Per Marx – 1972 L. Althusser

Propongo di accettare le definizioni che seguono a titolo di approssimazioni preliminari. Per pratica intenderemo generalmente ogni processo di trasformazione di una determinata materia prima data in un determinato prodotto, trasformazione effettuata da un determinato lavoro umano facendo uso di determinati mezzi (di « produzione »). In ogni pratica così concepita, il momento (o l’elemento) determinante del processo non è né la materia prima né il prodotto, ma la pratica in senso stretto: il momento stesso del lavoro di trasformazione, che mette in opera, in una struttura specifica, uomini, mezzi e una data tecnica d’impiego dei mezzi. Questa definizione generale della pratica include in sé la possibilità della particolarità: esistono pratiche diverse, realmente distinte, benché appartenenti organicamente a una stessa totalità complessa. La « pratica sociale », unità complessa delle pratiche esistenti in una determinata società, comporta così un elevato numero di pratiche distinte. Questa unità complessa della « pratica sociale » è strutturata, vedremo come, in modo che la pratica determinante in ultima istanza è la pratica di trasformazione della natura (materia prima) data in prodotti d’uso mediante l’attività degli uomini esistenti che lavorano con l’impiego metodicamente regolato di determinati mezzi di produzione, nel quadro di determinati rapporti di produzione. Oltre la produzione, la pratica sociale comporta altri livelli essenziali: la pratica politica — che, nei partiti marxisti, non è piu spontanea ma organizzata sulla base della teoria scientifica del materialismo storico e trasforma la sua materia prima — i rapporti sociali — in un determinato prodotto (nuovi rapporti sociali); la pratica ideologica (l’ideologia, sia religiosa, politica, morale, giuridica o artistica, trasforma anch’essa il suo oggetto: la « coscienza » umana); e infine la pratica teorica. Non sempre viene presa sul serio l’esistenza dell’ideologia come pratica: eppure questo riconoscimento preliminare è la condizione indispensabile di ogni teoria dell’ideologia. Piu raramente ancora viene presa sul serio l’esistenza di una pratica teorica: eppure questa è una precondizione indispensabile alla comprensione di ciò che è, per il marxismo, la teoria stessa e i suoi rapporti con la « pratica sociale ». Qui una seconda definizione: per teoria intenderemo dunque, sotto questo aspetto, una forma specifica della pratica , appartenente anch’essa all’unità complessa della « pratica sociale » di una determinata società umana. La pratica teorica rientra nella definizione generale della pratica. Essa lavora su una materia prima (rappresentazioni, concetti, fatti) che le viene fornita da altre pratiche, sia « empiriche » sia « tecniche » sia « ideologiche ». Nella forma più generale, la pratica teorica non comprende soltanto la pratica teorica scientifica, ma anche la pratica teorica prescientifica, ossia « ideologica » (le forme di conoscenza costituenti la preistoria di una scienza e le loro « filosofie »). La pratica teorica di una scienza si distingue sempre nettamente dalla pratica teorica ideologica della sua preistoria: questa distinzione prende la forma di una discontinuità « qualitativa » teorica e storica, che possiamo designare assieme a Bachelard, con il termine di « taglio » o « rottura epistemologica ». Non è il caso di trattare qui della dialettica che è all’opera nell’avvento di questa « rottura »: ossia del lavoro specifico di trasformazione teorica che la instaura in ciascun caso, che fonda una scienza distaccandola dall’ideologia del suo passato e rivelando questo passato come ideologico. Per limitarci al punto che interessa la nostra analisi, ci porremo già al di là della « rottura », dentro la scienza costituita, e converremo allora le seguenti denominazioni: chiameremo teoria ogni pratica teorica di carattere scientifico. Chiameremo « teoria » (tra virgolette) il sistema teorico determinato di una scienza reale (i suoi concetti fondamentali, nella loro unità più o meno contraddittoria, in un determinato momento), per esempio: la teoria della gravitazione universale, la meccanica ondulatoria ecc. o anche la « teoria » del materialismo storico. Nella sua « teoria » ogni particolare scienza riflette nell’unità complessa dei concetti (unità d’altronde sempre più o meno problematica) i risultati, fattisi condizioni e mezzi, della propria pratica teorica. Chiameremo Teoria (con la maiuscola) la teoria generale, ossia la Teoria della pratica in generale, elaborata anch’essa a partire dalla Teoria delle pratiche teoriche esistenti (delle scienze) che trasformano in « conoscenze » (verità scientifiche) il prodotto ideologico delle pratiche « empiriche » (l’attività concreta degli uomini) esistenti. Questa Teoria è la dialettica materialista che è una cosa sola con il materialismo dialettico. Tutte queste definizioni sono necessarie per potere dare all’interrogativo: « a che cosa ci serve enunciare teoricamente una soluzione esistente già allo stato pratico? » una risposta teoricamente fondata. Quando Lenin dice « senza teoria, niente azione rivoluzionaria », parla di una data « teoria », quella della scienza marxista dello sviluppo delle formazioni sociali (materialismo storico). Questa frase si trova in Che farei, dove Lenin prende in esame i provvedimenti organizzativi e gli obiettivi del partito socialdemocratico russo nel 1902. Egli lotta allora contro la politica opportunista a rimorchio della « spontaneità » delle masse, che egli vuole invece trasformare in una pratica rivoluzionaria basata sulla « teoria » ossia sulla scienza (marxista) dello sviluppo della formazione sociale considerata (la società russa del tempo). Ma formulando questa tesi, Lenin fa di piu di quel che non dice: ricordando alla pratica politica marxista la necessità della « teoria » che la fonda, enuncia in realtà una tesi che interessa la Teoria, ossia la Teoria della pratica in generale: la dialettica materialista. In questo doppio senso la teoria è necessaria alla pratica. La « teoria » è necessaria alla propria pratica direttamente; inoltre il rapporto esistente tra una « teoria » e la propria pratica interessa anche, nella misura in cui si stabilisce e a condizione di essere pensato e formulato, la Teoria generale stessa (la dialettica) in cui viene espressa teoricamente l’essenza della pratica teorica in generale, e attraverso questa l’essenza della pratica in generale, e attraverso questa l’essenza delle trasformazioni, del « divenire » delle cose in generale. Se ritorniamo al nostro problema: l’enunciazione teorica di una soluzione pratica, noteremo che concerne la Teoria, ossia la dialettica. L’enunciazione teorica esatta della dialettica interessa prima di tutto le pratiche stesse in cui la dialettica materialista è operante: infatti queste pratiche (« teoria » e politica marxiste) hanno bisogno, nel loro sviluppo, del concetto della loro pratica (ossia della dialettica) per non trovarsi disarmate di fronte alle forme qualitativamente nuove di questo sviluppo (situazioni nuove, nuovi « problemi »), o per evitare possibili cadute o ricadute nelle varie forme d’opportunismo, teorico e pratico. Queste « sorprese » e queste deviazioni, imputabili in ultima analisi a « errori ideologici », ossia a una « defaillance » teorica, costano sempre care, se non carissime. Ma la Teoria è essenziale anche alla trasformazione di quelle discipline in cui non esiste ancora una vera pratica teorica marxista. Nella maggior parte di esse, il problema non è « stato regolato » come lo è nel Capitale. La pratica teorica marxista dell’epistemologia, della storia delle scienze, della storia delle ideologie, della storia della filosofia, della storia dell’arte, deve ancora in gran parte essere elaborata. Non che in questi campi non vi siano marxisti che lavorano e che hanno acquisita una grande esperienza reale, ma essi non hanno alle spalle l’equivalente del Capitale e della pratica rivoluzionaria marxista di tutto un secolo. La loro pratica è in gran parte davanti a loro , ancora da elaborare, se non da creare, ossia da impostare su basi teoricamente giuste, affinché corrisponda a un oggetto reale, e non a un oggetto presunto o ideologico, e sia davvero una pratica teorica e non una pratica tecnica. Appunto per questo hanno bisogno della Teoria, ossia della dialettica materialista, come del solo metodo che possa anticipare la loro pratica teorica delineandone le condizioni formali. In questo caso, utilizzare la Teoria non vuole dire applicarne le formule (quelle del materialismo, della dialettica) a un contenuto preesistente. Lenin stesso rimproverava a Engels e a Plekhanov d’avere applicato la dialettica agli « esempi » delle scienze naturali dal di fuori 6 . L’applicazione esterna di un concetto non è mai l’equivalente di una pratica teorica. Questa applicazione non cambia nulla alla verità ricevuta dal di fuori, tranne il suo nome, battesimo incapace di produrre una trasformazione reale nelle verità che Io ricevono. L’applicazione delle « leggi » della dialettica a un dato risultato della fisica, per esempio, non è una vera pratica teorica, se questa applicazione non cambia di una virgola la struttura e lo sviluppo della pratica teorica nella fisica: peggio, può mutarsi in pastoia ideologica. Tuttavia, e questa è una tesi essenziale al marxismo, non basta respingere il dogmatismo dell’ applicazione delle forme della dialettica e fidarsi della spontaneità delle pratiche teoriche esistenti, giacché sappiamo che non esiste pratica teorica pura, scienza nuda, preservata per sempre nella sua storia di scienza, per non so qual miracolo, dalle minacce e dagli assalti dell’idealismo, ossia delle ideologie che la stringono d’assedio: sappiamo che non esiste scienza « pura » se non a condizione di purificarla continuamente, che non esiste scienza libera nella necessità della sua storia se non a condizione di liberarla continuamente dal l’ideologia che la permea, la pungola o la spia. Questa purificazione, questa liberazione non sono ottenute che a prezzo di una incessante lotta contro l’ideologia stessa, ossia contro l’idealismo, una lotta che la Teoria (il materialismo dialettico) può illuminare nelle sue ragioni e nei suoi obiettivi e che può guidare come nessun altro metodo al mondo può fare, Che dire allora della spontaneità di certe discipline d’avanguardia in piena espansione? Discipline che perseguono interessi pragmatici precisi, discipline che non sono a rigore scienze ma pretendono di esserlo perché usano metodi « scientifici » (ma definiti così indipendentemente dalla specificità del loro presunto oggetto); che pensano di avere, come ogni vera scienza, un oggetto proprio mentre hanno a che fare solo con una certa realtà data che d’altronde viene contesa tra parecchie « scienze » concorrenti: un certo campo di fenomeni non costituiti in fatti scientifici e quindi non unificato; discipline che non possono, nella forma attuale, costituire vere e proprie pratiche teoriche, perché il più delle volte non hanno che l’unità di pratiche tecniche (esempi: la psicosociologia, la sociologia e la psicologia stessa in molti dei loro rami) 7 . La sola Teoria capace di sollevare se non di porre la questione preliminare della validità di queste discipline, di criticare l’ideologia comunque sia travestita, ivi compreso il travestimento delle pratiche tecniche in scienze, è la Teoria della pratica teorica (nella sua distinzione dalla pratica ideologica): la dialettica materialista, o materialismo dialettico, ossia la concezione della dialettica marxista nella sua specificità. Giacché, su questo siamo tutti d’accordo, se si tratta di difendere una scienza realmente esistente contro l’ideologia che le sta alle costole, di distinguere ciò che è davvero scienza da ciò che è ideologia, senza prendere, come pure succede a volte, un elemento realmente scientifico per ideologia, o come succede spesso, un elemento realmente ideologico per un elemento scientifico…; se si tratta anche (il che è politicamente molto importante) di criticare le pretese delle pratiche tecniche oggi dominanti e di gettare le basi delle vere pratiche teoriche di cui il nostro tempo, ossia il socialismo e il comunismo, hanno e avranno sempre piu bisogno; se si tratta di proporsi questi compiti che richiedono tutti l’intervento della dialettica marxista , non ci si può evidentemente accontentare di una formulazione della Teoria, ossia della dialettica materialista, che presenti l’inconveniente di non essere esatta, d’essere anzi ben lungi dall’essere esatta, come la teoria hegeliana della dialettica. So bene che anche in questo caso l’approssimazione può corrispondere a un certo grado di realtà ed essere quindi dotata di un certo significato pratico, che serve di riferimento o di indicazione (« è ciò che fa anche Engels», dice Lenin. Ma solo «per far capire meglio », Quaderni, p. 279) non soltanto nella pedagogia, ma anche nella lotta. Ma perché una pratica possa servirsi di formule approssimate, bisogna per forza che questa pratica sia almeno « vera », in modo che possa al caso abbandonare le enunciazioni della Teoria e riconoscersi globalmente in una Teoria approssimativa. Ma quando una pratica non esiste realmente, quando bisogna cominciare col costituirla, l’approssimazione diventa un ostacolo. I ricercatori marxisti che indagano su questi regni d’avanguardia che sono la teoria delle ideologie (diritto, morale, religione, arte, filosofia), la teoria della storia delle scienze e della loro preistoria ideologica, l’epistemologia (teoria della pratica teorica delle matematiche e altre scienze naturali), ecc…. tutti questi pericolosi ma appassionanti regni d’avanguardia…; quelli che si pongono difficili problemi nel campo stesso della pratica teorica marxista (quella della storia), senza parlare di quegli altri « ricercatori » rivoluzionari che affrontano difficoltà politiche di forma radicalmente nuova (Africa, America latina, passaggio al comunismo, ecc.); tutti costoro se non avessero come dialettica materialista che la dialettica… hegeliana, anche se sbarazzata del sistema ideologico di Hegel, anche se dichiarata « rovesciata » (se questo rovescia mento consiste nell’applicare la dialettica hegeliana al reale invece che all’idea), non andrebbero certamente molto lontano in sua compagnia! Tutti quindi, sia che si tratti di affrontare qualcosa di nuovo nel campo di una pratica reale sia di gettare le basi di una pratica reale, tutti hanno bisogno della dialettica materialista vera e propria.animanifesti1

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