispotiche. Il controllo è sempre vivo ed alacre. Ormai c’è un fermento che scompone e ricompone gli aggregati sociali senza posa e impedisce le cristallizzazioni e impedisce che la vita si adagi nel successo momentaneo. Lenin, i suoi compagni più in vista possono essere travolti nello scatenarsi delle bufere che essi stessi hanno suscitato. Non spariscono tutti i loro seguaci. Sono ormai troppo numerosi. E l’incendio rivoluzionario si propaga, brucia cuori e cervelli nuovi, ne fa fiaccole ardenti di luce nuova, di nuove fiamme, divoratrici di pigrizie e di stanchezze. La rivoluzione procede, fino alla completa sua realizzazione. È ancora lontano il tempo in cui sarà possibile un relativo riposo. E la vita è sempre rivoluzione.

«Il Grido del Popolo», 28 luglio 1917 (firmato: a. g.).

Nuovi tempi, vecchi errori in forma nuova – Lenin

112-12

Ogni svolta particolare nella storia modifica alquanto le oscillazioni piccolo-borghesi, che sempre si verificano accanto al proletariato e sempre penetrano in misura più o meno grande nelle file del proletariato.

Il riformismo piccolo-borghese, cioè il servilismo verso la borghesia, celato sotto bonarie frasi democratiche e «social»-democratiche e pii desideri, e il rivoluzionarismo piccolo-borghese minaccioso, tronfio, presuntuoso a parole, e nei fatti vaniloquio incoerente, sconnesso, insulso: queste sono le due « correnti» di queste oscillazioni. Esse sono inevitabili, finché esistono le radici più profonde del capitalismo. E oggi, con la svolta che si sta operando nella politica economica del potere sovietico, vanno assumendo una forma diversa.

Il leit-motiv dei menscevizzanti è: «I bolscevichi hanno fatto marcia indietro, verso il capitalismo; questa sarà la loro tomba. Dopo tutto la rivoluzione, compresa la rivoluzione d’Ottobre, è una rivoluzione borghese! Viva la democrazia! Viva il riformismo!». Lo si dica alla menscevica o alla socialista-rivoluzionaria, nello spirito della II Internazionale o della Internazionale due e mezzo, la sostanza è la stessa.

Il leit-motiv dei semianarchici, del genere del «Partito operaio comunista» tedesco, o di quella parte della nostra ex opposizione operaia che è già uscita o sta uscendo dal partito è: «I bolscevichi oggi non hanno più fiducia nella classe operaia!». Di qui le parole d’ordine più o meno simili a quelle lanciate da Kronstadt nella primavera scorsa.

Contrapporre, nel modo più sobrio e preciso, ai lamenti e al panico dei filistei del riformismo e dei filistei del rivoluzionarismo, la valutazione delle vere forze di classe e fatti incontestabili: questo è il compito dei marxisti.

Rammentate le fasi principali della nostra rivoluzione. Prima fase, per così dire puramente politica, dal 25 ottobre al 5 gennaio, giorno in cui fu sciolta l’Assemblea costituente. In una decina di settimane noi facemmo, per distruggere effettivamente e completamente i residui del feudalesimo in Russia, cento volte più di quel che avevano fatto i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari negli otto mesi del loro potere (dal febbraio all’ottobre 1917). I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari e, all’estero, tutti gli eroi dell’Internazionale due e mezzo erano allora dei miserabili complici della reazione. Gli anarchici se ne stavano sgomenti in disparte, o ci aiutavano. Si trattava allora di una rivoluzione borghese? Si, certamente, in quanto l’opera che portammo a termine era il compimento della rivoluzione democratica borghese, in quanto in seno alle «masse contadine» non c’era ancora lotta di classe. Ma al tempo stesso facemmo molto, molto di più della rivoluzione borghese per la rivoluzione socialista proletaria: 1. sviluppammo come non mai le forze della classe operaia affinché essa potesse utilizzare il potere statale; 2. assestammo un colpo, avvertito in tutto il mondo, ai feticci della democrazia piccolo-borghese, alla Costituente e alle «libertà» borghesi, quali la libertà di stampa per i ricchi; 3. creammo il tipo sovietico di Stato, che rappresenta un gigantesco passo in avanti dopo il 1793 e il 1871.

Seconda fase. La pace di Brest. Orgia di frasi rivoluzionarie contro la pace: frasi semipatriottiche dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, frasi «di sinistra» di una parte dei bolscevichi. «Hanno fatto la pace con l’imperialismo: sono perduti», affermavano, o colti dal panico o con gioia maligna, i piccoli borghesi. Ma i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi avevano fatto la pace con l’imperialismo come complici della spoliazione borghese a danno degli operai. Noi «facemmo la pace» cedendo al saccheggiatore una parte dei nostri beni per salvare il potere degli operai, per poter assestare dei colpi ancor più forti al saccheggiatore. Ci sentimmo dire che «non avevamo fiducia nelle forze della classe operaia», e di frasi come queste ne udimmo allora a iosa, ma non ci lasciammo ingannare dalle frasi.

Terza fase. La guerra civile, a cominciare dai cecoslovacchi e dai «difensori della Costituente» fino a Wrangel, nel 1918-1920. All’inizio della guerra il nostro Esercito rosso non esisteva. Se consideriamo le forze materiali, questo esercito è ancor oggi insignificante in confronto a qualsiasi altro esercito dei paesi dell’Intesa. E ciò nonostante, siamo usciti vittoriosi dalla lotta contro l’Intesa, che è una potenza mondiale. L’alleanza dei contadini e degli operai, sotto la direzione del potere statale proletario, è stata portata — come conquista della storia mondiale — ad un’altezza mai conosciuta. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari si erano assunti la funzione di complici della monarchia, sia di complici dichiarati (ministri, organizzatori, propagandisti), sia di complici dissimulati (più «sottile» e più abietto fu l’atteggiamento dei Cernov e dei Martov, che fingevano di lavarsene le mani, ma di fatto lavoravano di penna contro di noi). Gli anarchici si agitavano impotenti: una parte di essi ci aiutava, l’altra recava pregiudizio al nostro lavoro o inveendo contro la disciplina militare o con lo scetticismo.

Quarta fase. L’Intesa è costretta a cessare (per quanto tempo?) l’intervento e il blocco. Il paese, terribilmente devastato, incomincia stentatamente a riprendersi; solo ora si accorge di tutta la profondità del disastro, e soffre delle calamità più tremende: paralisi dell’industria, cattivo raccolto, fame, epidemie.

Nella nostra lotta storica di importanza mondiale abbiamo raggiunto il punto culminante e al tempo stesso più difficile. In questo momento, nel periodo attuale, il nemico non è più quello che era ieri. Il nemico non è più un’orda di guardie bianche al comando dei grandi proprietari fondiari, sostenuti da tutti i menscevichi e socialisti-rivoluzionari e da tutta la borghesia internazionale. Il nemico è oggi la realtà economica quotidiana in un paese di piccoli contadini, in un paese in cui la grande industria è in rovina. Il nemico è oggi l’elemento piccolo-borghese, che ci circonda come l’aria e penetra profondamente nelle file del proletariato. E il proletariato è declassato; è stato cioè gettato fuori dal suo alveo di classe. Le fabbriche e le officine sono chiuse, il proletariato è indebolito, disperso, estenuato, e l’elemento piccolo-borghese nell’interno dello Stato è appoggiato da tutta la borghesia internazionale, che è ancora potente in tutto il mondo.

E allora, come non lasciarsi prendere dalla paura? Soprattutto quando si è degli eroi come lo sono i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, i paladini dell’Internazionale due e mezzo, gli anarchici impotenti e gli amatori delle belle frasi «di sinistra». «I bolscevichi ritornano al capitalismo; i bolscevichi hanno i giorni contati; anche la loro rivoluzione non ha superato i limiti della rivoluzione borghese». Di queste geremiadi ne udiamo a profusione.

Ma ci siamo ormai abituati.

Noi non vogliamo sottovalutare il pericolo. Lo guardiamo bene in faccia. Noi diciamo agli operai e ai contadini: il pericolo è grande; più coesione, più fermezza, più sangue freddo; cacciate sprezzantemente dalle vostre file i menscevizzanti, i seguaci dei socialisti-rivoluzionari, gli allarmisti e gli urlatori.

II pericolo è grande. Il nemico è molto più forte di noi economicamente, come ieri lo era militarmente. Lo sappiamo, e in ciò sta la nostra forza. Abbiamo già compiuto un lavoro così gigantesco per sbarazzare la Russia dal feudalesimo, per sviluppare tutte le forze degli operai e dei contadini, per la lotta mondiale contro l’imperialismo, per il movimento proletario internazionale, liberato dalle banalità e dalle bassezze della II Internazionale e dell’Internazionale due mezzo, che le grida di panico non hanno su di noi alcun effetto. La nostra attività rivoluzionaria noi l’abbiamo già pienamente e più che pienamente «giustificata», dimostrando coi fatti al mondo intero di che cosa è capace la forza rivoluzionaria proletaria, a differenza della «democrazia» menscevica e socialista-rivoluzionaria e del riformismo pusillanime, che si nasconde sotto una pomposa fraseologia.

Chi teme la sconfitta alla vigilia di un grande battaglia può chiamarsi socialista solo per prendere in giro gli operai.

Proprio perché non temiamo di guardare il pericolo in faccia, noi utilizziamo meglio le nostre forze per la lotta, valutiamo le possibilità con un maggior senso della realtà, con più prudenza e circospezione, facciamo tutte quelle concessioni che accrescono le nostre forze e frazionano le forze del nemico (ora anche l’ultimo degli imbecilli vede che la «pace di Brest» fu una concessione che ha accresciuto le nostre forze e ha frazionato quelle dell’imperialismo internazionale).

I menscevichi urlano che l’imposta in natura, la libertà di commercio, l’autorizzazione di concessioni e il capitalismo di Stato significano il fallimento del comunismo. A questi menscevichi fa eco dall’estero l’ex comunista Levi. Abbiamo difeso questo Levi fino a quando i suoi errori si sono potuti spiegare come una reazione a una serie di errori commessi in Germania dai comunisti «di sinistra », specialmente nel marzo 1921, ma non si può più difenderlo quando, invece di riconoscere il suo torto, scivola completamente nel menscevismo.

Agli schiamazzatori menscevichi diremo semplicemente che già nella primavera del 1918 i comunisti avevano proclamato e difeso l’idea di un blocco, di un’alleanza col capitalismo di Stato contro l’elemento piccolo-borghese. Tre anni fa! Nei primi mesi della vittoria bolscevica! Già allora i bolscevichi avevano il senso della realtà. E da allora nessuno ha potuto negare che la nostra sensata valutazione delle forze esistenti era giusta.

Scivolato nel menscevismo, Levi consiglia ai bolscevichi (la cui disfatta ad opera del capitalismo egli «pronostica», allo stesso modo come tutti i piccoli borghesi, i democratici, i socialdemocratici, ecc. pronosticavano la nostra fine nel caso in cui avessimo sciolto la Costituente!) di chiedere aiuto a tutta la classe operaia! Poiché, vedete, soltanto una parte finora li ha aiutati!

Su questo punto Levi si trova perfettamente d’accordo con i semianarchici e gli urlatori, e in parte con alcuni membri dell’ex «opposizione operaia», i quali amano proclamare con frasi altisonanti che oggi i bolscevichi «non hanno fiducia nelle forze della classe operaia». E i menscevichi e gli anarchizzanti trasformano il concetto «forze della classe operaia» in un feticcio, incapaci come sono di comprenderne il contenuto reale, concreto. Allo studio e all’analisi di questo contenuto si sostituisce la declamazione.

I signori dell’Internazionale due e mezzo, che vogliono chiamarsi rivoluzionari, in realtà ogniqualvolta si presenta una situazione seria provano di essere dei controrivoluzionari, poiché temono la distruzione violenta del vecchio apparato statale, non hanno fiducia nelle forze della classe operaia. Quando lo dicevamo noi a proposito dei socialisti-rivoluzionari & C., per noi questo non era semplicemente una frase. È a tutti noto che la rivoluzione d’Ottobre ha di fatto portato alla ribalta forze nuove, una classe nuova; che oggi i migliori rappresentanti del proletariato governano la Russia, hanno creato un esercito e lo hanno diretto, hanno creato l’amministrazione locale, ecc, dirigono l’industria, ecc. Se in questo lavoro di direzione vi sono storture burocratiche, noi non dissimuliamo questo male; al contrario, lo mettiamo a nudo, lo combattiamo. Coloro che, a causa della lotta contro le storture del nuovo regime, ne dimenticano il contenuto, dimenticano cioè che la classe operaia ha creato e dirige uno Stato di tipo sovietico, costoro, invero, non sanno pensare e gettano le loro parole al vento.

Ma le «forze della classe operaia» non sono illimitate. Se oggi il flusso di forze nuove della classe operaia è debole, e talvolta molto debole, se, nonostante tutti i decreti, gli appelli, la propaganda, tutti gli ordini relativi all’«avanzamento dei senza partito», il flusso di forze è ancora debole, limitarsi a declamazioni sulla « mancanza di fiducia nelle forze della classe operaia» significa cadere in una fraseologia vuota di senso.

Se non avremo una certa «tregua», non avremo nuove forze; esse crescono soltanto lentamente; esse possono sorgere soltanto sulla base della grande industria ricostituita (cioè, per esprimersi in termini più esatti e più concreti, sulla base dell’elettrificazione), e non altrimenti.

Dopo aver compiuto uno sforzo di un’intensità senza precedenti nel mondo, la classe operaia di un paese di piccoli contadini e rovinato, classe operaia che è stata in larga misura declassata, ha bisogno di un intervallo di tempo per permettere alle nuove forze di crescere e di organizzarsi, e alle forze vecchie logore di «essere restaurate». La creazione di un apparato militare e statale, che ha saputo resistere vittoriosamente a tutte le prove degli anni 1917-1921, è stata una grande impresa, che ha occupato, assorbito, esaurito le «forze della classe operaia» reali (e non quelle che esistono solo nelle clamorose declamazioni). Bisogna comprenderlo e tener conto della necessità o, più esattamente, della inevitabilità che le nuove forze della classe operaia crescano più lentamente.

Quando i menscevichi levano urla contro il «bonapartismo» dei bolscevichi (che s’appoggerebbero sull’esercito e sull’apparato statale, contro la volontà della «democrazia»), esprimono perfettamente la tattica della borghesia, e Miliukov a giusta ragione appoggia questa tattica, appoggia le parole d’ordine «di Kronstadt» (primavera del 1921). La borghesia ritiene giustamente che le «forze» reali della «classe operaia» siano oggi costituite dalla potente avanguardia di questa classe (il Partito comunista russo, che non di colpo, ma nel corso di venticinque anni, si è conquistato con i fatti la funzione, la forza e il titolo di «avanguardia» dell’unica classe rivoluzionaria) e poi dagli elementi che il declassamento ha maggiormente indebolito e che sono più suscettibili di cadere nelle oscillazioni mensceviche ed anarchiche.

Con la parola d’ordine «più fiducia nelle forze della classe operaia», in realtà oggi si lavora per rafforzare le influenze mensceviche e anarchiche: nella primavera del 1921, Kronstadt l’ha mostrato e dimostrato con grande evidenza. Ogni operaio cosciente deve smascherare e cacciar via coloro che urlano che noi «non abbiamo fiducia nelle forze della classe operaia», perché questi urlatori sono in realtà complici della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, a profitto dei quali agiscono per indebolire il proletariato, estendendo l’influenza dei menscevichi e degli anarchici.

Ecco dov’è la radice del male, se si riflette in modo sensato sul significato reale del concetto: «forze della classe operaia».

Dov’è il vostro lavoro, brava gente, che cosa avete fatto per far avanzare i senza partito sul «fronte» che è oggi il fronte più importante, sul fronte economico, dell’edificazione economica? Ecco la domanda che debbono porre gli operai coscienti agli urlatori. Ecco come si possono e si devono smascherare costoro: dimostrare che essi, in realtà, non aiutano, ma ostacolano la rivoluzione proletaria; che essi vogliono attuare aspirazioni non proletarie, ma piccolo-borghesi; che essi sono al servizio di una classe a noi estranea.

La nostra parola d’ordine è: abbasso questi urlatori! Abbasso i complici incoscienti delle guardie bianche, che ripetono gli errori dei miserabili rivoltosi di Kronstadt della primavera del 1921! Mettetevi tutti a un lavoro pratico che aiuti a comprendere le particolarità della situazione odierna e i suoi compiti! Non frasi ci occorrono, ma fatti!

Una valutazione sensata di questa particolarità e delle forze di classe reali, e non immaginarie, ci dice:

Dopo un periodo di successi, che non hanno precedenti nella storia, dell’attività creativa proletaria nel campo militare, amministrativo, politico, si è entrati — non fortuitamente, ma necessariamente; non per colpa di uomini o di partiti, ma a causa di ragioni oggettive — in un periodo in cui le nuove forze crescono molto più lentamente. Nel campo economico il lavoro di edificazione è inevitabilmente più difficile, più lento, più graduale; ciò dipende dalla natura stessa di questo lavoro in confronto a quello militare, amministrativo, politico. Ciò dipende dalla sua particolare difficoltà e dal fatto che il terreno da coltivare, se così ci si può esprimere, è più profondo.

Cerchiamo quindi di definire con la massima, assoluta cautela i nostri compiti in questa fase nuova, superiore, della lotta. Definiamoli con la maggior modestia possibile; facciamo il più gran numero di concessioni, nei limiti, beninteso, in cui il proletariato può cedere rimanendo classe dominante; raccogliamo quanto più rapidamente è possibile una moderata imposta in natura; diamo la maggior libertà possibile allo sviluppo, al rafforzamento, alla ricostituzione dell’economia agricola; cediamo gli stabilimenti che non ci sono strettamente necessari ad appaltatori, compresi i capitalisti privati e i concessionari stranieri. Abbiamo bisogno di un blocco o di un’alleanza dello Stato proletario con il capitalismo di Stato, contro l’elemento piccolo borghese. Quest’alleanza deve essere realizzata con abilità, seguendo la regola: «Misura sette volte prima di tagliare». Riserviamoci un campo di lavoro meno vasto, quello che ci è assolutamente necessario, e nulla più. Concentriamo in un settore più piccolo le forze indebolite della classe operaia; ma in compenso ci rafforzeremo più solidamente, affronteremo la prova dell’esperienza pratica, non una e due volte, ma più volte. Passo passo, un pollice dopo l’altro: per un cammino così arduo, in una situazione così grave, tra tali pericoli, un «esercito» come il nostro non può avanzare oggi in altro modo. Chi trova questo lavoro «noioso», «privo di interesse», « incomprensibile», chi arriccia il naso o cade in preda al panico, o si lascia ubriacare da declamazioni sull’assenza dell’«antico slancio», dell’«antico entusiasmo», ecc, deve essere — o meglio sarà — «esonerato dal lavoro» e relegato negli archivi, affinché non possa portare pregiudizio, poiché non vuole o non sa riflettere sulle particolarità della situazione attuale, della fase attuale della lotta.

Nel mezzo della tremenda rovina del paese e dell’esaurimento delle forze del proletariato, spossate da una serie di sforzi quasi sovrumani, noi affrontiamo l’opera più difficile: gettare le fondamenta di un’economia realmente socialista, organizzare lo scambio regolare delle merci (più esattamente: dei prodotti) fra l’industria e l’agricoltura. Il nemico è ancora molto più forte di noi; lo scambio delle merci, fatto in modo anarchico, individuale, dagli speculatori, scalza il nostro lavoro ad ogni passo. Noi vediamo chiaramente le difficoltà e le supereremo sistematicamente, con tenacia. Lasciamo più iniziativa e più attività indipendente agli organismi locali, diamo loro più forze, accordiamo più attenzione alla loro esperienza pratica. La classe operaia può sanare le sue ferite, riprendere la sua «forza di classe» proletaria; i contadini possono rafforzare la loro fiducia nella direzione proletaria unicamente nella misura in cui l’industria sarà realmente ricostituita con successo e lo Stato organizzerà uno scambio regolare dei prodotti, vantaggioso sia per il contadino che per l’operaio. Nella misura in cui otterremo questi successi, avremo un afflusso di forze nuove, forse non così presto come tutti noi vorremmo, ma lo avremo.

Avanti, per un lavoro più lungo e più prudente, più fermo e più tenace!

20 agosto 1921

Lettere sulla Tattica – Vladimir Lenin (1917)

Prefazione

 Sul tema indicato nel titolo, ho dovuto tenere a Pietrogrado un rapporto, il 4 aprile 1917, dapprima in una riunione di bolscevichi, delegati alla Conferenza panrussa dei Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, che, dovendo ripartire, non potevano concedermi alcuna dilazione. Alla fine della riunione il compagno G. Zinov’ev, che presiedeva, mi ha proposto a nome dell’assemblea di ripetere subito il mio rapporto in una riunione di delegati bolscevichi e menscevichi che desideravano discutere la questione dell’unificazione del Partito operaio socialdemocratico di Russia.

Benché mi fosse difficile ripetere subito il mio rapporto, non ho ritenuto di avere il diritto di rifiutare ciò che mi chiedevano i miei compagni e i menscevichi che, a causa dell’imminente partenza, non potevano concedermi rinvii.

Nel corso della relazione ho riletto le mie tesi [1], pubblicate nel n° 26 della Pravda, il 17 aprile 1917 [*1].

Le tesi e il rapporto hanno suscitato dissensi tra gli stessi bolscevichi e persino nella redazione della Pravda. Dopo varie riunioni siamo pervenuti all’unanime conclusione che era più opportuno discutere apertamente questi dissensi, fornendo così elementi per la conferenza panrussa del nostro partito (Partito operaio socialdemocratico di Russia, unificato dal Comitato centrale), convocata per il 20 aprile 1917 a Pietrogrado.

In conformità con questa decisione pubblico le lettere che seguono, senza pretendere di esaminare la questione in tutti i suoi aspetti, ma segnalando unicamente gli argomenti principali, che hanno particolare importanza sotto il profilo dei compiti pratici del movimento della classe operaia.

Lettera Prima

Valutazione del momento attuale

 Il marxismo esige da noi una valutazione esatta e oggettivamente controllabile dei rapporti tra le classi e delle particolarità specifiche di ogni momento storico. Noi bolscevichi ci siamo sempre sforzati di rimanere fedeli a questa istanza che è assolutamente indispensabile per ogni politica scientificamente fondata.

“La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione” [2], hanno sempre sostenuto Marx ed Engels, burlandosi a ragione delle “formule” imparate a memoria e ripetute meccanicamente, le quali, nel migliore dei casi, possono tutt’al più indicare i compiti generali che vengono di necessità modificati dalla situazione economica e politica concreta di ciascuna fase particolare del processo storico.

Quali sono dunque i fatti oggettivi, rigorosamente accertati, sulla cui base il partito del proletariato rivoluzionario deve oggi orientarsi per determinare gli obiettivi e le forme della sua azione?

Nella mia prima Lettera da lontano (La prima fase della prima rivoluzione), pubblicata nella Pravda, nn. 14 e 15 del 21 e del 22 marzo 1917 e nelle mie tesi ho definito “L’originalità del momento attuale in Russia” come una fase di transizione dalla prima alla seconda tappa della rivoluzione. Ho ritenuto pertanto che la parola d’ordine fondamentale, il “compito del giorno”, dovesse essere così formulata in quel momento: “Operai, avete compiuto miracoli di eroismo proletario, popolare, nella guerra civile contro lo zarismo; dovete adesso compiere miracoli nell’organizzazione del proletariato e di tutto il popolo per preparare la vostra vittoria nella seconda fase della rivoluzione” (Pravda, n° 15)

In che cosa consiste la prima fase?

Nel passaggio del potere statale alla borghesia.

Prima della rivoluzione del febbraio-marzo 1917, il potere dello Stato apparteneva in Russia ad una vecchia classe, alla nobiltà terriera feudale capeggiata da Nicola Romanov.

Dopo questa rivoluzione il potere è passato ad un’altra classe, a una classe nuova, alla borghesia.

Il passaggio del potere statale, da una classe ad un’altra è il primo segno, il carattere principale, fondamentale, di una rivoluzione, sia nel senso rigorosamente scientifico che nel senso pratico-politico del termine.

Pertanto la rivoluzione borghese o democratico-borghese è già terminata in Russia.

Sentiamo levarsi qui la protesta dei contraddittori ai quali piace chiamarsi “vecchi bolscevichi”: non abbiamo sempre detto che la rivoluzione democratica borghese può essere portata a termine solo dalla “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini”? e la rivoluzione agraria, che è anch’essa democratica borghese, è forse terminata? non è invece un fatto che essa non è ancora cominciata?

Rispondo: le idee e le parole d’ordine dei bolscevichi sono state interamente confermate dalla storia nel loro insieme, ma in concreto le cose sono andate in maniera diversa da quanto io (o qualunque altro) potevo prevedere, si sono cioè svolte in modo più originale, peculiare e vario.

Ignorare, dimenticare questo fatto significherebbe porsi sul piano di quei “vecchi bolscevichi” che più d’una volta hanno avuto una triste funzione nella storia del nostro partito, ripetendo stolidamente una formula imparata a memoria invece di studiare quanto vi era di originale nella nuova e vivente realtà.

La “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” è già un fatto [*2] nella rivoluzione russa, poiché questa “formula” prevede soltanto un rapporto tra le classi, e non un’istituzione politica concreta che realizzi questo rapporto e questa collaborazione. Il “Soviet dei deputati degli operai e dei soldati” è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” già realizzata dalla vita.

Questa formula è ormai invecchiata. La vita l’ha trasferita dal regno delle formule in quello della realtà, le ha dato carne e sangue, l’ha concretata e per ciò stesso modificata.

All’ordine del giorno si pone adesso un compito diverso, un compito nuovo: la scissione, all’interno di questa dittatura, tra gli elementi proletari (antidifensisti, internazionalisti, “comunisti”, fautori del passaggio alla Comune) e gli elementi piccolo proletari o piccoloborghesi (Ckheidze, Tsereteli, Steklov, i socialisti-rivoluzionari e tutti gli altri difensisti rivoluzionari che avversano il movimento verso la Comune e propugnano l’ “appoggio” alla borghesia e al governo borghese).

Chi parla oggi soltanto della “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” è in ritardo sulla vita e di conseguenza è passato di fatto nel campo della piccola borghesia, contro la lotta di classe proletaria, e merita di essere relegato nell’archivio delle curiosità “bolsceviche” prerivoluzionarie (si potrebbe dire, nell’archivio dei “vecchi bolscevichi”).

La dittatura democratica del proletariato e dei contadini è già realizzata, ma in modo molto originale, con una serie di modificazioni della massima importanza. Ne parlerò specificamente in una delle mie prossime lettere. Per il momento basterà assimilare l’innegabile verità che il marxista deve tener conto della vita concreta, dei fatti precisi della realtà, e non abbarbicarsi alla teoria di ieri, che, come ogni teoria, indica nel migliore dei casi soltanto il fondamentale, il generale, si approssima soltanto a cogliere la complessità della vita.

“Grigia è la teoria, amico mio, ma verde è l’albero eterno della vita” [3].

Chi pone il problema del “compimento” della rivoluzione borghese alla vecchia maniera, sacrifica il marxismo vivente alla lettera morta.

La vecchia formula era: al dominio della borghesia può e deve seguire il dominio del proletariato e dei contadini, la loro dittatura.

Ma nella vita reale è già andata diversamente: si è avuto un intreccio estremamente originale, nuovo, senza precedenti dell’uno e dell’altro dominio. Infatti esistono, l’uno accanto all’altro, insieme, simulataneamente, e il dominio della borghesia (governo Lvov-Guckov) e la dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, che cede volontariamente il potere alla borghesia e si trasforma volontariamente in una sua appendice.

Non bisogna infatti dimenticare che nella pratica a Pietrogrado il potere è nelle mani degli operai e dei soldati e che contro di essi il nuovo governo non ricorre e non può ricorrere alla violenza, perché non esistono né una polizia né un esercito distinti dal popolo e neanche una burocrazia onnipotente al di sopra del popolo. Questo è un fatto. Un fatto che caratterizza appunto uno Stato del tipo della Comune di Parigi. Un fatto che non s’inquadra nei vecchi schemi. Bisogna saper adattare gli schemi alla vita e non ripetere parole prive ormai di senso sulla “dittatura del proletariato e dei contadini” in generale.

Esaminiamo la questione da un altro lato, per chiarirla meglio.

Il marxista non deve mai abbandonare il solido terreno dell’analisi dei rapporti di classe. Al potere c’è la borghesia. Ma i contadini non sono anch’essi una borghesia d’un altro strato, d’un altro genere, d’un altro carattere? Da che cosa si deduce che questo strato non può arrivare al potere “portando a termine” la rivoluzione democratica borghese? Perché questo sarebbe impossibile?

Così ragionano spesso i vecchi bolscevichi.

Rispondo che questo è perfettamente possibile. Ma il marxista, per valutare una situazione, deve procedere dal reale e non dal possibile.

Ora, la realtà ci addita il fatto che i deputati dei contadini e dei soldati, liberamente eletti, entrano liberamente nel secondo governo, nel governo collaterale, lo integrano, lo sviluppano e lo perfezionano liberamente, e, non meno liberamente, cedono il potere alla borghesia: fatto che non “contrasta” in alcun modo con la teoria marxista, perché noi abbiamo sempre saputo e indicato più volte che la borghesia rimane al potere non soltanto con la violenza, ma anche in virtù dell’incoscienza, dell’abitudinarismo, della passività e della disorganizzazione delle masse.

Ed è davvero ridicolo, dinanzi alla realtà di oggi, lasciar da parte i fatti e parlare delle “possibilità”.

è possibile che i contadini prendano tutte le terre e tutto il potere. Non solo non dimentico questa eventualità e non circoscrivo all’oggi il mio orizzonte, ma formulo esattamente e con chiarezza il programma agrario, tenendo conto di un nuovo fenomeno: l’approfondirsi della scissione tra gli operai agricoli e i contadini poveri, da una parte, e i contadini-proprietari, dall’altra.

Ma esiste anche una diversa possibilità: i contadini possono dare ascolto ai consigli del partito socialista-rivoluzionario, partito piccolo-borghese soggetto all’influenza dei borghesi e schierato nel campo dei difensisti, il quale raccomanda ai contadini di aspettare fino all’Assemblea costituente, benché sino ad oggi non sia stata fissata ancora nemmeno la data della sua convocazione! [*3]

è possibile che i contadini mantengano e prolunghino il compromesso con la borghesia, compromesso che hanno ora concluso non solo formalmente, ma anche di fatto attraverso i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati.

Le possibilità sono diverse. Sarebbe un gravissimo errore dimenticare il movimento e il programma agrario. Ma sarebbe un errore non meno grave dimenticare la realtà, che ci addita l’esistenza di un accordo o, per usare un’espressione più esatta, meno giuridica, più economico-classista, l’esistenza di una collaborazione di classe tra la borghesia e i contadini.

Quando questo fatto cesserà di essere un fatto, quando i contadini si separeranno dalla borghesia, s’impadroniranno della terra contro di essa e prenderanno il potere contro di essa, allora avrà inizio una nuova fase della rivoluzione democratica borghese, della quale tratteremo a parte.

Il marxista che, di fronte all’eventualità di questa fase futura, dimentichi i suoi doveri di oggi, del momento in cui i contadini si accordano con la borghesia, diventerebbe un piccolo borghese. Di fatto predicherebbe al proletariato la fiducia nella piccola borghesia (“questa piccola borghesia, questa popolazione contadina, deve separarsi dalla borghesia nel quadro stesso della rivoluzione democratica borghese”). La “possibilità” di un avvenire dolce e gradevole, in cui i contadini non saranno più a rimorchio della borghesia e in cui i socialisti-rivoluzionari, Ckheidze, Tsereteli, Steklov, non saranno più un’appendice del governo borghese, la “possibilità” di questo gradevole avvenire gli farebbe dimenticare lo sgradevole presente, in cui i contadini sono ancora a rimorchio della borghesia e in cui i socialisti-rivoluzionari e i socialdemocratici sono ancora un’appendice del governo borghese, l’opposizione di “sua maestà” [4] Lvov.

Questo ipotetico personaggio rassomiglierebbe ad un mellifluo Louis Blanc, a un dolciastro kautskiano, ma in nessun caso ad un marxista rivoluzionario.

Non si rischia però di cadere nel soggettivismo quando si desidera “saltare” dalla rivoluzione democratica borghese ancora incompiuta – che non ha superato il movimento contadino – alla rivoluzione socialista?

Se dicessi: “Niente zar, ma un governo operaio[5], incorrerei in questo pericolo. Ma io non dico questo, dico tutt’altra cosa, dico che non vi può essere in Russia altro governo (escluso il governo borghese) se non i Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei soldati e dei contadini. Dico che oggi in Russia il potere può passare da Guckov e Lvov soltanto a questi Soviet, nei quali predominano appunto i contadini, i soldati, predomina la piccola borghesia, per usare un termine marxista, scientifico, per usare una definizione di classe e non un’espressione corrente, filistea e puramente professionale.

Nelle mie tesi mi sono ben premunito contro ogni tentativo di saltare al di sopra del movimento contadino o piccolo-borghese in generale, che non ha ancora esaurito tutte le sue possibilità, contro ogni tentativo di giocare alla “presa del potere” da parte di un governo operaio, contro ogni avventura blanquista, perché mi sono richiamato espressamente all’esperienza della Comune di Parigi. E quell’esperienza, come è noto e come Marx ha esaurientemente dimostrato nel 1871 e Engels nel 1891 [6], escluse del tutto il blanquismo, garantì il dominio diretto, immediato e incondizionato della maggioranza e l’iniziativa delle masse soltanto nella misura in cui questa massa intervenne coscientemente.

Nelle mie tesi ho ricondotto tutto, nel modo più esplicito, alla lotta per l’influenza all’interno dei Soviet dei deputati degli operai, dei salariati agricoli, dei contadini e dei soldati. E, per non lasciare in proposito nemmeno l’ombra di un dubbio, nelle tesi ho sottolineato due volte la necessità di un lavoro di “spiegazione”, paziente e tenace, che “si conformi ai bisogni pratici delle masse“.

Gli ignoranti o i rinnegati del marxismo, come il signor Plekhanov e i suoi simili, possono gridare all’anarchia, al blanquismo, ecc. Chi vuole invece riflettere e imparare non può non capire che il blanquismo è la presa del potere da parte di una minoranza, mentre i Soviet dei deputati operai, ecc., sono notoriamente l’organizzazione diretta e immediata della maggioranza del popolo. Un’azione ricondotta alla lotta per assicurare la propria influenza all’interno dei Soviet non può, non può assolutamente, portare nel pantano del blanquismo. E non può condurre neanche sul pantano dell’anarchismo, poiché l’anarchismo è la negazione della necessità dello Stato e del potere statale nel periodo di transizione dal dominio della borghesia al dominio del proletariato. Io sostengo invece, con una chiarezza che esclude qualsiasi possibilità di malinteso, la necessità dello Stato in questo periodo, però, d’accordo con Marx e con l’esperienza della Comune di Parigi, non di uno Stato parlamentare borghese ordinario, ma di uno Stato senza esercito permanente, senza una polizia opposta al popolo, senza una burocrazia posta al di sopra del popolo.

Se il signor Plekhanov, nel suo Edinstvo, grida con tutte le sue forze all’anarchia, non fa che dare ancora una prova della sua rottura con il marxismo. Alla mia sfida, pubblicata nella Pravda, a dirci che cosa Marx ed Engels hanno insegnato riguardo allo Stato, nel 1871, nel 1872 e nel 1875, il signor Plekhanov è e sarà sempre costretto a replicare col silenzio sull’importanza della questione e con strepiti degni di un borghese esasperato.

L’ex marxista signor Plekhanov non ha compreso affatto la teoria marxista dello Stato. I germi di questa incomprensione sono visibili del resto nella sua incomprensione sono, del resto, visibili nel suo opuscolo in tedesco sull’anarchismo [7].

 

* * * * *

 

Vediamo ora come il compagno Iu. Kamenev, in una nota pubblicata nel n° 27 della Pravda, formuli i suoi dissensi dalle mie tesi e dalle opinioni espresse sopra. Questo ci aiuterà a chiarirle ulteriormente.

“Quanto allo schema generale del compagno Lenin – scrive il compagno Kamenev – lo riteniamo inaccettabile, perché muove dalle premesse che la rivoluzione democratica borghese è conclusa e fa assegnamento sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione in rivoluzione socialista…”

Vi sono qui due errori gravi.

Primo. Il problema della “conclusione” della rivoluzione democratica borghese è mal posto. Se ne dà infatti un’impostazione astratta, semplicistica e, se così si può dire, monocromatica, che non corrisponde alla realtà oggettiva. Chiunque imposti così la questione, chiunque si domandi oggi se la rivoluzione democratica borghese è “conclusa” e si limiti soltanto a questo, si priva della possibilità stessa di capire una realtà eccezionalmente complessa e, quanto meno, “bicromatica”. Questo nella teoria. Nella pratica, poi, egli capitola miserevolmente dinanzi al rivoluzionarismo piccolo-borghese.

In effetti, la realtà ci mostra tanto il passaggio del potere alla borghesia (“conclusione” di una rivoluzione democratica borghese di tipo abituale) quanto l’esistenza, accanto al governo effettivo, di un governo collaterale, che è la “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini”. Questo “secondo governo” ha ceduto esso stesso il potere alla borghesia e si è legato da sé al governo borghese.

La formula vetero-bolscevica del compagno Kamenev, “la rivoluzione democratica borghese non è conclusa”, abbraccia forse questa realtà?

No, questa formula è invecchiata. Non serve più a niente. è morta. E invano si cercherà di resuscitarla.

Secondo. Una questione pratica. Non sappiamo se oggi in Russia può ancora esistere una forma particolare di “dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini” distaccata dal governo borghese. Ma non si può fondare la tattica marxista sull’ignoto.

Del resto, se questa forma può ancora esistere, non c’è che una via, e una sola, per giungervi: gli elementi proletari, comunisti, devono separarsi, immediatamente, in modo risoluto e irrevocabile, dagli elementi piccolo-borghesi.

Perché?

Perché tutta la piccola borghesia si orienta necessariamente, e non per caso, verso lo sciovinismo (= difensismo), verso l’ “appoggio” alla borghesia, verso la sottomissione alla borghesia, per timore di smarrirsi senza di essa, ecc., ecc.

Come “spingere” la piccola borghesia al potere, se essa oggi, pur avendone la possibilità, non vuole prenderlo?

Soltanto con la separazione del partito proletario, comunista, soltanto con la lotta di classe proletaria, libera dalla timidezza di questi piccoli borghesi. Soltanto la coesione dei proletari, che sono liberi nei fatti e non a parole dall’influenza della piccola borghesia, potrà rendere così “scottante” il terreno sotto i piedi della piccola borghesia che essa, in date circostanze, sarà costretta a prendere il potere. Non è da escludere che Guckov e Miliukov – sia pure in date circostanze – siano favorevoli al potere totale e unico di Ckheidze, di Tsereteli, dei socialisti-rivoluzionari, di Steklov, poiché costoro sono, dopo tutto, dei “difensisti“!

Chi separa sin da oggi, in modo immediato e irrevocabile gli elementi proletari dei Soviet (cioè il partito proletario, comunista) dagli elementi piccolo-borghesi esprime giustamente gli interessi del movimento nei due casi possibili: cioè sia nel caso in cui la Russia giunga ancora ad una “dittatura del proletariato e dei contadini” peculiare, autonoma, non subordinata alla borghesia; sia nel caso in cui la piccola borghesia non riesca a staccarsi dalla borghesia e rimanga eternamente (cioè sino al socialismo) esitante tra essa e noi.

Chiunque si ispiri nella sua azione alla semplice formula secondo cui “la rivoluzione democratica borghese non è conclusa” si rende in qualche modo garante che la piccola borghesia è forse capace di rendersi indipendente dalla borghesia. E per ciò stesso capitola miserevolmente, nel momento attuale, dinanzi alla piccola borghesia.

A tal proposito, non sarà inutile ricordare che, riguardo alla “formula” della dittatura del proletariato e dei contadini, già nelle Due tattiche (1905) sottolineavo specificatamente (cfr. p. 435 di Dodici anni):

“La dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini, come tutto ciò che esiste nel mondo, ha un passato ed un avvenire. Il suo passato è l’autocrazia, la servitù della gleba, la monarchia, il privilegio […] Il suo avvenire è la lotta contro la proprietà privata, è la lotta del salariato contro il padrone, è la lotta per il socialismo”.

Il compagno Kamenev commette l’errore di considerare, ancora nel 1917, soltanto il passato della dittatura democratica rivoluzionaria del proletariato e dei contadini. Ma, in realtà, per essa è già cominciato l’avvenire, perché gli interessi e la politica dell’operaio salariato e del piccolo proprietario sono di fatto divergenti e divergono, per giunta, su una questione capitale come quella del “difensismo” e dell’atteggiamento verso la guerra imperialistica.

Vengo così al secondo errore contenuto nella citata argomentazione del compagno Kamenev. Egli mi rimprovera di “far assegnamento” nel mio schema “sull’immediata trasformazione di questa rivoluzione (democratica borghese) in rivoluzione socialista”.

è falso. Non solo non “faccio assegnamento” sulla “immediata trasformazione” della nostra rivoluzione in rivoluzione socialista, ma, anzi, metto in guardia esplicitamente contro di essa e nella tesi n° 8 affermo espressamente: “… il nostro compito immediato non è l’ “instaurazione” del socialismo…”

Non è forse evidente che chi faccia assegnamento sulla trasformazione immediata della nostra rivoluzione in rivoluzione socialista non potrebbe insorgere contro il compito immediato dell’instaurazione del socialismo?

Ma non è tutto. In Russia è impossibile instaurare “immediatamente” anche uno “Stato-Comune” (cioè uno Stato organizzato secondo il tipo della Comune di Parigi), perché a tal fine è necessario che la maggioranza dei deputati di tutti i Soviet (o della maggior parte di essi) prenda chiara coscienza del carattere profondamente erroneo e dannoso della politica e della tattica dei socialisti-rivoluzionari, di Ckheidze, Tsereteli, Steklov, ecc.. E io ho dichiarato nel modo più preciso che in questo campo “faccio assegnamento” soltanto su un lavoro “paziente” (ma bisogna essere pazienti per giungere ad un mutamento che si può realizzare “immediatamente”?) di chiarificazione!

Il compagno Kamenev si è agitato con una certa “impazienza” e ha ripetuto il pregiudizio borghese che la Comune di Parigi intendeva instaurare “immediatamente” il socialismo. No, non è così. Purtroppo, la Comune è stata troppo lenta nell’instaurare il socialismo. La reale sostanza della Comune non è là dove la cercano di solito i borghesi, ma è nella creazione di un tipo speciale di Stato. Uno Stato di questo tipo è già nato in Russia ed è nato con i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati!

Il compagno Kamenev non ha riflettuto sul fatto che i Soviet esistono, sul loro significato, sulla loro identità, per tipo e carattere politico-sociale, con lo Stato della Comune, e, invece di studiare questo fatto, si è messo a parlare di ciò su cui io farei “assegnamento” come sull’avvenire “immediato”. Così, sfortunatamente, ha finito per riprendere un metodo usato da molti borghesi invece di domandarsi che cosa sono i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, se sono un tipo superiore rispetto alla repubblica parlamentare, se sono più utili al popolo, più democratici, più adatti alla lotta, per esempio, contro la carestia, ecc., invece di porsi questa questione essenziale, reale, che la vita mette all’ordine del giorno, ha deviato l’attenzione su una questione vuota, pseudoscientifica, senza un contenuto concreto, aridamente professorale, sulla questione del “fare assegnamento sulla trasformazione immediata”.

Questione vuota e mal posta. Io faccio “assegnamento” solo ed esclusivamente sul fatto che gli operai, i soldati e i contadini risolveranno meglio dei funzionari e della polizia i difficili problemi pratici dell’aumento della produzione del grano, della sua migliore ripartizione, del migliore approvvigionamento dei soldati, ecc., ecc.

Sono profondamente convinto che i Soviet dei deputati degli operai e dei soldati meglio e più rapidamente della repubblica parlamentare (ad una prossima lettera un confronto più minuzioso tra questi due tipi di Stato) applicheranno nella vita l’iniziativa autonoma delle masse popolari. Essi decideranno meglio, in modo più pratico e giusto, come e quali passi si possono compiere verso il socialismo. Il controllo delle banche, la fusione di tutte le banche in una banca unica non sono ancora il socialismo, ma un passo verso il socialismo. Gli junker e i borghesi stanno oggi compiendo in Germania passi di questo genere contro il popolo. Li farà molto meglio domani, in favore del popolo, il Soviet dei deputati degli operai e dei soldati, se avrà nelle sue mani tutto il potere dello Stato.

Che cosa costringe a compiere questi passi?

La fame. Il dissesto dell’economia. La catastrofe imminente. Gli orrori della guerra. Le terribili ferite inferte dalla guerra all’umanità.

Il compagno Kamenev conclude la sua nota affermando che “spera di far prevalere in un’ampia discussione il suo punto di vista come il solo accettabile per la socialdemocrazia rivoluzionaria, se essa vuole e deve restare sino in fondo il partito delle masse rivoluzionarie del proletariato e non trasformarsi in un gruppo di propagandisti comunisti”.

Mi sembra che queste parole rivelino una valutazione profondamente sbagliata della situazione attuale. Il compagno Kamenev oppone il “partito delle masse” al “gruppo dei propagandisti”. Ma proprio oggi le “masse” sono intossicate dal difensismo “rivoluzionario”. Non sarebbe allora meglio per gli internazionalisti sapersi opporre in questo momento all’intossicazione “di massa” invece di “voler restare” con le masse, cedendo al contagio generale? Non abbiamo visto gli sciovinisti, in tutti i paesi belligeranti d’Europa, giustificarsi con il desiderio di “restare con le masse”? Non è nostro dovere saper rimanere per un certo tempo in minoranza contro l’intossicazione “di massa”? E il lavoro di propaganda non è proprio nel momento attuale il fattore più importante per depurare la linea proletaria dall’intossicazione difensistica e piccolo-borghese delle “masse”? Proprio la fusione delle masse proletarie e non proletarie, senza distinzione di classe nel loro seno, è stata una delle condizioni dell’epidemia del difensismo. Parlare con disprezzo del “gruppo di propagandisti” della linea proletaria è, forse, poco opportuno.

 

Note

1. Le Tesi d’Aprile.

*1. Ripubblico queste tesi, con brevi note esplicative, dal n° 26 della Pravda in appendice alla presente lettera.

2. Si veda la lettera di F. Engels a F. Sorge del 29 novembre 1886.

*2. In una certa forma e fino ad un certo punto.

3. Sono parole di Mefistofele dal Faust di Goethe.

*3. Per evitare che le mie parole siano fraintese, dirò subito, anticipando un po’, che sono senza riserve favorevole che i Soviet dei salariati agricoli e dei contadini si impadroniscano immediatamente di tutta la terra, mantenendo però rigorosamente essi stessi l’ordine e la disciplina, impedendo il benché minimo deterioramento delle macchine, degli stabili, del bestiame, senza disorganizzare in nessun caso la coltivazione e produzione dei cereali, che devono essere intensificate, perché ai soldati occorre il doppio di pane e la popolazione non deve soffrire la fame.

4. L’espressione “l’opposizione di sua maestà” appartiene a P. Miliukov, capo del partito cadetto, il quale dichiarò il 9 giungo (2 luglio) 1909 a colazione dal sindaco di Londra: “… finché in Russia esiste la camera legislativa che controlla il bilancio, l’opposizione russa rimarrà un’opposizione di sua maestà e non a sua maestà”.

5.Niente zar, ma un governo operaio“, una parola d’ordine antibolscevica lanciata per la prima volta dal Parvus nel 1905. Questa parola d’ordine era una delle tesi principali della “teoria” della rivoluzione permanente di Trotsky: rivoluzione senza contadini. La teoria di Trotsky si contrapponeva alla teoria leninista della trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista con il proletariato quale egemone del movimento di tutto il popolo.

6. Si veda K. Marx, La guerra civile in Francia. Indirizzo del Consiglio generale dell’associazione Internazionale degli operai e F. Engels, Introduzione all’opera di K. Marx La guerra civile in Francia.

7. Lenin fa allusione allo scritto di G. Plekhanov Anarchismus und Sozialismus, pubblicato per la prima volta a Berlino nel 1894.

Scritta tra l'8 e il 13 (21 e 26) aprile 1917
 Pubblicata in opuscolo per le edizioni "Pribol", Pietrogrado, nell'aprile 1917
 Trascritta da mishu, Dicembre 1999 

Ideologia Tedesca – K. Marx F. Engels

Dal secondo capitolo:

112-8

“… e inoltre che ogni classe la quale aspiri al dominio, anche quando, come nel caso del proletariato, il suo dominio implica il superamento di tutta la vecchia forma della società e del dominio in genere, deve dapprima conquistarsi il potere politico per rappresentare a sua volta il suo interesse come l’universale, essendovi costretta in un primo momento. Appunto perché gli individui cercano soltanto il loro particolare interesse, che per loro non coincide col loro interesse collettivo, questo viene imposto come un interesse « generale», anch’esso a sua volta particolare e specifico, ad essi « estraneo » e da essi« indipendente», o gli stessi individui devono muoversi in questo dissidio, come nella democrazia. Giacché d’altra parte anche la lotta pratica di questi interessi particolari che sempre si oppongono realmente agli interessi collettivi e illusoriamente collettivi rende necessario l’intervento pratico e l’imbrigliamento da parte dell’interesse «generale» illusorio sotto forma di Stato. Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, determinata nella divisione del lavoro, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria ma naturale, non come il loro proprio potere unificato, ma come una potenza estranea, posta al di fuori di essi, della quale essi non sanno donde viene e dove va, che quindi non possono più dominare e che al contrario segue una sua propria successione di fasi e di gradi di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e anzi dirige questo volere e agire.

Questa « estraniazione »; per usare un termine comprensibile ai filosofi, naturalmente può essere superata soltanto sotto due condizioni pratiche. Affinché essa diventi un potere «insostenibile», cioè un potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria, occorre che essa abbia reso la massa dell’umanità affatto « priva di proprietà » e l’abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, due condizioni che presuppongono un grande incremento della forza produttiva, un alto grado del suo sviluppo; e d’altra parte questo sviluppo delle forze produttive (in cui è già implicita l’esistenza empirica degli uomini sul piano della storia universale, invece che sui piano locale) è un presupposto pratico assolutamente necessario anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria e quindi col bisogno ricomincerebbe anche il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia merda, e poi perché solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi relazioni universali fra gli uomini, ciò che da una parte produce il fenomeno della massa « priva di proprietà » contemporaneamente in tutti i popoli (concorrenza generale), fa dipendere ciascuno di essi dalle rivoluzioni degli altri, e infine sostituisce agli individui locali individui inseriti nella storia universale, individui empiricamente universali. Senza di che

1) il comunismo potrebbe esistere solo come fenomeno locale,

2) le stesse potenze dello scambio non si sarebbero potute sviluppare come potenze universali, e quindi insostenibili, e sarebbero rimaste « circostanze » relegate nella superstizione domestica,

3) ogni allargamento delle relazioni sopprimerebbe il comunismo locale.

Il comunismo è possibile empiricamente solo come azione dei popoli dominanti tutti in «una volta » e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che il comunismo implica. Altrimenti, per esempio, come avrebbe potuto la proprietà avere una storia qualsiasi, assumere forme diverse, e la proprietà fondiaria, a seconda dei diversi presupposti esistenti, spingere in Francia dalla suddivisione parcellare alla concentrazione in poche mani, e in Inghilterra dalla concentrazione in poche mani alla suddivisione parcellare, come oggi accade realmente? Ovvero come avviene che il commercio, il quale pur non è altro che lo scambio dei prodotti di individui e paesi diversi, attraverso il rapporto di domanda e di offerta domina il mondo intero — un rapporto che, come dice un economista inglese, simile all’antico fato sovrasta la terra e con mano invisibile ripartisce fortuna e disgrazia fra gli uomini, edifica e distrugge regni, fa sorgere e scomparire popoli — mentre con l’abolizione della base, la proprietà privata, con l’ordinamento comunistico della produzione e con la conseguente eliminazione di quell’estraneità che impronta le relazioni degli uomini con il loro proprio prodotto, la potenza del rapporto di domanda e di offerta si dilegua e gli uomini riprendono in loro potere lo scambio, la produzione, il modo del loro reciproco comportarsi?

Il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esistente.

D’altronde la massa di semplici operai — forza lavorativa privata in massa del capitale o di qualsiasi limitato soddisfacimento — e quindi anche la perdita non più temporanea di questo stesso lavoro come fonte di esistenza assicurata, presuppone, attraverso la concorrenza, il mercato mondiale. Il proletariato può dunque esistere soltanto sul piano della storia universale, così come il comunismo, che è la sua azione, non può affatto esistere se non come esistenza « storica universale ». Esistenza storica universale degli individui, cioè esistenza degli individui che è legata direttamente alla storia universale.

La forma di relazioni determinata dalle forze produttive esistenti in tutti gli stadi storici finora succedutisi, e che a sua volta le determina, è la società civile, la quale, come già risulta da quanto precede, ha come presupposto e fondamento la famiglia semplice e la famiglia composta, il cosiddetto ordinamento tribale, e nei suoi particolari è stata definita più sopra. Qui già si vede che questa società civile è il vero focolare, il teatro di ogni storia, e si vede quanto sia assurda la concezione della storia finora corrente, che si limita alle azioni di capi e di Stati e trascura i rapporti reali. La società civile comprende tutto il complesso delle relazioni materiali fra gli individui all’interno di un determinato grado di sviluppo delle forze produttive. Essa comprende tutto il complesso della vita commerciale e industriale di un grado di sviluppo e trascende quindi lo stato e la nazione, benchè, d’altra parte debba nuovamente affermarsi verso l’esterno come nazionalità e organizzarsi verso l’interno come Stato. Il termine società civile sorse nel secolo diciottesimo quando i rapporti di proprietà si erano già fatti strada fuori dal tipo di comunità antico medievale. La società civile come tale comincia a svilupparsi con la borghesia; tuttavia l’organizzazione sociale sviluppatasi immediatamente dalla produzione e dagli scambi, la quale forma in tutti i tempi la base dello stato e di ogni sovrastruttura idealistica, continua ad essere chiamata con lo stesso nome.”

Le terre pubbliche non si svendono!

Ospitiamo il comunicato del Comitato “Umbria Terra Sociale” a proposito della prossima asta pubblica per la vendita di 11 lotti di terreno.

977423_140999826089618_524552588_oTre anni or sono di fronte alla paventata possibilità, seguita al disastroso riordino delle Comunità Montane, di svendita del patrimonio regionale umbro (fatto principalmente di casali e terreni boscati) per fare cassa, su iniziativa di diversi soggetti si è costituito il Comitato “Umbria Terra Sociale” (https://www.facebook.com/UmbriaTerraSociale/?fref=ts) che aveva come obiettivi il blocco della vendita e la costruzione di un percorso, seppur parziale, anticrisi, che consentisse l’utilizzo di quelle terre per un agricoltura di qualità e per la creazione di posti di lavoro. Si tentò di ragionare attorno alla possibilità di costruire un “Banco della Terra”, cui far conferire tutti i beni per poi assegnarli tramite bandi di evidenza pubblica diminuendo il carico degli investimenti per questi progetti di nuovi insediamenti. La proprietà dei beni avrebbe dovuto rimanere pubblica ed i progetti avrebbero dovuto contenere elementi di restituzione di valore sociale al pubblico visto le possibilità di utilizzo dei beni. Si discuteva di accesso alla terra per giovani e disoccupati.

Altro presupposto importante era la possibilità per i piccoli produttori, ovviamente non soltanto per chi avesse avuto accesso alle terre pubbliche, di non dover sottostare a regolamentazioni adatte per i grandi produttori, prima per un problema di costi e poi per una questione di tipicità dei prodotti, si può produrre in modo salubre senza che questo impedisca di ricavare un minimo reddito dal proprio lavoro.

Con queste premesse abbiamo organizzato una serie di incontri territoriali e di scambi tra i diversi soggetti partecipanti e i nostri rappresentanti in Regione che hanno visto il Consiglio Regionale dell’Umbria approvare la legge 37/2014 (a firma Oliviero Dottorini (Idv), Damiano Stufara (Prc), Fausto Galanello e Luca Barberini (Pd)) in data 25 marzo 2014. Da quel dì è iniziata un’altra partita per l’approvazione del regolamento. La partita era, oggi come allora, tra chi riteneva utile destinare in prima battuta e sottolineo in prima battuta le terre pubbliche a questo scopo, e chi preferiva contabilizzarle ed inserirle a bilancio ed a quel punto venderle. Esperti e tecnici hanno provato a spiegarci che quel che volevamo non si poteva fare tecnicamente, ma siamo andati avanti con tenacia e in data 18 marzo 2015 (sì, un anno dopo) il regolamento è stato approvato in Commissione e predisposto per l’approvazione da parte della Giunta Regionale.

Ci sono state le elezioni regionali e abbiamo avuto in dote una giunta monocolore del PD, scopriamo dai giornali che in data 29 settembre invece che l’approvazione del regolamento si terrà un’asta pubblica per la vendita di 11 lotti. Pur essendo una Giunta in continuità con la precedente nessuno ha pensato di convocare il Comitato ancora attivo per discutere delle intenzioni della Regione che fa della semplificazione e della trasparenza, della partecipazione dei cittadini le proprie bandiere.

Augurandoci che l’asta vada deserta (c’è anche il forte rischio di svendita del patrimonio), invitiamo la Regione a riconvocarci ed approvare il regolamento attuativo della legge 37/2014 in tutte le sue parti e cioè sia quella relativo all’accesso alla terra, sia quello relativo alla commercializzazione.

Ho l’impressione che ci sia più impegno da parte della Regione nel perseguire chi non commette reato ed ha diritto a costruirsi un reddito dal proprio lavoro coltivando, trasformando e commercializzando prodotti ad alto valore di tipicità, che nel non svendere il patrimonio pubblico a chi ha sufficiente capitale per comprare e non deve rendere conto a nessuno di come quei terreni pubblici verranno utilizzati.

Le terre pubbliche sono un bene comune, impediamone la vendita!

EPIGRAFE – GENOVA 2001

Requiescat In Pacem

Gli anniversari danno da pensare, io non credo fu uno spartiacque ne che quella tre giorni, con gli episodi che la caratterizzarono siano stati la causa degli avvenimenti successivi. Penso però che già da prima e soprattutto successivamente ci siamo arresi. Non di botto, ma progressivamente abbiamo rinunciato all’idea di sovvertire la società, già allora parlavamo di mondi possibili più che di rivoluzione, i germi della resa erano in noi prima che ci arrendessimo si potrebbe dire: quelle contaminazioni che alcuni videro con favore contenevano in realtà alcuni elementi strutturali di rinuncia. Non c’era forse allora, ma si è sviluppata negli anni successivi invece l’accettazione di un nuovo ruolo, abbiamo imparato a svolgere un nuovo compito da quel dì, siamo diventati i nuovi cani da guardia del sistema, sempre pronti ad analizzare, contestualizzare, sottolineare, approfondire, ragionare, ribadire, puntualizzare, precisare, stigmatizzare e questo nuovo compito lo svolgiamo benissimo.

Sanni Mezzasoma – Comunista