La direttiva N.16 di Luigi Longo

La manutenzione della resistenza.

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Il 10 aprile 1945 la Direzione del partito comunista italiano dell’Italia occupata, guidata da Luigi Longo, dirama la direttiva insurrezionale n. 16
con Alexander Hobel
Repertorio
– 2 frammenti di un’intervento di Luigi Longo in cui rievoca il ruolo del Partito Comunista Italiano durante la Resistenza, tratto da una registrazione del GR dell’8/09/1963 (Archivi Rai)
– un frammento del film Achtung Banditi, diretto da Carlo Lizzani, 1951
– un frammento del film Quaranta giorni di libertà, diretto da Leandro Castellani, 1974, Prodotto dalla RAI
– intervista a Luigi Longo tratta da I giorni dell’insurrezione  trasmessa dalla RAI il 25  aprile 1977
Brano musicale
-Bella Ciao, Tony Coe
-La Brigata Garibaldi, canta Giovanna Daffini accompagnandosi con la chitarra. Al violino: Vittorio Carpi. Reg. di Gianni Bosio e Roberto Leydi, Modena, 6 giugno 1963. – See more at: http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-51ad3229-9c66-4388-8f21-4d5263fb6295.html#sthash.mdlEduzi.dpuf

Per Marx – 1972 L. Althusser

Propongo di accettare le definizioni che seguono a titolo di approssimazioni preliminari. Per pratica intenderemo generalmente ogni processo di trasformazione di una determinata materia prima data in un determinato prodotto, trasformazione effettuata da un determinato lavoro umano facendo uso di determinati mezzi (di « produzione »). In ogni pratica così concepita, il momento (o l’elemento) determinante del processo non è né la materia prima né il prodotto, ma la pratica in senso stretto: il momento stesso del lavoro di trasformazione, che mette in opera, in una struttura specifica, uomini, mezzi e una data tecnica d’impiego dei mezzi. Questa definizione generale della pratica include in sé la possibilità della particolarità: esistono pratiche diverse, realmente distinte, benché appartenenti organicamente a una stessa totalità complessa. La « pratica sociale », unità complessa delle pratiche esistenti in una determinata società, comporta così un elevato numero di pratiche distinte. Questa unità complessa della « pratica sociale » è strutturata, vedremo come, in modo che la pratica determinante in ultima istanza è la pratica di trasformazione della natura (materia prima) data in prodotti d’uso mediante l’attività degli uomini esistenti che lavorano con l’impiego metodicamente regolato di determinati mezzi di produzione, nel quadro di determinati rapporti di produzione. Oltre la produzione, la pratica sociale comporta altri livelli essenziali: la pratica politica — che, nei partiti marxisti, non è piu spontanea ma organizzata sulla base della teoria scientifica del materialismo storico e trasforma la sua materia prima — i rapporti sociali — in un determinato prodotto (nuovi rapporti sociali); la pratica ideologica (l’ideologia, sia religiosa, politica, morale, giuridica o artistica, trasforma anch’essa il suo oggetto: la « coscienza » umana); e infine la pratica teorica. Non sempre viene presa sul serio l’esistenza dell’ideologia come pratica: eppure questo riconoscimento preliminare è la condizione indispensabile di ogni teoria dell’ideologia. Piu raramente ancora viene presa sul serio l’esistenza di una pratica teorica: eppure questa è una precondizione indispensabile alla comprensione di ciò che è, per il marxismo, la teoria stessa e i suoi rapporti con la « pratica sociale ». Qui una seconda definizione: per teoria intenderemo dunque, sotto questo aspetto, una forma specifica della pratica , appartenente anch’essa all’unità complessa della « pratica sociale » di una determinata società umana. La pratica teorica rientra nella definizione generale della pratica. Essa lavora su una materia prima (rappresentazioni, concetti, fatti) che le viene fornita da altre pratiche, sia « empiriche » sia « tecniche » sia « ideologiche ». Nella forma più generale, la pratica teorica non comprende soltanto la pratica teorica scientifica, ma anche la pratica teorica prescientifica, ossia « ideologica » (le forme di conoscenza costituenti la preistoria di una scienza e le loro « filosofie »). La pratica teorica di una scienza si distingue sempre nettamente dalla pratica teorica ideologica della sua preistoria: questa distinzione prende la forma di una discontinuità « qualitativa » teorica e storica, che possiamo designare assieme a Bachelard, con il termine di « taglio » o « rottura epistemologica ». Non è il caso di trattare qui della dialettica che è all’opera nell’avvento di questa « rottura »: ossia del lavoro specifico di trasformazione teorica che la instaura in ciascun caso, che fonda una scienza distaccandola dall’ideologia del suo passato e rivelando questo passato come ideologico. Per limitarci al punto che interessa la nostra analisi, ci porremo già al di là della « rottura », dentro la scienza costituita, e converremo allora le seguenti denominazioni: chiameremo teoria ogni pratica teorica di carattere scientifico. Chiameremo « teoria » (tra virgolette) il sistema teorico determinato di una scienza reale (i suoi concetti fondamentali, nella loro unità più o meno contraddittoria, in un determinato momento), per esempio: la teoria della gravitazione universale, la meccanica ondulatoria ecc. o anche la « teoria » del materialismo storico. Nella sua « teoria » ogni particolare scienza riflette nell’unità complessa dei concetti (unità d’altronde sempre più o meno problematica) i risultati, fattisi condizioni e mezzi, della propria pratica teorica. Chiameremo Teoria (con la maiuscola) la teoria generale, ossia la Teoria della pratica in generale, elaborata anch’essa a partire dalla Teoria delle pratiche teoriche esistenti (delle scienze) che trasformano in « conoscenze » (verità scientifiche) il prodotto ideologico delle pratiche « empiriche » (l’attività concreta degli uomini) esistenti. Questa Teoria è la dialettica materialista che è una cosa sola con il materialismo dialettico. Tutte queste definizioni sono necessarie per potere dare all’interrogativo: « a che cosa ci serve enunciare teoricamente una soluzione esistente già allo stato pratico? » una risposta teoricamente fondata. Quando Lenin dice « senza teoria, niente azione rivoluzionaria », parla di una data « teoria », quella della scienza marxista dello sviluppo delle formazioni sociali (materialismo storico). Questa frase si trova in Che farei, dove Lenin prende in esame i provvedimenti organizzativi e gli obiettivi del partito socialdemocratico russo nel 1902. Egli lotta allora contro la politica opportunista a rimorchio della « spontaneità » delle masse, che egli vuole invece trasformare in una pratica rivoluzionaria basata sulla « teoria » ossia sulla scienza (marxista) dello sviluppo della formazione sociale considerata (la società russa del tempo). Ma formulando questa tesi, Lenin fa di piu di quel che non dice: ricordando alla pratica politica marxista la necessità della « teoria » che la fonda, enuncia in realtà una tesi che interessa la Teoria, ossia la Teoria della pratica in generale: la dialettica materialista. In questo doppio senso la teoria è necessaria alla pratica. La « teoria » è necessaria alla propria pratica direttamente; inoltre il rapporto esistente tra una « teoria » e la propria pratica interessa anche, nella misura in cui si stabilisce e a condizione di essere pensato e formulato, la Teoria generale stessa (la dialettica) in cui viene espressa teoricamente l’essenza della pratica teorica in generale, e attraverso questa l’essenza della pratica in generale, e attraverso questa l’essenza delle trasformazioni, del « divenire » delle cose in generale. Se ritorniamo al nostro problema: l’enunciazione teorica di una soluzione pratica, noteremo che concerne la Teoria, ossia la dialettica. L’enunciazione teorica esatta della dialettica interessa prima di tutto le pratiche stesse in cui la dialettica materialista è operante: infatti queste pratiche (« teoria » e politica marxiste) hanno bisogno, nel loro sviluppo, del concetto della loro pratica (ossia della dialettica) per non trovarsi disarmate di fronte alle forme qualitativamente nuove di questo sviluppo (situazioni nuove, nuovi « problemi »), o per evitare possibili cadute o ricadute nelle varie forme d’opportunismo, teorico e pratico. Queste « sorprese » e queste deviazioni, imputabili in ultima analisi a « errori ideologici », ossia a una « defaillance » teorica, costano sempre care, se non carissime. Ma la Teoria è essenziale anche alla trasformazione di quelle discipline in cui non esiste ancora una vera pratica teorica marxista. Nella maggior parte di esse, il problema non è « stato regolato » come lo è nel Capitale. La pratica teorica marxista dell’epistemologia, della storia delle scienze, della storia delle ideologie, della storia della filosofia, della storia dell’arte, deve ancora in gran parte essere elaborata. Non che in questi campi non vi siano marxisti che lavorano e che hanno acquisita una grande esperienza reale, ma essi non hanno alle spalle l’equivalente del Capitale e della pratica rivoluzionaria marxista di tutto un secolo. La loro pratica è in gran parte davanti a loro , ancora da elaborare, se non da creare, ossia da impostare su basi teoricamente giuste, affinché corrisponda a un oggetto reale, e non a un oggetto presunto o ideologico, e sia davvero una pratica teorica e non una pratica tecnica. Appunto per questo hanno bisogno della Teoria, ossia della dialettica materialista, come del solo metodo che possa anticipare la loro pratica teorica delineandone le condizioni formali. In questo caso, utilizzare la Teoria non vuole dire applicarne le formule (quelle del materialismo, della dialettica) a un contenuto preesistente. Lenin stesso rimproverava a Engels e a Plekhanov d’avere applicato la dialettica agli « esempi » delle scienze naturali dal di fuori 6 . L’applicazione esterna di un concetto non è mai l’equivalente di una pratica teorica. Questa applicazione non cambia nulla alla verità ricevuta dal di fuori, tranne il suo nome, battesimo incapace di produrre una trasformazione reale nelle verità che Io ricevono. L’applicazione delle « leggi » della dialettica a un dato risultato della fisica, per esempio, non è una vera pratica teorica, se questa applicazione non cambia di una virgola la struttura e lo sviluppo della pratica teorica nella fisica: peggio, può mutarsi in pastoia ideologica. Tuttavia, e questa è una tesi essenziale al marxismo, non basta respingere il dogmatismo dell’ applicazione delle forme della dialettica e fidarsi della spontaneità delle pratiche teoriche esistenti, giacché sappiamo che non esiste pratica teorica pura, scienza nuda, preservata per sempre nella sua storia di scienza, per non so qual miracolo, dalle minacce e dagli assalti dell’idealismo, ossia delle ideologie che la stringono d’assedio: sappiamo che non esiste scienza « pura » se non a condizione di purificarla continuamente, che non esiste scienza libera nella necessità della sua storia se non a condizione di liberarla continuamente dal l’ideologia che la permea, la pungola o la spia. Questa purificazione, questa liberazione non sono ottenute che a prezzo di una incessante lotta contro l’ideologia stessa, ossia contro l’idealismo, una lotta che la Teoria (il materialismo dialettico) può illuminare nelle sue ragioni e nei suoi obiettivi e che può guidare come nessun altro metodo al mondo può fare, Che dire allora della spontaneità di certe discipline d’avanguardia in piena espansione? Discipline che perseguono interessi pragmatici precisi, discipline che non sono a rigore scienze ma pretendono di esserlo perché usano metodi « scientifici » (ma definiti così indipendentemente dalla specificità del loro presunto oggetto); che pensano di avere, come ogni vera scienza, un oggetto proprio mentre hanno a che fare solo con una certa realtà data che d’altronde viene contesa tra parecchie « scienze » concorrenti: un certo campo di fenomeni non costituiti in fatti scientifici e quindi non unificato; discipline che non possono, nella forma attuale, costituire vere e proprie pratiche teoriche, perché il più delle volte non hanno che l’unità di pratiche tecniche (esempi: la psicosociologia, la sociologia e la psicologia stessa in molti dei loro rami) 7 . La sola Teoria capace di sollevare se non di porre la questione preliminare della validità di queste discipline, di criticare l’ideologia comunque sia travestita, ivi compreso il travestimento delle pratiche tecniche in scienze, è la Teoria della pratica teorica (nella sua distinzione dalla pratica ideologica): la dialettica materialista, o materialismo dialettico, ossia la concezione della dialettica marxista nella sua specificità. Giacché, su questo siamo tutti d’accordo, se si tratta di difendere una scienza realmente esistente contro l’ideologia che le sta alle costole, di distinguere ciò che è davvero scienza da ciò che è ideologia, senza prendere, come pure succede a volte, un elemento realmente scientifico per ideologia, o come succede spesso, un elemento realmente ideologico per un elemento scientifico…; se si tratta anche (il che è politicamente molto importante) di criticare le pretese delle pratiche tecniche oggi dominanti e di gettare le basi delle vere pratiche teoriche di cui il nostro tempo, ossia il socialismo e il comunismo, hanno e avranno sempre piu bisogno; se si tratta di proporsi questi compiti che richiedono tutti l’intervento della dialettica marxista , non ci si può evidentemente accontentare di una formulazione della Teoria, ossia della dialettica materialista, che presenti l’inconveniente di non essere esatta, d’essere anzi ben lungi dall’essere esatta, come la teoria hegeliana della dialettica. So bene che anche in questo caso l’approssimazione può corrispondere a un certo grado di realtà ed essere quindi dotata di un certo significato pratico, che serve di riferimento o di indicazione (« è ciò che fa anche Engels», dice Lenin. Ma solo «per far capire meglio », Quaderni, p. 279) non soltanto nella pedagogia, ma anche nella lotta. Ma perché una pratica possa servirsi di formule approssimate, bisogna per forza che questa pratica sia almeno « vera », in modo che possa al caso abbandonare le enunciazioni della Teoria e riconoscersi globalmente in una Teoria approssimativa. Ma quando una pratica non esiste realmente, quando bisogna cominciare col costituirla, l’approssimazione diventa un ostacolo. I ricercatori marxisti che indagano su questi regni d’avanguardia che sono la teoria delle ideologie (diritto, morale, religione, arte, filosofia), la teoria della storia delle scienze e della loro preistoria ideologica, l’epistemologia (teoria della pratica teorica delle matematiche e altre scienze naturali), ecc…. tutti questi pericolosi ma appassionanti regni d’avanguardia…; quelli che si pongono difficili problemi nel campo stesso della pratica teorica marxista (quella della storia), senza parlare di quegli altri « ricercatori » rivoluzionari che affrontano difficoltà politiche di forma radicalmente nuova (Africa, America latina, passaggio al comunismo, ecc.); tutti costoro se non avessero come dialettica materialista che la dialettica… hegeliana, anche se sbarazzata del sistema ideologico di Hegel, anche se dichiarata « rovesciata » (se questo rovescia mento consiste nell’applicare la dialettica hegeliana al reale invece che all’idea), non andrebbero certamente molto lontano in sua compagnia! Tutti quindi, sia che si tratti di affrontare qualcosa di nuovo nel campo di una pratica reale sia di gettare le basi di una pratica reale, tutti hanno bisogno della dialettica materialista vera e propria.animanifesti1

interpretazioni

Contravveniamo per una volta le nostre regole e tra revisionisti, interpreti, attualizzatori, storicisti, filosofi, seguaci, modernisti, ortodossi, capiscioni e linotipisti andiamo a scegliere quello che a nostro parere ha meglio letto e capito Carlo Marx.

DELEUZE

Deleuze e Guattari L’anti-Edipo Capitalismo e schizofrenia

da cap. 1 psicologia materialista (da usarsi a piccole dosi)

“La mancanza è disposta, organizzata, nella produzione sociale. Essa è controprodotta dall’istanza d’antipro-duzione che si piega sulle forze produttive e se le appropria. Non viene mai prima; la produzione non è mai organizzata in funzione di una mancanza anteriore, è la mancanza che viene a situarsi, a vacuolizzarsi, a propagarsi secondo l’organizzazione d’una produzione preliminare Questa pratica del vuoto come economia di mercato, è l’arte di una classe dominante: organizzare la mancanza nell’abbondanza di produzione, far spostare tutto il desiderio verso la grande paura di mancare, far dipendere l’oggetto da una produzione reale che si suppone esterna al desiderio (le esigenze della ra-zionalità), mentre la produzione del desiderio passa nel fantasma (nient’altro che il fantasma). Non c’è da una parte una produzione sociale di realtà, e dall’altra una produzione desiderante di fantasma. Tra queste due produzioni non si stabilirebbero che legami secondari d’introiezione e di proiezione, come se alle pratiche sociali si abbinassero pratiche mentali interiorizzate, oppure come se le pratiche mentali si proiettassero nei sistemi sociali, senza che le une intacchino mai le altre. Sintantoché ci accontentiamo di stabilire un parallelo tra il danaro, l’oro, il capitale e il triangolo capitalistico da una parte e la libido, l’ano, il fallo e il triangolo familiare dall’altra, ci abbandoniamo a un piacevole passatempo; ma i meccanismi del danaro restano del tutto indifferenti alle proiezioni anali di co-loro che lo maneggiano. Il parallelismo Marx-Freud resta del tutto sterile ed indifferente, mettendo in scena termini che si interiorizzano o si proiettano l’uno nell’altro senza cessare d’essere estranei, come nella famosa equazione da oro=merda. In verità, la produzione sociale è unicamente la produzione desiderante stessa in condizioni determinate. Noi diciamo che il campo sociale è immediatamente percorso dal desiderio, che ne è il prodotto storicamente determinato e che la libido non ha bisogno di alcuna mediazione o sublimazione, di alcuna operazione psichica, di alcuna trasformazione, per investire le forze produttive e i rapporti di produzione. Non c’è che desiderio e socialità, e nient’altro. Anche le forze più mortifere e repressive della riproduzione sociale sono prodot-te dal desiderio, nell’organizzazione che ne deriva in tale o tal’altra condizione che dovremo analizzare. Per questo il problema fondamentale della filosofìa politica resta quello che Spinoza seppe porre (e che Reich ha riscoperto): «perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro salvezza? » Come si arriva a gridare: «ancor più imposte, meno pane! » Come dice Reich, il sorprendente non è che della gente rubi, che altri facciano sciopero, ma piuttosto che gli affamati non rubino sempre e che gli sfruttati non facciano sempre sciopero: perché degli uomini sopportano da secoli lo sfruttamento, l’umiliazione, la schiavitù, al punto di volerle non solo per gli altri, ma anche per se stessi? Mai Reich è pen-satore così grande come quando rifiuta di invocare un misconoscimento o un’illusione delle masse per spiegare il fascismo, e reclama una spiegazione tramite il desiderio, in termini di desiderio: no, le masse non sono state ingannate, hanno desiderato il fascismo in tal momento, in tali circostanze, ed è questo che occorre spiegare, la perversione del desiderio, gregario ‘. Reich tuttavia non riesce a dare una risposta sufficiente, perché a sua volta ripristina quel che stava abbattendo, distinguendo la razionalità così com’è o dovrebbe es-sere nel processo della produzione sociale, e l’irrazionale nel desiderio, il secondo soltanto essendo di competenza della psicanalisi. Riserva allora alla psicanalisi la spiegazione del «negativo», del «soggettivo», e dell’«inibito» nel campo sociale. Si riconduce necessariamente a un dualismo tra l’oggetto reale razionalmente prodotto, e la produzione fanta-smatica irrazionale. Rinuncia a scoprire la comune misura o la coestensività del campo sociale e del desiderio. Il fatto è che, per fondare veramente una psichiatria materialistica, gli mancava la categoria di produzione desiderante, cui il rea-le fosse sottoposto tanto nelle forme dette razionali che in quelle irrazionali. L’esistenza massiccia di una repressione sociale relativa alla produzione desiderante non intacca per nulla il nostro prin-ipio: il desiderio produce del reale, o anche: la produzione desiderante non è altro che la produzione sociale. Non si trat-ta di riservare al desiderio una forma particolare d’esistenza, una realtà mentale o psichica che si opporrebbe alla realtà materiale della produzione sociale. Le macchine desideranti non sono macchine fantasmatiche o oniriche, che si distin-guerebbero dalle macchine tecniche e sociali, e che si affian-cherebbero ad esse. I fantasmi sono piuttosto espressioni secondarie, che derivano dall’identità di due sorte di macchine in un ambiente dato. Così il fantasma non è mai individuale; è fantasma di gruppo, come ha saputo mostrare l’analisi isti-tuzionale. E ci sono due sorte di fantasmi di gruppo, perché l’identità può essere letta nei due sensi, a seconda che le mac-chine desideranti siano prese nelle grandi masse gregarie ch’esse formano, o a seconda che le macchine sociali siano ricondotte alle forze elementari del desiderio che le formano.”

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Marx – Gundrisse – 2.14 Il denaro come rapporto sociale

La mutua e generale dipendenza degli individui reciprocamente indifferenti costituisce il
loro nesso sociale. Questo nesso sociale è espresso nel valore di scambio, e solo in esso,
per ogni individuo, la propria attività o il proprio prodotto diventano un’attività o un prodotto fine a se stessi; egli deve produrre un prodotto generico — il valore di scambio o — considerato questo per sé isolatamente e individualizzato, — denaro. D’altra parte il potere che ogni individuo esercita sulla attività degli altri o sulle ricchezze sociali, egli lo possiede in quanto proprietario di valori di scambio, di denaro. Il suo potere sociale, così come il suo nesso con la società, egli lo porta con sè nella tasca. L’attività, quale che sia la sua forma fenomenica individuale, e il prodotto dell’attività, quale che sia il suo carattere particolare, è il valore di scambio, vale adire qualcosa di generico in cui ogni individualità, proprietà è negata e cancellata. In realtà questa è una situazione molto diversa da quella in cui l’individuo, o l’individuo naturalmente o storicamente allargatosi a famiglia e a tribù (e poi a comunità), si riproduce su basi direttamente naturali, o in cui la sua attività produttiva e la sua partecipazione alla produzione è indirizzata ad una determinata forma di lavoro e di prodotto, e il suo rapporto con gli altri è altrettanto determinato.Il carattere sociale dell’attività, così come la forma sociale del prodotto e la partecipazione dell’individuo alla produzione, si  presentano qui come qualcosa di estraneo e di oggettivo di fronte agli individui; non come loro relazione reciproca, ma come loro subordinazione a rapporti che sussistono  indipendentemente da loro e nascono dall’urto degli individui reciprocamente indifferenti. Lo scambio generale delle attività e dei prodotti, che è diventato condizione di vita per ogni singolo individuo, il nesso che unisce l’uno all’altro, si presenta ad essi stessi estraneo, indipendente, come una cosa. Nel valore di scambio la relazione sociale tra le persone si trasforma in rapporto sociale tra cose; la capacità personale, in una capacità delle cose. Quanto minore è la forza sociale del mezzo di scambio, quanto più esso è ancora legato alla natura dei prodotto immediato del lavoro e ai bisogni immediati di coloro che scambiano, tanto, maggiore deve essere la forza della comunità che lega insieme gli individui, il rapporto patriarcale, la comunità antica, il feudalesimo e la corporazione. (Vedi il mio quaderno, XII 34 b) 21 . Ciascun individuo possiede il potere sociale sotto la forma di una cosa. Strappate alla  cosa questo potere sociale e dovrete darlo alle persone sulle persone 22 . I rapporti di dipendenza personale (all’inizio su una base del tutto naturale) sono le prime forme sociali, nelle quali la produttività umana si sviluppa soltanto in un ambito ristretto e in punti isolati.
L’indipendenza personale fondata sulla dipendenza materiale è la seconda forma importante in cui giunge a costituirsi un sistema di ricambio sociale generale, un sistema di relazioni universali, di bisogni universali e di universali capacità. La libera individualità, fondata sullo sviluppo universale degli individui e sulla subordinazione della loro produttività collettiva, sociale, quale loro patrimonio sociale, costituisce il terzo stadio. Il secondo crea le condizioni del terzo. Sia le condizioni patriarcali che quelle antiche (ed anche feudali) crollano perciò con lo sviluppo del commercio, del lusso, del denaro, del valore di scambio, nella stessa misura in cui di pari passo con essi si innalza la società moderna.

21Il rinvio si riferisce ad un manoscritto perduto di Marx, probabilmente anteriore ad un altro intitolato Das vollendete Geldsystem (su cui v. nota 2), giacché anche in quest’ultimo si rinvia ad una p. 34. La Redazione. IMEL avanza l’ipotesi che la pag. 34b possa essere la pagina successiva, mancante, del quaderno redatto a Parigi nell’estate 1844 e contenente lunghi estratti commentati su J. Mill (cfr. MEGA 1/3, p. 547).
22 Queste tesi sono formulate per la prima volta in un manoscritto inedito di Marx del 1851, Das vollendete Geldsystem (Il sistema monetario perfetto), a p. 41 del quale si legge questa conclusione di un precedente testo andato perduto: «Ciò che ogni singolo individuo possiede nel denaro, è una generica possibilità di scambio, mediante la quale egli può stabilire a suo piacimento e in piena diritto la sua partecipazione ai prodotti sociali, Ciascun individuo possiede il potere sociale nella sua tasca sotto forma di una cosa. Togliete alla cosa questo potere sociale, e dovrete dare questo potere immediatamente alla persona sulla persona. Senza il denaro dunque non è possibile sviluppo industriale alcuno. I legami devono essere organizzati su base politica, religiosa ecc., fin quando il potere del denaro non è diventato il nexus rerum et hominum (p. 34)».

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COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA -La terra pubblica non va svenduta!

La terra pubblica non va svenduta!

Ci risiamo! Per la terza volta in due anni si ripropone la vendita da parte della Comunità Montana del Trasimeno, con asta pubblica, dei beni del complesso La Lupaia spacchettati in 5 lotti. La prima asta era andata deserta, la seconda non si era neanche tenuta, non abbiamo visto alcun piano del commissario liquidatore approvato dal Consiglio o dalla Giunta Regionale eppure non c’è due senza tre e per questa terza asta c’è un ribasso del 10% dei prezzi di vendita. O meglio la stessa Regione non ha approvato il piano (presentato in ritardo) e ha chiesto alle strutture competenti ulteriori approfondimenti con Deliberazione n. 872 del 29.07.2013. Un Ente associativo di Comuni in liquidazione permanente, ma non ancora liquidato, con il beneplacito della Regione riprova a mettere all’asta beni pubblici, lo fa per appianare i propri debiti di bilancio, lo fa senza neanche convocare una riunione con i Sindaci dei Comuni associati e senza nemmeno convocare il Sindaco del Comune sul territorio del quale quei lotti insistono. Non abbiamo il piano di liquidazione, ma abbiamo l’urgenza di vendere senza concertazione con gli Enti Locali!

C’è da chiedersi quale legittimità possa avere una simile azione, non siamo di fronte ad una azienda privata in fallimento, siamo di fronte ancora una volta al tentativo di privatizzare un patrimonio pubblico, privatizzazione dal cui ipotetico incasso non si ricava neanche un ottavo del debito complessivo di questo Lo si fa ignorando qualunque forma di partecipazione territoriale, lo si fa ignorando probabilmente il contesto socioeconomico in cui questa svendita avviene.

Lo si fa trasformando i beni pubblici in una sorta di bene immobiliare quando al contrario è evidente che siamo in presenza di un patrimonio ben più ricco e complesso non riconducibile a semplice immobile da capitalizzare attraverso un’asta pubblica.

Questo processo di svendita inutile ai fini anche del ripianamento dei bilanci non sta avvenendo solo nel nostro Comune. Su tutto il territorio nazionale è iniziata questa svendita peraltro mascherata da “possibilità per i giovani”. Ci viene da chiedere quali sono quei giovani che ad oggi possono investire cifre così importanti su beni evidentemente difficili da portare a reddito (altrimenti non si capirebbe come si sono generate le perdite o forse si capisce benissimo). Quale banca potrebbe finanziare simili operazioni, in quanti anni e con quali reali possibilità sarebbe prevedibile di rientrare dell’investimento? Ci pare quindi che dopo l’orgia e lo sbandamento degli investimenti in titoli si voglia consentire a qualcuno di poter investire i propri denari in patrimoni acquistati molto al di sotto del loro valore senza alcuna clausola ne occupazionale, ne reddituale, ne di utilizzo per finalità pubbliche e sociali di un bene attualmente pubblico. Si è ancora in tempo per fermare questo tentativo figlio appunto della incapacità di pensare ad una fuoriuscita dalle attuali condizioni di crisi in termini di programmazione. Si continua a ragionare per emergenze ed urgenze accumulando errori che aggravano gli effetti della crisi. Abbiamo una possibilità però di mantenere il carattere pubblico dei beni della Lupaia, ma anche di altri beni in situazioni similari in Umbria e sul territorio nazionale. L’Umbria ha approvato quest’anno una legge (LR n3 del 2 aprile 2014) che consente di utilizzare le terre demaniali e non solo, per mettere in campo imprese agricole ad alto contenuto sociale che si occupino della gestione di questi patrimoni, facilitando l’accesso alla terra tramite bandi e tramite una politica delle assegnazioni non guidata semplicemente dalle logiche del mercato, mercato peraltro distorto dagli effetti della crisi a favore di chi già possiede capitali. Si approvi dunque rapidamente il regolamento attuativo e si mettano questi beni nel nascente Banco della Terra per consentire un uso plurimo, pubblico e con finalità sociali impedendo questa privatizzazione delle campagne che ha già prodotto effetti devastanti sia economici, che sociali, che di conflittualità territoriale, evitando anche pericolosi indebitamenti da parte dei soggetti che andranno a gestirla. Si consenta la creazione di reddito e occupazione e si eviti queste svendite che servono a pochi, si assegni la terra con bandi pubblici a progetti con finalità sociali, si eviti la trasformazione di terre potenzialmente produttive in terre utili solo per investimenti finanziari, spesso influenzati da infiltrazioni mafiose e da tentativi di riciclaggio.

Le terre pubbliche sono beni comuni, facciamo in modo che rimangano a beneficio delle comunità.

Marcuse

Herbert Marcuse – Critica della Tolleranza

Questo saggio esamina l’idea di tolleranza nella nostra società industriale avanzata. La conclusione raggiunta è che la relizzazione l’obiettivo della tolleranza richiederebbe l’intolleranza verso le politiche gli atteggiamenti le opinioni dominanti e l’estensione della tolleranza alle politiche, agli atteggiamenti e alle opinioni che sono banditi o soppressi. In altre parole oggi la tolleranza appare di nuovo ciò che era all’inizio dell’età moderna: un obiettivo di parte, un’idea e una pratica sovversiva e liberante. Viceversa, ciò che oggi si proclama e si pratica come tolleranza è in molte delle sue più effettive manifestazioni al servizio della causa dell’oppressione. L’autore è pienamente consapevole che, attualmente, non esiste alcun potere, alcuna autorità, alcun governo che voglia tradurre in pratica la tolleranza liberante, ma egli crede che sia compito e dovere dell’intellettuale richiamare e preservare le possibilità storiche che sembrano esser divenute possibilità utopistiche – che sia suo compito spezzare la concretezza dell’oppressione al fine di aprire lo spazio mentale in cui questa società può essere riconosciuta per ciò che è e fa.

La tolleranza è un fine in sé. L’eliminazione della violenza e la riduzione della soppressione al grado richiesto per proteggere uomini e animali dalla crudeltà e dall’aggressione sono condizioni preliminari per la creazione di una società umana. Una tale società non esiste ancora; il progresso verso di essa forse più di prima è arrestato dalla violenza e dalla repressione su scala mondiale. Come dissuasori contro la guerra nucleare, come azione di polizia contro la sovversione, come aiuto tecnico nella lotta contro l’imperialismo e il comunismo, come metodi di pacificazione dei massacri neocoloniali, la violenza e la riflessione sono diffusi, praticati e difesi dai governi democratici allo stesso grado di quelli autoritari, e gli individui sottoposti a questi governi sono educati a sostenere simili pratiche come necessari e per il mantenimento dello status quo. La tolleranza è estesa  alle politiche, alle condizioni e ai modi di comportamento che non dovrebbero essere tollerati perché impediscono, se non distruggono le probabilità di creare un esistenza senza paura e sofferenza. Questo tipo di tolleranza rinforza la tirannia della maggioranza contro ciò che affermavano gli autentici liberali. Il luogo politico della tolleranza è cambiato: mentre si è più o meno tranquillamente e costituzionalmente ritirato dall’opposizione, esso è diventato comportamento obbligatorio nei confronti delle politiche istituite. La tolleranza è passata da uno stato attivo ad uno passivo, dalla pratica alla non-pratica lasseiz faire le autorità costituite. E’ la gente che tollera il governo il quale a sua volta tollera l’opposizione entro la struttura determinata dalle autorità costituite.

La tolleranza verso ciò che è radicalmente un male ora appare come un bene perchè  serve alla coesione del tutto sulla strada dell’abbondanza o della maggiore abbondanza. Il tollerare l’incretinimento sistematico dei bambini come degli adulti, prodotto dalla pubblicità e dalla propaganda, lo sfogo della distruttività realizzato nella guida aggressiva, il reclutamento e l’istruzione di truppe speciali, l’imponente e benevola tolleranza verso l’inganno completo nel commercio, nello spreco e nell’inutilizzazione pianificata, non sono distorsioni e aberrazioni, sono l’essenza di un sistema che coltiva la tolleranza come un mezzo per perpetuare la lotta per l’esistenza sopprimendone le alternative. Le autorità nei campi dell’educazione, della morale e della psicologia sbraitano contro l’aumento della delinquenza giovanile; sbraitano di meno contro la presentazione superba, a parole e a fatti e al cinema, di missili razzi bombe sempre più potenti – la delinquenza matura di un’intera civiltà. Secondo una proposizione dialettica è il tutto che determina la verità – non nel senso che il tutto è precedente o superiore alle sue parti, ma nel senso che la sua struttura e la sua funzione determinano ogni particolare condizione e relazione. Così, all’interno di una società repressiva, anche i movimenti progressivi minacciano di volgersi nel loro opposto nella misura in cui essi accettano le regole del gioco.

Marcuse

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Marx Gundrisse 1.1.2

[Eternizzazione di processi di produzione storici. Produzione e distribuzione in generale. Proprietà]  Non vi scoraggiate alla prima lettura e leggetelo come pensato nell’attuale stato dello sviluppo del modello capitalista

Quando si parla dunque di produzione, si parla sempre di produzione ad un determinato livello di sviluppo sociale — della produzione di individui sociali. Da ciò potrebbe sembrare che, per parlare in generale della produzione, noi dovessimo o  seguire il processo di sviluppo storico nelle sue diverse fasi, oppure dichiarare fin dall’inizio che abbiamo a che fare con una determinata epoca storica, e quindi ad esempio con la moderna produzione borghese, che in effetti è il tema specifico della nostra analisi. Ma tutte le epoche della produzione hanno certi caratteri in comune, certe determinazioni comuni. La produzione in generaIe è un’astrazione, ma un’astrazione che ha un senso, nella misura in cui mette effettivamente in rilievo l’elemento comune, lo fissa e ci risparmia una ripetizione. Tuttavia questo elemento generale, ovvero l’elemento comune che viene astratto e isolato mediante comparazione, è esso stesso qualcosa di complesso e articolato, che si dirama in differenti determinazioni. Di queste, alcune appartengono a tutte le epoche; altre sono comuni solo ad alcune. [Alcune] determinazioni saranno comuni tanto all’epoca più moderna quanto alla più antica. Senza di esse sarà inconcepibile qualsiasi produzione; salvo che, se le lingue più sviluppate hanno leggi e determinazioni comuni con quelle meno sviluppate, allora bisogna isolare proprio ciò che costituisce il loro sviluppo, ossia la differenza da questo elemento generale, mentre le determinazioni che valgono per la produzione in generale devono essere isolate proprio affinché per l’unità — che deriva già dal fatto che il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sono i medesimi — non venga poi dimenticata la diversità essenziale. In questa dimenticanza consiste appunto tutta la saggezza degli economisti moderni che dimostrano l’eternità e l’armonia dei rapporti sociali esistenti. Un esempio di questa dimostrazione: nessuna produzione è possibile senza uno strumento di produzione, non foss’altro questo strumento che la mano; nessuna produzione è possibile senza lavoro passato, accumulato, non foss’altro questo lavoro che l’abilità assommata e concentrata nella mano del selvaggio mediante l’esercizio ripetuto; il capitale è tra l’altro anche uno strumento di produzione, anche lavoro passato, oggettivato; dunque il capitale è un rapporto naturale eterno, universale. Ovverosia, a condizione che io tralasci proprio quell’elemento specifico che solo trasforma uno «strumento di produzione», un «lavoro accumulato», in un capitale.

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Mao – “Il nostro studio e la presente Situazione” (12 aprile 1944)

Molte cose possono diventare un peso, una zavorra, se ci aggrappiamo ad esse ciecamente e senza spirito critico. Facciamo qualche esempio. Se avete commesso errori, potete pensare che qualunque cosa facciate essi vi peseranno addosso e quindi scoraggiarvi; se non avete commesso errori, potete ritenervi infallibili e perciò diventare presuntuosi. La mancanza di successo nel lavoro può causare pessimismo e abbattimento, mentre il successo può generare orgoglio e arroganza. Un compagno con un breve passato di lotta può per questa ragione sottrarsi a ogni responsabilità, mentre un veterano può considerarsi infallibile a causa del suo lungo passato di lotta. Gli operai e i contadini, orgogliosi della loro origine di classe, possono guardare con disprezzo gli intellettuali, mentre questi, per via di una certa quantità di conoscenze, possono guardare con disprezzo gli operai e i contadini. Nel lavoro, qualsiasi specializzazione può diventare un capitale personale e portare perciò all’arroganza e al disprezzo degli altri. Perfino l’età può essere motivo di presunzione. I giovani, ritenendosi intelligenti e capaci, possono guardare con disprezzo i vecchi; i vecchi, ritenendosi ricchi di esperienza, possono guardare con disprezzo i giovani. Tutto ciò diventa un peso o una zavorra se si manca di spirito critico. Una delle ragioni principali per cui alcuni compagni si pongono al di sopra delle masse, si staccano da esse e commettono errori su
errori sta nel fatto che si trascinano dietro questi fardelli. Uno dei requisiti indispensabili per legarsi alle masse e compiere meno errori è discernere qual è il proprio fardello, scuoterselo di dosso e liberare così la propria mente. Nella storia del nostro partito si sono avute molte gravi manifestazioni di presunzione e noi ne abbiamo subito le conseguenze.

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Panicale Elezioni Amministrative 2014 e nomine Giunta

COMUNICATO STAMPA – PER DIFFUSIONE IMMEDIATA
Esprimiamo grande soddisfazione per la vittoria della coalizione di centro sinistra di Panicale per la recente vittoria alle amministrative.
Il consenso popolare raccolto dal programma della coalizione, dai candidati Consiglieri eletti e non, dal candidato Sindaco, ci fa immensamente piacere e ci affida un compito gravoso rispetto al quale siamo stati investiti di grande responsabilità: mettere in campo tutte le energie possibili, progettuali e fattive, per contribuire a far uscire il nostro Comune, la nostra vallata, da una crisi economica che pur avendo connotazioni globali, ha devastato il nostro territorio. Faremo il possibile per passare dalla fase di pura resistenza a quella di fattive attività e per mettere così in campo azioni efficaci di contrasto per quelle che sono le possibilità di un Ente locale.
Certi di aver portato un contributo progettuale importante e di voti ben superiore al semplice numero delle preferenze espresse a favore del nostro candidato, tuttavia non abbiamo condiviso le nomine di Giunta.
Si è scelto di non rappresentare un’area importante della coalizione, si è scelto dunque di tenerci fuori dall’organo esecutivo, non si sono definiti assieme i criteri per la composizione della Giunta e l’assegnazione delle deleghe. Avevamo chiesto che i criteri fossero trasparenti e comprensibili, avevamo chiesto che se il discorso delle preferenze fosse assunto a criterio, questo non valesse solo per estrometterci, ma per definire la composizione dell’organo esecutivo. Così non è stato, anzi trincerandosi dietro le spalle del Sindaco ci è sembrato che alcuni abbiano preferito usare criteri legati agli equilibri interni ad un partito, piuttosto che scegliere per popolarità o competenze. Ci sembra un errore non tenere fede alle promesse fatte in campagna elettorale anche e soprattutto in relazione all’assegnazione delle deleghe, ci sembrano questi gli atti invisi a quella popolazione che ci ha premiati con la sua fiducia e che da più parti ha condannato queste scelte del Partito Democratico.
Si può commettere errori, ma l’importante è accorgersene in tempo e mettere in campo le giuste correzioni di rotta.
Per nostra parte ci sentiamo impegnati con i cittadini che ci hanno scelto, ma più in generale con tutti i cittadini, per portare avanti un programma che ha parlato di lavoro, di occupazione, di servizi, di manutenzione del quotidiano, di attenzione verso i cittadini, di partecipazione. Non ci limiteremo quindi alla semplice vigilanza degli impegni presi, ma intendiamo rilanciare gli impegni programmatici per riparare agli errori fatti e contribuire insieme alla forze vive del centrosinistra a uscire dalle sacche della vecchia politica, dagli scontri fratricidi, per mettere in campo tutte le energie possibili per garantire uno sviluppo territoriale armonico che si fondi sul rilancio occupazionale ed evitare che si usino elezioni e nomine per risolvere gli equilibri interni di partito.
Ci sentiamo parte di questa coalizione, il nostro è un richiamo alla buona politica, ci auguravamo che la nostra estromissione dall’esecutivo servisse a rinforzare e non ad indebolire la Giunta, con la massima franchezza indicheremo la strada giusta e lavoreremo perché si riesca ad imboccarla tutti insieme, il nostro programma ci unisce chiediamo al Partito Democratico che si impegni per portarlo avanti, INSIEME IN COMUNE!
Il Direttivo del Partito della Rifondazione Comunista e
la Segreteria del Partito dei Comunisti Italiani
di Panicale